Neymar va al Psg, ma cosa cambia per il calcio europeo?

Il club francese pagherà la clausola da 222 milioni di euro. L'attaccante del Barcellona diventa l'acquisto più pagato della storia. Ormai i giocatori sembrano mossi più dal lato ludico che da quello sportivo ed economico

Neymar va al Psg, ma cosa cambia per il calcio europeo?

Neymar (foto LaPresse)

Neymar, stella del Barcellona e del Brasile, è pronto per diventare un giocatore del Paris Saint Germain e probabilmente il più pagato e ricco del circo pallonaro, superando il compagno di squadra argentino Messi e l’avversario di sempre, il portoghese CR7. Un’operazione che aggira, in modo esilarante, le regole del fair play finanziario voluto dall’Uefa. Neymar, infatti, firmerà a breve con il Qatar Sports Investments, nella persona di Nasser Al-Khelaifi, presidente di questo e del club francese, un contratto da 300 milioni di euro come testimonial del Mondiale del 2022. Soldi che serviranno al brasiliano per pagare la penale (clausola rescissoria è un termine improprio seppur abusato) di 222 che lo lega al Barça e firmando col Psg come un parametro zero qualunque. Il calciatore percepirà 30 milioni l’anno, 40 li prenderà il padre agente (che ne aveva già incassati 26 dai blaugrana all’ultimo rinnovo), mentre i francesi dovranno rimborsare quei soldi pagando anche una tassa sul trasferimento che oscilla tra i 100 e i 120 milioni di euro. La Fifa ha, di fatto, inserito nel proprio regolamento la penale, al comma 2 dell’articolo 17, ove l’ammontare di questa per la risoluzione del contratto senza giusta causa può essere stabilita tra le parti. Trasformando quindi uno strumento di protezione del capitale di un club in volano per il migliore offerente e mezzo per aggiornare, al rialzo, il brand del calciatore a ogni rinnovo.

 

Cresciuto nelle giovanili della Portuguesa Santista e del Santos, Neymar si è affermato nella squadra che fu di Pelé (per tutta la carriera) prima di passare al Barcellona nel 2013. Ha vinto tre campionati paulisti, due spagnoli, una Coppa del Brasile, tre di Spagna, una Supercoppa spagnola, una Libertadores, una Recopa Sudamericana, una Champions League e la Coppa del Mondo per Club. Con la Nazionale un argento e un oro olimpici, l’Under 20 sudamericano e la Confederations Cup; più innumerevoli premi individuali. Leggiamo che in Catalogna gli fa ombra Messi, mentre al Psg sarà l’uomo copertina, pronto a regalare ai parigini la loro prima storica coppa dalle grandi orecchie (come se al Barça l’avesse vinta da solo) e puntare così al Pallone d’Oro, per scrivere a caratteri di fuoco il suo nome nell’albo d’oro della storia del calcio.

 

Eppure abbiamo l’impressione che qualcosa ci sfugga. Cosa può trovare un attaccante titolare del Brasile e del Barcellona altrove? Più soldi per sé e la sua famiglia? Facile trovarli pure in Cina, India o nei Paesi arabi. Più fama internazionale? Difficile, dato che il Psg non ha ancora l’appeal internazionale dei blaugrana, ma nemmeno del Real Madrid, del Manchester United, della Juventus e forse di Liverpool e Bayern Monaco. Negli ultimi anni l’impressione è che i calciatori, guidati dai soldi e dai rispettivi procuratori rabdomanti (di denaro), guardino sempre meno al lato sportivo e sempre più a quello ludico, scegliendo club, ma soprattutto città, dove fare al massimo la vita che gli permette la ricchezza accumulata. Parigi? Londra? Forse meglio Madrid o Barcellona? Dove, guarda caso, si trovano i club più potenti, tecnicamente ed economicamente, anzi economicamente quindi tecnicamente.

 

Così si oscilla da Inazuma Eleven (letteralmente “Gli undici del fulmine”), manga di calcio e fantascienza dove squadre sempre più forti si affrontano a suon di palloni infuocati, la versione 2.0 di Holly e Benji (due fuoriclasse), al Grand Tour del XVII secolo, un lungo viaggio appannaggio esclusivamente dei giovani dell’aristocrazia europea che poteva durare pochi mesi o alcuni anni e che di solito aveva come destinazione l’Italia. Questi potevano così imparare la politica, la cultura, l’arte e l’antichità degli altri Paesi europei, essendo liberi di acquistare, secondo le rispettive possibilità, opere d’arte e cimeli. Nella maggior parte dei calciatori non ci pare ci sia tutta questa sete di conoscenza, a parte rari casi. Quanti di loro occupano posti importanti nei governi sportivi? Pochissimi; qualcuno in più adesso con Infantino presidente della Fifa. Quanti hanno saputo riciclarsi in altri mestieri? Pochi e forse erano più bravi un tempo, quando giravano meno soldi. Quanti sono diventati opinionisti apprezzati e capaci di portare nei media un linguaggio tecnico, forbito e accattivante? Ce ne vengono in mente solo due: Adani e Lineker, vere e proprie star televisive.

 

Il Grand Tour aveva come obiettivo finale quello di creare la nuova classe dirigente, in un mondo dove solo l’aristocrazia poteva governare. Traslando, questo calciomercato pare banalmente aggiungere ricchezza ad altra ricchezza senza la sicurezza di spostare gli equilibri sportivi: la nuova Champions League, con il fair play finanziario che ha di fatto cristallizzato il potere economico dei club europei, la vincono quasi sempre i soliti noti. In molti hanno già sentenziato che il calcio è morto, che così non vale, che è immorale. Tenendo ben presenti altre immoralità ci viene in mente che proprio trent’anni fa nasceva il Milan di Sacchi, tra elicotteri e olandesi, un allenatore e una squadra, a prescindere dal tifo, che hanno lasciato un segno nel calcio mondiale. Così come fu per l’Olanda di Cruijff, il Wünderteam di Hugo Meisl, il catenaccio di Karl Rappan e la zona mista di Bearzot nell’82, solo per fare alcuni esempi.

 

Qualcuno ha addirittura paragonato l’acquisto di Neymar da parte del Psg alla sentenza Bosman, fatevelo dire: mai due cose sono state così lontane. Perché alla fine il calcio si gioca in campo e se Neymar non vincerà la Champions con il Psg, il Mondiale col Brasile e il Pallone d’Oro, cosa lascerà? Be’, per se stesso una quantità spropositata di soldi (grazie pure a tutti i contratti pubblicitari in essere), a noi milioni, sì, milioni di like e commenti sui suoi profili social mentre con l’ultima (momentanea) stupenda fidanzata prenderà un aperitivo sulla Tour Eiffel. Un po’ come quando il Grand Tour divenne alla moda anche per le giovani donne; un viaggio in Italia con la zia nubile, in qualità di chaperon, faceva parte della formazione della signora d’alto ceto, ma non spostava gli equilibri delle élite europee che, all’epoca, governavano il mondo.

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