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La rimonta che conta

Mou riapre la Premier, il derby cinese è peggio di Bastia-Lione. Forza Leicester

La rimonta che conta

José Mourinho esulta moderatamente ai gol del suo Manchester United contro il Chelsea di Antonio Conte, di cui nella foto si intravede la folta ma ammosciata chioma (foto LaPresse)

Manchester. “Se domenica in campo schiero i bambini voi mi ammazzate”. In queste poche parole dette da José Mourinho prima dell’andata di Europa League contro l’Anderlecht c’è la chiave per indovinare il pensiero del Filosofo in questi giorni. Il Manchester United è la favorita per la vittoria finale nella coppa europea sfigata, mentre in Premier League la sua squadra ha perso il treno dei primi posti da tempo, e può giusto provare ad arrivare quarta per qualificarsi alla prossima Champions. Mou però sapeva che non avrebbe potuto fallire il ritorno contro il Chelsea, non dopo l’eccessiva esultanza dell’italiano all’andata e il mezzo furto subìto in FA Cup.

 

I suoi tifosi aspettavano la vendetta, e vendetta è stata. Manchester United-Chelsea è stato Mourinho allo stato puro, e probabilmente la sfida che ha consegnato definitivamente nelle mani del portoghese una squadra fino a domenica mai veramente sbocciata. Anche perché troppo giovane per i suoi gusti sofisticati: quando lo Special One dice “bambini” infatti intende i giovani, e per lui i giovani non sono quasi mai pronti. In attesa di vederli crescere a dovere (e Marcus Rashford qualcosa già lo ha dimostrato), ci godiamo il campionato inglese riaperto, con il Tottenham – fregato lo scorso anno dal Leicester – a 4 punti dalla squadra di Antonio Conte. Quattro punti sono tantissimi, ma gli Spurs non sono la Roma: non passano il tempo tra una partita e l’altra a dire che con 6 punti di distacco dalla prima il campionato è riaperto, poi pareggiano in casa contro l’Atalanta e come se niente fosse passano a fare i bulli con il Napoli dichiarando che loro puntano al secondo punto. Confesso di tifare Tottenham per la corsa al titolo: due italiani che per due anni di fila vincono la Premier League con due squadre diverse mi sarebbero insopportabili. Non la pensano come me i tifosi dell’Inter, atterriti alla sola idea di un Chelsea che perde il campionato: vorrebbe dire che Conte l’anno prossimo sarebbe l’allenatore dei nerazzurri.

 


La fidanzata di Gylfi Sigurdsson, Alexandra Ivarsdottir, soffre di una fastidiosa labirintite che le impedisce di dondolarsi in pace sull’amaca. Qui si lamenta dopo l’ennesima caduta


 

Del derby di Chinatown ho trattenuto essenzialmente due cose. La prima è che certe corrispondenze dall’Asia raccontano che i cinesi allegramente se ne sbattevano della partita giocata quasi per caso a Milano, ma non per caso offerta in un orario compatibile con le presunte esigenze del mercato. Ma quale mercato? Ci vorrà tempo, probabilmente molto, perché attecchisca a livello popolare un evento in cui, alla faccia della globalizzazione, i tifosi di una squadra propongono il motto della coreografia in dialetto. La seconda lezione di questo derby è che il livello somigliava terribilmente a quello del campionato cinese, con errori a non finire, giocate a bassissima velocità, arbitri che trattano i giocatori come fossero alla scuola calcio e perfino il proverbiale calcione sul ginocchio in pericoloso ritardo. Insomma, in tutta questa globalizzazione si respirava un’aria da campetto di provincia, quelli sui cui troppo spesso si scatenano risse fra genitori che fanno la fortuna dei collettori di contenuti morbosi, come la Gazzetta dello Sport.

 

Nella categoria metto dentro anche lo stadio del Bastia, dov’è andata in scena la colossale aggressione contro i giocatori del Lione quando la partita non era nemmeno iniziata. Sono immagini insopportabili, ma occorre vederle per rendersi finalmente conto che la Ligue 1 è la parodia di un campionato europeo. La sua cugina emancipata, la Liga, molti anni fa ha sostituito l’acredine con il divertimento, al posto dell’agonismo ha messo il circo, e il risultato è che il Barcellona, a forza di tiki e di taka, in Champions deve mettere otto attaccanti per recuperare. Comunque tranquilli: l’unica remuntada che conta è quella del Leicester.

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    18 Aprile 2017 - 12:12

    Anche lei come Luis Enrique: "il Barcellona deve mettere otto attaccanti per recuperare". Ma come non capite? Il problema del Barcellona non è quanti goal può fare, ma come fare a non prenderne. Nelle ultime gare ha incassato non meno di due reti a partita. E' una squadra senza difesa. Ma avete visto Piqué sul primo goal di Dibala? Avete visto Mascherano sul goal di Chiellini? Ma Piqué è un giocatore di calcio? Può finire 3 a 2, o 4 a 3, o anche 6 a 3: risultato è che il Barca è fuori. Non si gioca senza difesa.

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