Berlusconi, il rivoluzionario del pallone

Il Milan passa di mano. Si chiude l'èra rossonera del Cav. che, al di là delle sue opinabili idee tattiche, ha trasformato questo sport in uno show televisivo

Berlusconi, il rivoluzionario del pallone

Foto LaPresse

Con l’agognata conclusione della trattativa per la cessione del Milan, un feuilleton che ha cucito insieme personaggi pittoreschi – i mister Bee, i Galatioto, i Gancikoff – e faide, contrattempi, sospetti degni di Graham Greene, Silvio Berlusconi dice addio alla sua creatura forse più amata, certo la più fortunata, a trentuno anni di distanza dalla discesa in campo archetipica. Una stagione irripetibile nella vita del Cavaliere e dei suoi adoranti sudditi rossoneri, cadenzata da ventinove squilli di tromba – otto scudetti, cinque Coppe dei campioni, tre Coppe intercontinentali, cinque Supercoppe europee, una Coppa Italia e sette Supercoppe italiane, compresa l’ultima, conquistata pochi mesi fa ai danni della feroce Juventus di questi anni Dieci – che fanno di Berlusconi, a dispetto dei risolini dei detrattori, il presidente più titolato della storia del calcio, a pari merito con il leggendario capopopolo madridista Santiago Bernabéu. “Si parla tanto”, sbottò una volta il Cavaliere, “del Milan di Sacchi, del Milan di Capello, del Milan di Ancelotti: ma del Milan di Berlusconi non si ricorda nessuno?”, e tutti pensarono che alludesse alle prerogative del mecenate dalle risorse pressoché infinite o a quelle del condottiero che ogni venerdì planava su Milanello per energizzare le truppe, sia pure con alterni gradi di successo. La rivoluzione sacchiana non ingranò fino a quando il patron non chiarì ai calciatori che il Profeta di Fusignano sarebbe rimasto al suo posto in ogni caso, ma quando, nel 1988, auspicò che la squadra si astenesse da ogni attività sessuale in vista del finale di campionato, Gullit lo freddò: “Presidente, io con le palle piene non riesco a correre”. Berlusconi, invece, aveva in mente tutt’altro: dei successi del suo Diavolo si riteneva artefice diretto, convinto com’era delle competenze tecnico-tattiche affinate sui terreni polverosi che ospitavano la squadra aziendale dell’Edilnord.

Dal 20/2/1986 al 13/4/2017: tutti i successi del Milan di Berlusconi

In trentuno anni di presidenza i rossoneri con il Cav. hanno vinto 29 trofei, tutti quelli che poteva vincere (ad eccezione della Coppa Uefa/Europa League)

Su quella panchina aveva sostituito in prima persona Marcello Dell’Utri, rimosso dall’incarico per l’eccessivo difensivismo: in campo, secondo le cronache del tempo, si distinguevano il fratello Paolo, punta sgusciante e prolifica, e Fedele Confalonieri. Ma l’epica del Berlusconi allenatore prescinde dalle qualità dei singoli: anni dopo avrebbe ricordato come quella compagine fosse in grado di completare “ventiquattro passaggi consecutivi, mai più lunghi di tre metri”, praticando il tanto celebrato tiki-taka con trent’anni d’anticipo sul Barcellona di Guardiola.

 

Sicuramente, la tentazione di replicare a San Siro lo schema del proprietario-allenatore lo solleticava – “ho una grande considerazione di me stesso”, rincarò, memore della lezione della zia suora che gli preconizzava un futuro da cardinale, se solo si fosse deciso a entrare in seminario. Dissuaso dagli impegni e probabilmente da collaboratori forniti di un più spiccato senso del ridicolo, si limitò a trasmettere le proprie direttive al tecnico di turno, preferibilmente a mezzo stampa: celebri le sue filippiche sulla difesa a quattro e sulle due punte, pilastri del dna strategico milanista. Queste ingerenze – peraltro non limitate alle cose rossonere: dopo la finale degli Europei del 2000, un suo appunto sulla marcatura di Zidane provocò le dimissioni del suscettibile Zoff – non agevolarono i rapporti di Berlusconi con gli allenatori.

 

Solo Sacchi seppe arginarlo, ottenendo persino l’ingaggio di Rijkaard in luogo del funambolo Borghi, pupillo del Cavaliere. Zaccheroni, più che con la professata militanza a sinistra, si giocò il posto smentendo che l’intuizione di Boban trequartista fosse partita da Arcore; Ancelotti, più saggio e accomodante, in pubblico assecondò sempre i suggerimenti del datore di lavoro, salvo poi continuare a giocare e vincere con la punta unica e l’albero di Natale; di Allegri si fece sfuggire che “no el capisse un casso”; a Inzaghi pretese di dimostrare come incitare la squadra da bordocampo – e il suo tonitruante “attaccaaaaree” impazzò a lungo sui social network. E pensare che, per fare pace con se stesso, gli sarebbe bastato riconoscere che le sue opinabili convinzioni tattiche non gli avevano impedito di rivoluzionare il calcio italiano e mondiale.

Il tono dimesso di Li Yonghong e quell'effetto Cina che aumenta il nostro senso di vuoto

L’amato ex presidente è triste, noi tifosi dobbiamo fidarci del nuovo che avrà bisogno di tempo (e tifo) per riportare il Milan in alto.

E’ il giugno del 1971. Dopo un breve ma fortunato interregno – segnato dal ritorno di Rocco in panchina e dalla conquista di scudetto, Coppa dei campioni (4-1 all’Ajax del primo Cruijff) e Coppa intercontinentale – Franco Carraro, paracadutato alla guida del Milan dopo la prematura scomparsa del padre, decide di lasciare la carriera partigiana per dedicarsi alla politica sportiva (e non solo). La ricerca di un successore è complicata dalla zavorra di fideiussioni che, per antica consuetudine non intaccata dalla trasformazione dei club in società per azioni, il presidente entrante dovrà ereditare da quello uscente: un regalo di benvenuto da circa 900 milioni di lire. Si fa avanti un costruttore trentacinquenne, la cui ambizione – ha appena avviato la realizzazione di un innovativo quartiere residenziale nel territorio del comune di Segrate – non sembra supportata da un adeguato pedigree. Carraro lo soppesa e conclude che non valga neppure la pena d’intavolarci una trattativa.

 

Ma quel giovane imprenditore impomatato non è un personaggio facile allo scoramento. Se il Milan, come avrebbe ripetuto negli anni, è principalmente un affare di cuore, il calcio è un affare di testa – specie dopo che all’attività edilizia si è affiancata una sempre più rilevante presenza televisiva. All’inizio degli anni 80, Berlusconi riprova a entrare nel salotto buono del pallone, ma da un’altra porta. Sfida apertamente la Rai, che fino ad allora aveva goduto di un’esclusiva incontrastata sulle trasmissioni calcistiche, a fronte di un esborso che l’ultimo contratto con la Lega aveva fissato in circa due miliardi l’anno. Berlusconi ne offre sedici e promette un palinsesto rinnovato, provvigioni pubblicitarie, sinergie con l’editoria e con le figurine Panini. La politica si ribella alla privatizzazione del passatempo nazionale, ma viale Mazzini deve mettere mano al portafogli.

 

Il calcio è il contenuto perfetto per costruire la supremazia mediatica che Berlusconi insegue: emoziona il pubblico e non è replicabile. Non può avere la serie A? Nessun problema, il Cavaliere si butta sul calcio estero e giunge persino a inventarsi una nuova competizione, il Mundialito per club: una manciata di edizioni con la partecipazione dei più gloriosi club del mondo – poche partite sufficienti a illustrare le potenzialità del prodotto, esaltato da una regia all’americana che persino Repubblica finisce per incensare. E’ da questa iniziativa che nasce il tanto chiacchierato abboccamento tra Berlusconi e l’Inter. Mazzola fa da intermediario con Fraizzoli, che sarebbe disposto a una cessione parziale, ma non fa i conti con la vocazione maggioritaria di Berlusconi. Non se ne fa nulla.

 

Finalmente, si presenta l’occasione per impossessarsi del Milan: siamo nel 1986 e i rossoneri, fiaccati da gestioni piratesche, si ritrovano sull’orlo del fallimento. Affare di cuore e di testa, dicevamo: Berlusconi aspetta l’ultimo istante utile prima della presentazione dei libri in tribunale e non si discosta di una lira dalla propria offerta: quindici miliardi, debiti compresi. Una volta conquistata la società, però, non bada a spese: nei primi due anni, investe cinquanta miliardi per il rafforzamento della rosa. Il piano è chiaro: trasformare una nobile decaduta in un veicolo pubblicitario irresistibile. Nelle parole di Gianni Agnelli, principale esponente dell’aristocrazia del pallone, Berlusconi “si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport di città a spettacolo televisivo. Il suo Milan lo paragonerei agli Harlem Globetrotters, e lui al capo del Madison Square Garden”.

Il calcio italiano a metà degli anni 80 è ancora dominato da gestioni approssimative e da logiche feudali; quella proposta da Berlusconi è una vera e propria rivoluzione industriale. La prima regola è quella di una gestione professionale: ripudiati gli ex calciatori volenterosi, persino quelli che si chiamano Rivera, il primo Consiglio d’amministrazione del nuovo Milan arruola manager, professionisti, giornalisti: Giancarlo Foscale, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri, Carlo Bernasconi, Marcello Dell’Utri, Sergio Travaglia, Vittorio Dotti, Leonardo Mondadori, Gigi Vesigna e Cesare Cadeo. La società diventa – così Antonio Ghirelli – un “elemento “eversivo” nel sistema calcistico [perché agisce] secondo una logica di mercato che nulla [ha] da spartire con il normale comportamento dei club calcistici”. Centrali le sinergie con il gruppo di aziende di Berlusconi, di cui il Milan diventa l’effigie vincente – mentre le perdite della società, assorbite dal consolidato, ne riducono gli oneri fiscali.

 

Ovviamente, perché il piano funzioni, occorrono i successi sul campo. Con Sacchi in plancia di comando, è subito scudetto; l’anno dopo arrivano Coppa dei campioni, Supercoppa europea e Coppa intercontinentale. Superata la crisi di rigetto, il movimento calcistico comincia a studiare come emulare il modello: di lì a poco, mentre i ricavi da diritti televisivi esplodono, si affermano gestioni che, a vario titolo, tenteranno di replicare il successo di quel Milan: la Lazio di Cragnotti, la Roma di Sensi, il Parma di Tanzi, la Fiorentina di Cecchi Gori, tutte destinate al naufragio. Si salvano la Juventus della triade, che accoglie e perfeziona il format rossonero; e l’Inter di Moratti, che conta sulle tasche profondissime del proprio mecenate. Berlusconi, intanto, guarda già oltre: a una riforma complessiva dell’industria calcistica: tempo effettivo, fidelizzazione dei tifosi, maggior apertura agli stranieri, playoff e Superlega europea – nelle dichiarazioni di quegli anni, c’è già tutto il dibattito sul business del calcio dei successivi tre decenni.

 

C’è anche, forse, il limite di quel Milan: tutto appiattito sulle logiche televisive, ormai di dominio comune, il braccio sportivo di Fininvest non riesce a intercettare con altrettanta efficacia nuove opportunità di ricavo. E’ spesso il destino degli innovatori: maggiore è il successo di una scoperta, maggiore la rapidità con cui si consuma il relativo vantaggio competitivo. Berlusconi ha ormai altro per la testa: il 18 maggio 1994, il suo primo governo incassa la fiducia del Senato, mentre ad Atene il Milan di Capello demolisce il Barcellona di Cruijff e conquista un’altra Coppa dei campioni. E’ il cambio della guardia: dopo il Berlusconi urbanista, il Berlusconi editore, il Berlusconi dirigente calcistico, arriva il Berlusconi politico. Il Milan può camminare con le proprie gambe. Ha camminato così tanto, che è arrivato in Cina.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    14 Aprile 2017 - 19:07

    mi pare che Berlusca sia un pò affogato in qualche miliardo di euro e che faccia il povero che non può ancora finanziare la sua squadra del cuore è chiaro sintomo di declino anche se in apparenza per tutti è ancora un leone.

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  • Carletto48

    14 Aprile 2017 - 15:03

    E' il superfluo che fa grande un paese, una nazione. Ville, castelli, parchi, monumenti, teatri stanno a testimaniare la grandezza di una civiltà. Ed il gioco del pallone si annovera tra queste grandezze e quando una squadra che è stata la massima espressione di questa civiltà passa di mano e va a finire in mano a chi fa parte di altre culture, vuol dire che la civiltà originaria sta inesorabilmente decadendo.

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