La vera rivoluzione del Sessantotto fu Eddy Merckx: meno 50 al Giro100

Al Giro d'Italia di quell'anno fu chiaro a tutti che nel ciclismo si era instaurata una dittatura difficilmente sovvertibile: quella del campione belga

La vera rivoluzione del Sessantotto fu Eddy Merckx: meno 50 al Giro100

Foto di Franco Folini via Flickr

Tutto era iniziato l’anno prima che era novembre, che era Milano, che era l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che era occupazione. Dopo c’era stata quella alla facoltà di lettere a Torino, Palazzo Campana. Poi quella di Sociologia a Trento che era gennaio 1968. E ancora Roma, Valle Giulia e gli scontri. E poi su sino a Parigi, che era maggio, che era cortile della Sorbonna e più tardi tutto il Quartiere Latino, barricate e sassi, cariche della polizia e fughe.

 

Era il Sessantotto e si inneggiava alla rivoluzione, a un nuovo corso. E nuovo corso fu, ma diverso, inimmaginabile per portata per quanto assai prevedibile. Antitetico a quanto accadeva in giro per il mondo. Perché il sovvertimento dell’ordine fu silenzioso e dittatoriale, un dominio totale, cannibalesco, non sportivo. Era il Sessantotto, era maggio e in Italia, al Giro, si iniziò a capire per davvero cos’era Eddy Merckx.

Felice Gimondi e la tappa scomparsa: meno 51 al Giro100

Nel Giro d'Italia del 1967 il corridore bergamasco è il primo a vincere sulle Tre Cime di Lavaredo. Prima della decisione beffa della giuria

Già alla prima tappa, il 21 maggio, tutti compresero che qualcosa era cambiato e che quanto visto in bicicletta in tutti gli anni Sessanta era passato, sparito. Da Campione d’Italia a Novara c'erano 128 chilometri di strade solitamente tranquille, nessuna salita, solo qualche collinetta agevole da pedalare. Ma non quell’anno. Eddy Merckx era campione del mondo, aveva vinto l’anno prima a Heerlen in Olanda con uno sprint furbo, era soprattutto determinato a vincere. Scattò a ripetizione e a cinque dall’arrivo sfruttò un momento di distrazione del gruppo per staccare tutti. Il gruppo ne seguì la schiena per i chilometri finali senza riuscire a raggiungerlo. Prima tappa, terza vittoria (due le aveva ottenute nel 1967) e prima Maglia Rosa. Non gli bastò. 
Merckx era aggressivo e spettacolare, affrontava i Giri provando a staccare gli altri sempre, fregandosene del principio di risparmio di energia, era elettrico, una novità in costante movimento. Un meccanismo che sembrava incapace di rallentare.

Nemmeno quando il cuore gli fece uno scherzo e un’ischemia glielo fece battere a palla una notte a Piacenza. Febbre alta e battito irregolare, un mezzo infarto, a letto ma senza chiudere occhio. Gli dissero di ritirarsi, lui rispose “non scherzate”, prese la bici e andò alla partenza. Sei ore dopo aveva la seconda vittoria nel bagaglio. Primo dopo aver staccato gran parte del gruppo sulla Maddalena, sopra Brescia.

 

Due giorni dopo sul Monte Grappa seminò il gruppo nonostante i consigli del compagno di squadra Adorni che gli diceva di non scattare, di rispettare la corsa e il fatto che in fuga c’era il suo compagno di squadra. Resistette qualche chilometro, poi staccò tutti e quando prima del traguardo capì che prima era passato il suo gregario Emilio Casalini si arrabbiò di brutto con il suo direttore sportivo. Gli chiese perché di questa arrabbiatura. Rispose: volevo vincere io.

 

Due giorni dopo ancora si vestì di Rosa. Da Gorizia alle Tre Cime di Lavaredo, come l’anno prima quando tutto fu vano per via delle spinte. Tutti aspettavano il finale, quei sette chilometri in ascesa, quattro dei quali che sembrano verticali. Tutti aspettavano il momento giusto, ma il momento giusto era passato. Merckx aveva già salutato tutti che non si era neppure a Misurina e stava facendo quello che tutti ritenevano impossibile: recuperare sedici uomini, i primi dei quali avevano quasi dieci minuti di distacco a una dozzina di chilometri dall’arrivo. Le sue erano altre pedalate, il suo un altro mondo. Sotto lo striscione ci vollero quaranta secondi per veder comparire il primo degli avanguardisti. Quasi tre minuti per il primo del gruppo.

Era il Sessantotto, era giugno e sul podio finale di Napoli era lampante che la rivoluzione era compiuta e il nuovo regime instaurato. Una sola legge: quella di Eddy Merckx.

 

Vincitore: Eddy Merckx in 108 ore 42 minuti e 27 secondi; 
secondo classificato: Vittorio Adorni a 5 minuti e 1 secondi; terzo classificato: Felice Gimondi a 9 minuti e 5 secondi; 
chilometri percorsi: 3.917. 

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