Spalletti, il leader per noi

Apologia di pre-campionato del visionario e incazzoso Luciano (senza metafore politiche, eh)

Maurizio Crippa

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Spalletti, il leader per noi

Luciano Spalletti (foto LaPresse)

Toscano è toscano; logorroico con tendenza alle piramidi concettuali rovesciate. Ma le somiglianze finiscono qui (uno secco e pelato, l’altro sul piano inclinato di una dolce pinguedine; uno di Certaldo, l’altro di Rignano: sessanta chilometri, ma in Toscana è attraversare il mare). Soprattutto, lui ha frequentato la corte pietroburghese dello zar Vlad e qualcosa, del cinico potere e di come far fuori i vecchi Totti rugginosi, ha imparato. Quell’altro, forse, un corso di cinico potere su come far fuori almeno Andrea Orlando, dovrebbe farlo. Un corso alla Lubjanka.

  

Ma non siamo qui per parlare di politica, oggi. Nemmeno come stucchevole metafora del calcio. Siamo qui per parlare di lui, e di noi. Di noi orfani di un leader da un’infinità di tempo, quasi più della sinistra italiana. Noi dell’Inter, insomma. Noi che adesso ci ritroviamo a strologare i gesti e le frasi di Luciano Spalletti tra i boschi di Brunico e sugli aerei per Nanchino. E lui è uno che parla brusco, gesticola strano, ma di solito le fa giocare bene, le squadre. Siamo qui, al 12 di luglio, a chiederci, “con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni” (cit.), se per caso non abbiamo trovato l’uomo giusto. L’uomo che, tanto per cominciare, in questo paese moscio in cui non si fanno le rivoluzioni perché alla fine tutti conoscono tutti, l’altro giorno ha mollato i ragazzi sul prato e s’è avvicinato a un tifoso che era lì a vedere l’allenamento, ma in realtà era lì per insultare la squadra (il calcio non è una metafora: ma se ci trovate analogie con il dibattito del Pd, fate voi). Gli ha detto, cattivo: “Se te vieni subito a fare lo scemo così ti puoi proprio levare dai coglioni”.

 

Novantadue minuti di applausi. Quello balbettava, e lui: “Per piacere, non fare così perché sennò si diventa scomodi con te, noi non si rompe i coglioni a te, tu non rompi i coglioni a noi e siamo pari, perché sennò si viene fuori e ti si fa vedere”. Che altro dire, noi orfani della maestà comunicativa di José Mourinho? Che forse non s’è trovato il novello Aristotele (lo chiamavamo il Patafisico di Certaldo, da queste parti, e la polilalìa di Mou sarà in eterno un’altra cosa) ma almeno qualcuno che sa l’arte del parlare e di bucare le convenzioni nel calcio c’è. O volete accontentarvi del gossip di Max Allegri che si spupazza Ambra? Sì, certo, è anche lui toscano. Ma vuoi mettere la parlata? La concettosità? Spalletti è uno che, qualsiasi cosa dica, sembra sempre profonda, almeno sulle prime. Ed è un ussaro di ferro, preda si ossessioni tattico-logiche quasi leggendarie. Di una belva umana come Hulk, lassù in Russia, disse: “E’ vero: non era contento per la sostituzione. Come si fa? Se ricapita lo si risostituisce”.

   

E poi, in un mondo che pretende di selezionare la classe dirigente attraverso le primarie, lui invece usa i colloqui di lavoro. A metà tra la psicoanalisi e la carta vetrata. L’ha detto subito: c’è qualcuno che può restare e qualcuno che farebbe meglio ad andarsene, per il suo bene. Così a cominciato i suoi vis-à-vis. Quanto sei disposto a dare? Quanto sei disposto a soffrire? A gente come Perisic, come Brozovic, come Kondo. Insomma quelli che in sei mesi avevano trasformato un uomo tranquillo come Stefano Pioli in un caso da Tso. Lui li prende, gli fa un discorsetto di cui quelli non capiranno niente, manco con un interprete russo-valdelsano, e poi li caccia: “Ti puoi levare dai coglioni”. E noi dell’Inter siamo già contenti così. Al 12 luglio. Meglio goderseli in fase di ritiro estivo gli allenatori, che poi non si sa mai. Se invece voi ci volete trovare la metafora politica, buon per voi.

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