Il Giro d'Italia unisce l'Europa sotto la tirannide di Merckx: meno 45 al Giro100

Nell'edizione del 1973 Vincenzo Torriani fa partire la corsa dal Belgio e la fa rientrare in Italia toccando Colonia, Lussemburgo, Strasburgo e Ginevra. Il belga regnò in Maglia Rosa dalla prima all'ultima tappa

Il Giro d'Italia unisce l'Europa sotto la tirannide di Merckx: meno 45 al Giro100

Eddy Merck sul Monte Carpegna durante il Giro del 1973

Vincenzo Torriani aveva quell’idea in testa che la Resistenza era finita da poco e Armando Cougnet non gli aveva ancora lasciato la direzione del Giro d’Italia. Conquistare il continente con la bicicletta, unire l’Europa con pedivelle e ruote. L’Europa, ossia Giro di, anzi Tour d’Europe, che il francese era ancora la lingua del ciclismo.

 

Ci provò per anni, poi la creazione nel 1952 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) gli diede una mano. E così nel 1954 Torriani diede il via al suo sogno: partenza da Parigi e arrivo a Strasburgo e sedi di tappa in Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Lussemburgo e Austria, un centinaio di iscritti, vittoria a Primo Volpi. Due anni dopo provò la replica. L’indifferenza fu però generale e tutto naufragò. Torriani però non s’arrese. Si mise a pensare, a pianificare, a sconvolgere ancora il già visto. Se era impossibile organizzare qualcosa a livello internazionale “esporterò il Giro”, disse. Nel 1966 il primo test, partenza dal Principato di Monaco, nel 1973 il compimento del progetto: partenza dal Belgio, Verviers, cronometro a coppie, poi Colonia, Lussemburgo, Strasburgo, Ginevra, rientro ad Aosta.

 

Era Giro d’Italia, ma aveva respiro continentale, era unificazione democratica per ambizione, a ognuno un pezzo di corsa, divenne il più perfido e alienante totalitarismo. Il dittatore sempre il solito: Eddy Merckx, in testa dall’inizio alla fine, come Girardengo nel 1919 e Binda nel 1927, ma quella volta, al contrario degli illustri antecedenti, sempre in Maglia Rosa (che venne introdotta solo nel 1931).  E non fu solo dominio personale, ma nazionale. Belga ovviamente: tredici vittorie su venti tappe percorse.

 

Merckx l’anno precedente aveva vinto tanto, al solito, ma non tutto: aveva chiuso con una Mondiale perso, quarto. La beffa, in corsa, gli sberleffi, sulla stampa. Merckx non parlò, preferì i fatti. Li mise in strada l’anno dopo: Trofeo Laigueglia, prima gara stagionale, vinse; Giro di Sardegna, seconda gara stagionale, vinse; campionati belgi in pista, Americana, vinse. La Milano-Sanremo no, non partecipò, tonsillite. Al Fiandre fu terzo, ma i postumi della malattia erano più che un alibi. Poi infilò Gand-Wevelgem, Amstel Gold Race, Parigi-Roubaix e Liegi-Bastogne-Liegi. A fine aprile corse per la prima volta in carriera la Vuelta: sei vittorie e classifica generale. Il 18 maggio era al via del Giro, Verviers, cronocoppie, con lui Roger Swerts: vittoria e Maglia Rosa. Non l’abbandonerà più. 

 

Due vittorie in quattro tappe fuori confine. Pianura, tanta, strappi al massimo. Le montagne, presto, al rientro in Italia. Quinta tappa: Ginevra-Aosta, 163 chilometri, in mezzo il tunnel del Monte Bianco, e il Colle San Carlo percorso da La Thuile a Morgex. Sull’ultima salita José Manuel Fuente scattò. Il suo allungo fu fulminante. Alle sue spalle il vuoto. Merckx quella volta però non fece l’errore dell’anno prima. Non seguì l’attacco dello spagnolo, salì del suo passo, controllò, perse trenta secondi, poi a due chilometri dalla vetta l’accelerazione, un vortice in discesa.

Colpa di Fuente se anche Merckx conobbe una crisi: meno 46 al Giro100

Sul Blockhaus nel Giro d'Italia del 1972 l'atleta spagnolo attaccò il Cannibale e lo lasciò sui pedali. Sembrò, per un momento, che il dominio del belga fosse messo in dubbio. Un'illusione che durò poco

Il rientro sullo spagnolo era a un passo quando però la catena uscì di sede e il cambio si ruppe. Gli altri fiutarono l’occasione, lo attaccarono. Merckx li vide sparire e promise vendetta. Cambiò la bici e scatenò la sua furia. Li raggiunse nel falsopiano. Il tempo di guardarli sdegnato in faccia uno per uno e poi il nuovo allungo. Il vuoto, terza vittoria, l’ennesimo monito. Lui era Merckx e non ce n’era per nessuno. Vincerà altre tre volte. A Trieste, sede d’arrivo di quell’edizione, il secondo, Felice Gimondi, fu staccato di oltre sette minuti, il terzo, Giovanni Battaglin di oltre dieci, il decimo, Gianni Motta di quasi mezz’ora.

 

Vincitore: Eddy Merckx in 106 ore 54 minuti e 41 secondi;

secondo classificato: Felice Gimondi a 7 minuti e 42 secondi; terzo classificato: Giovanni Battaglin a 10 minuti e 20 secondi;

chilometri percorsi: 3.796.

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