Il gregario che batteva i capitani, Miro Panizza: meno 38 al Giro100

Nel 1980 l'Italia del ciclismo dimenticò per tre settimane i campioni di allora e fece il tifo per Wladimiro. Si risvegliò sullo Stelvio quando Bernard Hinault fece capire a tutti che le fiabe nel ciclismo non esistono

Il gregario che batteva i capitani, Miro Panizza: meno 38 al Giro100

Vladimiro Panizza

Il lago Maggiore è confine, uno specchio d’acqua tra le montagne, una parentesi tra due mondi. Da un lato le ville, la villeggiatura estiva, dall’altro l’Insubria delle fabbriche, il varesotto operaio. Da una parte il novarese calcistico, dall’altra la Lombardia a pedali. Varese è terra di ciclismo: Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia, da Induno Olona, Alfredo Binda, primo a vincerne 5, da Cittiglio, e poi Michele Mara, Claudio Chiappucci, Ivan Basso, Stefano Garzelli. Grandi atleti, vincenti, capitani, nati a nemmeno 40 chilometri l’uno dall’altro. Poi gli altri, tanti, gente da fatica, chilometri, vento in faccia, gente da poche vittorie e tanto lavoro, gente che parla poco, perché quando si è a tutta le parole non escono, gregari. E poi Miro Panizza, che gregario è stato quasi sempre e quasi sempre si è trovato ad andare più forte dei capitani. Piccolo, un metro e sessanta, leggero, 50 chili scarsi, scalatore da tirate, uno che doveva fare ritmo per stancare gli avversari, fare selezione, lanciare il capitano di turno. Michele Dancelli, nel 1967, fu il primo, Silvano Contini, nel 1985, l’ultimo, in mezzo due generazioni di grande ciclismo, da Merckx e Gimondi, a Moser, Saronni e Hinault. Diciotto Giri d’Italia, record, cinque Tour de France. 

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Il corridore della Peugeot è stato il primo africano a vincere una tappa nella corsa rosa. Era il 1979, l'anno del primo successo di Beppe Saronni

Miro era Wladimiro, per Lenin, ricordo del padre partigiano e comunista, era battistrada, apripista, in salita scandiva, accelerava, si esauriva, si spostava e lì toccava al capitano. Così ad ogni inizio Giro, perché Miro capitano lo è stato solo due anni, sempre nei dieci, mai una vittoria, perché i corridori come lui non vincono, possono dare spettacolo, ma a braccia alzate sotto un traguardo, per un motivo o per l’altro, non ci arrivano mai. Il problema è che sei logoro dal vento e dai chilometri, segnato e segato quando gli altri iniziano a fare sul serio. Questa è la vita del gregario. 

 

Miro di questo se ne fregava, perché se sei cresciuto senza un soldo, ti sei svegliato alle quattro del mattino, percorso 40 chilometri in bicicletta per andare al lavoro, hai lavorato per 10 ore e ti sei rifatto altri 40 chilometri per ritornare a casa, capisci che la vita del corridore è comunque un lusso. Miro se ne fregava della fatica, prendeva fiato e saliva con il suo passo ed era passo spedito, veloce, potente, con quel passo recuperava sul gruppo, staccava altri capitani, riprendeva il suo, lo aiutava di nuovo. A volte capitava che lo staccasse pure, allora doveva diminuire l’andatura, aspettarlo, andare avanti insieme. A volte capitava che a far ritmo staccasse tutti, rimanesse solo, e lì stava al direttore sportivo essere magnanimo, decidere se fermarlo o farlo partire, e quasi sempre era un rimani, non muoverti. Altre volte era un "se riesci provaci", come sul Monte Maddalena nel Giro 1975, come sul Bondone tre anni dopo, come a Pau nel Tour del 1976: vittorie. 

 

A volte capitava che era il capitano a non farcela a stare dietro a Miro. Nel 1980, a 35 anni, passa alla Gis, capitano Saronni, vincitore del Giro l’anno prima. L’obbiettivo era il bis, ma con Bernard Hinault era dura. Beppe vinse sette volte, a cronometro diede paga pure al francese, ma in salita si accorse quasi subito di non andare. Battere il Tasso era difficile, possibile solo se lo si faceva sbagliare, se lo si innervosiva, perché Bernard aveva un carattere focoso, si agitava se messo sotto pressione. La tattica allora era una sola: Miro a marcare il francese, a stargli a ruota e tutti gli altri con Beppe. Panizza non se lo fece dire due volte e non si staccò da Hinault. Hinault attaccava, i suoi scatti erano rasoiate, ma Miro era sempre lì, dietro, impassibile. Verso Orvieto, sul Monte Amiata anticipò gli altri uomini di classifica. A Roccaraso, una settimana dopo, Hinault fece un quarantotto, sparpagliò il gruppo, ma Miro serafico non perse un metro e al traguardo vestì la Maglia Rosa, la prima.

Non mollò Miro, e l’Italia fece il tifo per lui. Superò indenne le Dolomiti, ma sullo Stelvio il francese e il compagno Bernadeau fecero l'agguato e se ne andarono da soli. Miro dietro faticava, provava a resistere, ma senza compagni di squadra dovette arrendersi. Perse la maglia e il Giro. E l’Italia si svegliò dal sogno del Miro d’Italia, capì che quelli come Miro non possono vincere, perché sarebbe fiaba e le belle storie, quelle dei gregari che battono i campioni erano solo invenzioni, pause temporanee tra un dominio e l'altro.

 

Vincitore: Bernard Hinault in 112 ore 8 minuti e 20 secondi;

secondi classificato: Wladimiro Panizza a 5 minuti e 43 secondi; terzo classificato: Giovanni Battaglin a 6 minuti e 3 secondi;

chilometri percorsi: 4.025.

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