Rolland al Giro fa lo Stradivari

A Canazei il francese della Cannondale batte i compagni di fuga dopo 219 chilometri di valli alpine coi monti a fare soltanto da contorno

Rolland al Giro fa lo Stradivari

Antonio Stradivari saliva in Val di Fiemme da Cremona per scegliere il legno più adatto per i suoi strumenti. Tronchi di abete rosso per realizzare la tavola di violini, viole, violoncelli, chitarre, lastre che erano vibrazioni e risonanza, che diventavano suoni incredibili come non mai. Li vedeva già stesi, già non più piante. Li faceva rotolare, ne udiva il suono, il rimbombo, il tonfo. Poi ne sceglieva i migliori battendo una nocca sulla corteccia e annusandone la parte inferiore, quella più vicina alle radici. O almeno così narrò il pittore Antonio Guadagnini, nipote di Giovanni Battista, liutaio anche lui negli stessi anni di Stradivari.

 

Gli abeti rossi oggi sono rimasti al loro posto, con le radici ben salde nel terreno. Il suono era altrove, era lungo la strada che risaliva la Val di Fiemme e si faceva dopo Moena, val di Fassa: un vociare di uomini e donne e bambini, un fruscio di ruote e di catene e di cambi, uno sbuffare di polmoni che si riempiono e si svuotano lungo una salita infinita, che segna dislivello senza segnare neppure un Gran Premio della Montagna. Avanguardisti all'attacco, minuti e minuti sul gruppo della Maglia Rosa. Avventurosi di giornata, battitori anarchici, gregari in giornata libera, uomini da alta classifica delusi dal Giro e da se stessi, giovani in cerca di una dimensione. Una quarantina di storie a pedali che si sgranano, si perdono e si inseguono. Tra loro Pavel Brutt, Matej Mohoric e Pierre Rolland i primi ad attaccare, ad andarsene, ad azzardare. Il francese il primo rientrare nei ranghi, il primo, ma quando di chilometri ne mancavano una decina, a capire che il tempo era maturo per lo scatto giusto, quello che lascia gli altri a inseguire, che accorcia la distanza dall'arrivo, che conduce alla vittoria. Primo e a mani alzate, con il tempo di esultare, festeggiare, commuoversi. Primo e per la prima volta, dopo anni di fughe andate male, di beffe sotto lo striscione d'arrivo.

 

Si partiva da Tirano, si arrivava a Canazei attraverso 219 chilometri di ascese – Passo dell'Aprica e Passo del Tonale in apertura, Giovo a metà percorso, lo strappo di Cavalese ai meno quaranta –, discese, falsopiani che salgono e salgono e non si arrestano se non al traguardo. Alpi che sono Retiche, che diventano Dolomiti, ma che sono sfondo, che si fanno scenario e panorama mentre i corridori rendono protagoniste le valli, luoghi che il popolo del ciclismo molte volte trascura nell'incensare le cime montane.

Valli che oggi sono state protagoniste uniche, di fuga e inseguimento, di scatti, ma di testa, perché il gruppo si è preso una pausa, l'hanno scrutata e goduta, otto minuti dietro il vincitore, cinque minuti dietro Jan Polanc, che tra gli avanguardisti si era inserito e che tra essi ha trovato una rampa di lancio verso le prime dieci posizioni della classifica generale.

 

Valli che domani ritorneranno platea, perché il teatro lo si farà salendo le Dolomiti, salendo il Passo Pordoi, il Passo Valparola, il Passo Gardena, il Passo di Pinei, la salita che porta a Pontives. Sarà tappone, il secondo. Sarà spettacolo. 

 


Giro d'Italia fisso – la rubrica di Maurizio Milani


  

Oggi ho partecipato alla riunione per stabilire il percorso del nuovo Giro d'Italia over 65. Le tappe saranno uguali a quelle del Giro normale. L'unico cambiamento è che la cronometro a squadre si farà, ma a Londra, ma nemmeno, a quasi 30 chilometri. Il vincitore si sfiderà in pista con quello del Giro Under 23 al velodromo di Londra, ma nemmeno. Anche lì saranno a 100 chilometri dalla capitale. La capitale inglese infatti non ha voluto scucire un'euro.

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