Lo scatto verso il Rosa di Marco Pantani: meno 19 al Giro100

Il Giro d'Italia del 1998 fu l'unico vinto dal Pirata. Il duello con Pavel Tonkov verso Plan di Montecampione e l'azzardo sulla Marmolada

Lo scatto verso il Rosa di Marco Pantani: meno 19 al Giro100

Marco Pantani con Pavel Tonkov verso Plan di Montecampione al Giro 1998 (foto LaPresse)

La battaglia campale andò in scena il 4 giugno. Era il Giro d’Italia del 1998 e c’erano 243 chilometri da percorrere, da Cavalese a Plan di Montecampione, in mezzo l’ascesa di Fai della Paganella e quella del Goletto di Cadino. Antipasto alpino di un palcoscenico ascensionale nel quale rimasero solo in due avanti a tutti, uno in piedi sui pedali, l’altro seduto, con solo la bicicletta come mezzo consentito di predominio. Iniziò come coro, proseguì presto come duetto, finì in un assolo. Un uomo solo al comando, in Maglia Rosa, un’esplosione di scatti tramutatisi prima in lotta, poi in solitudine, una sinfonia: Marco Pantani.

Il ciclismo però non è solo duello, molte volte è imboscata e azzardo. Se il primo appassiona, il secondo entusiasma, perché è esplorazione, sovversione, scoperta. Pantani si scoprì e venne scoperto quattro anni prima, sul Passo di Monte Giovo e sul Mortirolo, sul Valico di Santa Cristina divenne già certezza. Ci pensò poi la sfortuna a rallentare tutto: una macchina che lo investì a un semaforo, un’altra che lo speronò contromano a sessanta all’ora in discesa, un gatto che attraversò la strada quando non avrebbe dovuto.

Sulle Alpi apparve Marco Pantani: meno 23 al Giro100

Prima lo scatto sul Passo di Monte Giovo e la planata verso Merano, poi il vuoto sul Mortirolo e sul Valico di Santa Cristina. In due giorni lo scalatore romagnolo ribaltò il ciclismo

Pantani dopo quel giorno all’Aprica del 1994 non aveva più vinto al Giro. Quando ci riuscì il 30 maggio sul Piancavallo fu sollievo, ma a metà. Pavel Tonkov e Alex Zülle avevano ceduto, ma solo pochi secondi e con quaranta chilometri a cronometro la Maglia Rosa assumeva le sembianze di un’ipotesi solo sfumata. Tre minuti e quarantotto secondi sullo svizzero, uno e quarantasei sul russo. Tanti, perché c’era ancora una prova contro il tempo, Zülle sembrava andare fortissimo e Tonkov aveva dimostrato di essere gli anni precedenti un cagnaccio incapace di mollare la presa.

 

Per vestire la Maglia Rosa a Pantani serviva un miracolo. Decise di fabbricarselo.

 

Mancavano ancora due arrivi in salita: Alpe di Pampeago e Plan di Montecampione. Doveva decidersi lì tutto, erano quelli i teatri migliori dove provare a staccare gli avversari. In mezzo c’era la classica cavalcata dolomitica: 215 chilometri da Asiago a Selva di Val Gardena, con il Passo Duran, la Forcella Staulanza, la Marmolada e il Passo Sella da salire e discendere, perché l’arrivo era a valle, in discesa.

 

Le valli hanno sempre subito l’arroganza delle cime, perché uno guarda in alto, ammira le guglie delle Dolomiti, fa appena caso al resto. Il ciclismo aveva iniziato a imitare il turismo montano: tutto doveva concludersi a salire, perché quello era il verso giusto, quasi se lo scendere fosse robetta di poco conto, variabile da eliminare.

 

Con uno scenario del genere non poteva essere battaglia campale, doveva per forza trasformarsi in imboscata. Mancavano poco più di cinquanta chilometri all’arrivo e Pavel Tonkov provò a testare la condizione dei rivali, uno scatto di assestamento per vedere la pedalata di Zülle sotto sforzo. Il terremoto arrivò un chilometro dopo. Pantani uscì dal gruppo, lo raggiunse, scattò e lo staccò. C’era la Marmolada sotto le ruote, il dritto di Malga Ciapela, quel rettilineo che punta le nuvole, non era ancora finito. Il Pirata era in Maglia Verde, quella degli scalatori, era all’inseguimento degli avanguardisti del mattino, era in fuga dal resto del gruppo. Alla sua ruota Giuseppe Guerini, che lo chiamavano Turbo perché quello era il suo motore in salita. Si guardarono negli occhi, parlarono, capirono che l’impresa era fattibile. Cinquanta chilometri al traguardo, la cima del Passo Fedaia da raggiungere, il Sella da ascendere e discendere. Un serpentone d’asfalto che era meglio percorrere assieme. Pantani voleva il Giro, Guerini una tappa, sebbene in classifica avesse soltanto mezzo minuto dal romagnolo. Non si diedero la mano solo perché tra ciclisti galantuomini basta un cenno del capo. Proseguirono assieme tra le cime delle Dolomiti, tornante dopo tornante, larice dopo larice, pedalata dopo pedalata. Gli altri dietro con meno grazia e più fatica, molti curvi sul manubrio, quasi a ricordare che dietro ad ogni bellezza c’è una sofferenza.

Pantani e Guerini si gettarono in discesa e nemmeno lì provarono a godersi il panorama. Anche lì fu foga e voglia di mettere più secondi possibili tra loro e tutti gli altri. Il paese lo notarono solo per l’affacciarsi di macchie bianche ai lati della strada, perché il triangolino dell’ultimo chilometro sventolò sulla loro testa. Lì l’ultima rampa, Marco che andava a tutta per aggiungere secondi, Giuseppe che faceva altrettanto perché non poteva fare altrimenti, perché i patti sono sacri, ma lo è altrettanto la voglia di arrivare con nessuno davanti all’arrivo. Il traguardo Guerini lo passò per primo, Pantani per secondo. Aspettarono Tonkov per due minuti e quattro secondi; Zülle per oltre quattro. Marco Pantani fu chiamato sul podio per vestire la sua prima Maglia Rosa. Con questa arrivò alla battaglia campale, con questa la vinse e raggiunse a Milano.

Vincitore: Marco Pantani in 98 ore 48 minuti e 32 secondi;

secondo classificato: Pavel Tonkov a 1 minuto e 33 secondi; terzo classificato: Giuseppe Guerini a 6 minuto e 51 secondi;

chilometri percorsi: 3.811.

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