L’ex spin doctor di Blair in versione commentatore di rugby, ma occhio alle parentesi

Per lo sport, per la politica e anche per la Brexit vale una massima: "Il vincitore è il perdente che sa dare la giusta misura alla sconfitta"

L’ex spin doctor di Blair in versione commentatore di rugby, ma occhio alle parentesi

Sam Warburton dei British and Irish Lions e Kieran Read della Nuova Zelanda alzano insieme il trofeo dopo la partita dello scorso 8 luglio (LaPresse)

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero del settimanale New European. L’autore è il celebre spin doctor di Tony Blair, ora editor at large del settimanale nato per dare voce al 48 per cento che, un anno fa, votò contro la Brexit. Per questo Campbell si scusa se per una volta non si occupa della Brexit (in realtà se ne occupa lo stesso, leggete le parentesi) ma vuole parlare dell’ultima sfida di rugby tra i Lions e gli All Blacks, uno degli eventi più importanti e più seguiti del rugby mondiale. Campbell si occupava della comunicazione dei Lions nel 2005, e racconta di allora e di oggi, delle ragioni del cuore e di quelle della mente, della passione per lo sport e non solo. Soprattutto parla di come si perde, e di come si può cambiare dopo una sconfitta. Questo articolo quindi è stato scritto senza conoscere il risultato finale: per sapere come è andata, leggete qui.


 

Scusatemi se questo mio articolo è già superato. So che molti di voi corrono all’edicola ogni venerdì mattina per comprare l’unico giornale che chiama la Brexit con il suo nome – un disastro senza appello per le persone che l’hanno votata, che ora devono essere convinte a cambiare idea. (…)

 

Ma se condividete la mia passione per i grandi eventi sportivi, allora starete anche provando la mia stessa eccitazione nell’attesa di sapere entro 24 ore se i British & Irish Lions sono riusciti a ottenere quello che è sicuramente uno dei più grandi trionfi della loro storia: una serie di vittorie sul suolo neozelandese.

 

Se state aspettando il risultato del terzo, decisivo test (così si chiamano gli incontri, ndt) contro gli onnipotenti All Blacks, avete il permesso di aspettare che l’incontro sia finito prima di tornare a occuparvi delle calamità legate alla Brexit e del nostro tentativo di dare una sveglia ai leader politici perché cambino idea invece che presidiare sul declino di una nazione che avrà ripercussioni per lungo tempo e che la storia condannerà giustamente come un fallimento distruttivo.

 

Dando retta alla ragione più che al cuore, se dovessi scommettere, direi che gli All Blacks vinceranno. Non soltanto sono la più grande squadra di rugby del pianeta, ma anche la squadra sportiva più grande di sempre, punto. Ma poi c’è la bellezza dello sport, ed è il motivo per cui mi dispiaccio per chi non si lascia conquistare da tale bellezza, per chi non si capacita del fatto che 20 mila britannici e irlandesi abbiano deciso di andare dall’altra parte del mondo per seguire dal vivo questo evento e perché milioni di persone smetteranno di fare qualsiasi altra cosa per assistere a quello che sperano sarà un momento in cui si fa la storia. Perché a volte, nella battaglia tra cuore e ragione, il cuore può vincere. Ha vinto sabato scorso (i Lions hanno battuto gli All Blacks, 24-21, ndt) e se vince una volta può farlo ancora.

 

La testa mi dice che i neozelandesi non hanno perso, fino a sabato scorso, un singolo incontro in casa dal 2009, e che non ne perderanno due di fila. La testa mi dice che la mancanza di disciplina che ha portato alla sconfitta in casa – un altro record incredibile se si pensa a quanto è brutale il gioco oggi – verrà sistemata. La testa mi dice che gli All Blacks finiranno per incarnare quel bellissimo approccio che il keniota nato in Irlanda Colm O’Connell spiega nel mio libro, “Winners and How They Succeed”: “Il vincitore è il perdente che sa dare la misura giusta alla sconfitta”. In altre parole, i neozelandesi avranno certamente capito che cosa è andato storto, e si saranno attrezzati per far andare, questa volta, le cose nel verso giusto.

 

La mia testa ricorda anche l’esperienza che ebbi dodici anni fa con i Lions in Nuova Zelanda, quando l’allenatore Sir Clive Woodward mi convinse ad andare a vedere se le abilità nella strategia e nella comunicazione del mondo della politica potessero essere traslate in un contesto sportivo. Devo dire subito che fuori e dentro il campo quel viaggio non andò bene, il che suggerisce che la risposta immediata e superficiale sia: no, non si può traslare l’esperienza politica in una sportiva. Ma essendo stato per anni il parafulmini di Tony Blair, fui contento di esserlo per i nostri allenatori e giocatori perdenti. Come annunciò Stephen Jones una notte in un bar pieno di fan dei Lions dopo una sconfitta: “Venite e dite ciao ad Alastair, è qui per prendersi le colpe di tutte le azioni che abbiamo sbagliato” – adoro quell’uomo.

 

Anche se perdemmo tutte le partite, e presi molte critiche, come tifoso fu stupendo vedere l’organizzazione di uno sport d’élite da dentro, e feci amicizia non soltanto con l’allenatore ma anche con i giocatori. Uno di loro, Richard Hill, vincitore della England World Cup, è oggi manager della squadra inglese, e qualche tempo fa mi chiamò per incontrare l’astro nascente Maro Itoje, per una conversazione su come si lavora sotto pressione. E’ un giovane ragazzo sorprendente, che capisce anche di politica, ed è stato emozionante vederlo vincere il Man of the Match la scorsa settimana, soprattutto perché era stato scartato dalla linea di partenza al primo test.

 

Ma un’altra ragione per cui amai quel viaggio del 2005 è perché vidi da vicino l’intensità del legame tra i neozelandesi e il loro sport preferito. Non ho mai sperimentato nulla di simile. Molti mi dicono che è uguale per gli indiani con il cricket o per i canadesi con l’hockey, ma conosco molti indiani che non attraverserebbero la strada per vedere un incontro e molti canadesi che non hanno alcun interesse per gli uomini con i pattini.

 

In Nuova Zelanda, ti rendi conto che chiunque è ossessionato dal rugby. E’ più di un circo mediatico, pure se la copertura tra tv, radio, social media è monumentale. Se vai a tagliarti i capelli, il barbiere non vuole parlare che di rugby. Se vai in taxi è uguale. La scorsa settimana in Australia, molti “kiwi” sono venuti a un incontro che stavo tenendo, moltissime erano donne, e tutti parlavano del test, e sapevano tutto dei giocatori, delle loro vite, delle loro debolezze e della loro forza. Se andassi oggi in Nuova Zelanda, mi hanno detto, non sarei “lo spindoctor di Tony Blair” ma “l’uomo che s’è occupato dei Lions e ha perso”.

 

Non c’è dubbio che i britannici siano tra i popoli più fanatici di sport del pianeta. Basta vedere quanti club di calcio ci sono a Londra, con Parigi che ha solo il Psg. Alcune delle squadre di calcio o rugby anche minori hanno un pubblico che squadre importanti di paesi stranieri si sognano. Abbiamo il campionato di calcio più ricco del mondo, il torneo di tennis più importante, che è in corso adesso, e subito dopo ci sarà il torneo di golf più famoso del mondo. Siamo bravi nel ciclismo, e il Team Sky è sulla strada per ottenere una vittoria al Tour de France. Abbiamo un peso massimo campione del mondo nella boxe, siamo forti con i motori e con i cavalli, nel canottaggio, nel triathlon e potrei continuare. Alcuni weekend, ci sono decine di eventi che raccolgono migliaia di persone. Abbiamo già venduto più biglietti per il campionato mondiale dei paratleti di qualsiasi appuntamento precedente, così come Londra 2012 superò qualsiasi record di pubblico e partecipazione che possiate immaginare (nota bene, per tornare al messaggio di New European: non avremmo mai ottenuto l’assegnazione dell’Olimpiade se allora avessimo mostrato il volto Brexit che stiamo mostrando oggi).

  

Ma immaginate di prendere la passione per tutti questi sport e di concentrarla su uno soltanto, e su un’unica squadra. Questo è quel che prova la Nuova Zelanda ora, e rappresenta una pressione enorme. Come riusciranno a controllare e gestire questa pressione farà la differenza a Eden Park, Auckland, all’ultimo incontro (fa riferimento all’ultimo match, quello di sabato, ndt).

 

L’ultima volta che gli All Blacks hanno perso a Eden Park era il 3 luglio del 1994, e Tony Blair non era ancora stato eletto leader del Labour. Questa sequenza impressionante di vittorie basta a sottolineare quanto sarà difficile per i Lions. Per capire con che intensità i neozelandesi e i media vogliono che la sequenza non sia interrotta, vi racconterò quanto è stato difficile per me, dodici anni fa, far sì che mi portassero i giornali in albergo a Christchurch. Avevamo perso 21 a 3, quell’incontro è rimasto celebre per il peggior placcaggio di sempre di Brian O’Driscoll, e il mio ruolo divenne molto controverso: tutti volevano vedere quanto sarebbe stato deciso e agguerrito il mio tentativo di far intervenire le autorità contro i due All Blacks che avevano gettato il nostro capitano per terra e fuori dalla competizione.

 

Nei giorni prima della partita, avevo chiesto molte volte di farmi portare i giornali in camera, e molte volte mi era stato risposto: certo, nessun problema, li portiamo da domani. I giornali apparvero magicamente la domenica mattina dopo la sconfitta. Sopra alla pila in bella mostra c’era il Sunday Star Times, un enorme “Prendetevi questo” come titolo sopra a una foto degli All Blacks giubilanti. E di fianco un altro titolo che tutti in albergo avevano fatto sì che io non potessi non vedere: “Prova a ‘spin’ questa, Alastair”.

 

“Allora, come riuscirà a rivendere bene questa notizia l’ex spindoctor di Tony Blair e ora pr dei Lions Alastair Campbell?”, scriveva un signore di nome Michael Lewis. “Vuoi un consiglio, vecchio amico? Di’ la verità, ‘abbiamo fatto cagare’”.

 

Pure se il sale ha fatto male alla ferita, era impossibile non ammirarli. Una cosa così importante per così tanta gente deve per forza diventare un fattore culturale, e lo è. E’ per questo che se i Lions hanno intanto vinto prima che voi leggiate queste parole, il premio Team of the Year è cosa fatta. E se invece non hanno vinto, almeno ci hanno dato qualcosa su cui fantasticare per qualche giorno, e ora possiamo tornare alla battaglia principale, quella più importante: contro la Brexit.

 

A volte il cuore e la mente stanno dalla stessa parte, ed è la parte giusta. E ricordate, il vincitore è un perdente che sa dare la giusta misura alla sconfitta.  

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