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Gli stadi senza divinità ed eroi e il fortissimo pensiero debole di Conte

White Hart Lane era un tempio, e ora dei templi non si sa bene che farne se non demolirli per costruire strutture con gli asili e le poltroncine riscaldate

Gli stadi senza divinità ed eroi e il fortissimo pensiero debole di Conte

Purtroppo non è una fake news. Il White Hart Lane viene smantellato anche dai tifosi dopo l’ultima partita giocata in casa dal Tottenham (foto LaPresse)

Londra. Ventiquattr’ore dopo l’addio commosso del popolo del Tottenham a White Hart Lane, le ruspe hanno cominciato a scavare nel mezzo del manto erboso, riproponendo il solito dilemma fra il vecchio e il nuovo, l’autentico e l’artificioso, il romantico e l’efficiente. Gli Spurs fra due stagioni giocheranno in uno stadio bello, modernissimo e molto sicuro, ma Massimo Marianella ci mette in guardia: gli stadi inglesi nuovi funzionano bene ma non hanno l’anima, non si rimpiazza una tradizione con degli investimenti.

 

Nel mondo delle idee astratte, il giornalista di Sky Sport ha ragione, ma nel mondo reale il calcio come esperienza religiosa è finito da un pezzo. Quel calcio, in quanto evento liturgico, aveva necessariamente bisogno di templi dove consumare il rituale, mica si poteva fare in un centro commerciale con un prato verde in mezzo.

 

L’effetto collaterale della vicenda erano gli hooligan, che erano il lato dionisiaco del fenomeno religioso: ogni festa ha le sue baccanti, ogni sacrificio prevede una vittima sull’altare. Quella forma fideistica dello sport è stata giudicata eretica con un concilio segreto tenuto in qualche cittadina svizzera, e ora che il calcio è diventato, più modestamente, un bell’evento sportivo e d’intrattenimento pensato per le famiglie, anche gli stadi si sono evoluti di conseguenza. White Hart Lane era un tempio, e ora dei templi non si sa bene che farne se non demolirli per costruire strutture con gli asili e le poltroncine riscaldate. Un discorso simile vale per i simboli e gli eroi. Si è fatto un gran parlare dell’ingresso nel recupero di Totti contro la Juve, e spero che se ne parlerà ancora se per caso Spalletti si troverà, all’ultima di campionato, con la necessità di far punti e l’eroe di Roma che deve dare l’addio in uno stadio già tutto esaurito. Nel calcio di oggi, quello degli stadi nuovi e freddi, l’allenatore ha certamente ragione. Ma se uccidere Ettore è parte della pugna, profanare il cadavere trascinandolo fuori dalle mura di Troia magari è un eccesso di zelo, anche per questi tempi antieroici.

 


Marta Ponsati, moglie di Callejon, festeggia il 5-0 del Napoli a Torino contro i granata. Quando il marito segna, lei è sempre contenta, soprattutto se fa doppietta in un solo pomeriggio (foto via Instagram)


 

Se c’è una cosa il cui significato mi sfugge, oltre alle citazioni musicali di Eugenio Scalfari nei suoi pezzi, sono le classifiche avulse. Capisco che, con un campionato chiuso a gennaio, qualcosa si debba inventare, ma si potrebbe almeno avere il buon gusto di rubricarle a passatempo curioso, non costruirci sopra finali di stagione alternativi basati sul “se fosse…”. Sapere che la classifica delle ultime 7 giornate di serie A vedrebbe il Crotone in testa è come sapere che Insigne sarebbe forte di testa se fosse più alto. In molti casi le statistiche sono il rifugio degli sfigati, o dei giornalisti a corto di complimenti. Che il Napoli abbia stabilito il record di gol segnati in una stagione è certamente molto interessante, ma ai fini della corsa scudetto conta come il mercato estivo della Roma: illude e lascia la bacheca impolverata.

 

Andate a parlare di classifiche avulse a Pioli, in testa al campionato virtuale per dieci giornate a metà stagione, vediamo cosa vi dice. Il calcio non si fonda su quello che poteva essere e non è stato, altrimenti in finale di Europa League ci sarebbe il Celta Vigo di Guidetti e non il Manchester United e la Juventus avrebbe almeno tre Champions League in più. Bene ha fatto De Rossi domenica sera a stoppare i discorsi su dove potrebbe essere la Roma oggi se solo non avesse perso il derby e qualche punto qua e là: “Se fossimo stati più vicini in classifica la Juve non avrebbe giacato così”. Dove per “così” si intende una difesa addormentata e la testa a Cardiff. E’ un’antica verità che con il calcio champagne si divertono critica e tifosi, ma si vince ben poco (e non venitemi a parlare del Barcellona o metto mano alla bottiglia). Lo ha dimostrato bene Antonio Conte, vincendo la Premier League grazie a una grande fase difensiva, motivazioni a mille e poco, pochissimo bel gioco. Lo stesso vale per lo United di Mourinho, arrivato in finale di Europa League dopo un tornao tanto brutto quanto efficace. Evviva il pensiero debole di Conte e dei suoi simili, cento volte meglio del guardiolismo, pippa esistenziale sul calcio come metafora della vita che va giocata fino in fondo.

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