I salami di Gianni Motta: meno 52 al Giro100

Al Giro d'Italia del 1966 il corridore di Cassano d'Adda riuscì a battere Zilioli e Anquetil. Fu la prima edizione vinta da un uomo in maglia Molteni, il salumiere di Arcore che dominò per un decennio il ciclismo

I salami di Gianni Motta: meno 52 al Giro100

Gianni Motta durante il Giro del 1966

Il cumendatur Pietro Molteni aveva una bella pancia tonda, qualche maiale per fare i salumi, un negozio di alimentari e un gran senso degli affari. Tanto grande che capì che per fare i soldi il negozio non bastava e quei pochi maiali dovevano diventare tanti per far tanti insaccati da vendere anche agli altri negozianti dei dintorni. Così diede alla moglie il compito di portare avanti la bottega e si mise a far salami, prosciutti, filzette, cotechini e luganeghe, che tanto del porco non si butta via niente. Tirò su un’azienda niente male e iniziò a vendere prima in tutta la Lombardia, poi in tutto il nord Italia. E quando non lavorava pensava a come migliorarla, pedalando, perché la bicicletta era la sua grande passione. 

I bravi ragazzi non vincono (quasi) mai: lo Stelvio sommerso di Battistini: meno 53 al Giro100

Nell'edizione del 1965 una slavina blocca la strada che porta al passo e costringe i corridori a superarla a piedi. Quel giorno il corridore toscano vinse la sua ultima corsa. Poteva essere un campione, fu frenato da un carattere troppo buono

Ambrogio del padre aveva preso tutto. Compresa la pancia. E con il padre decise che il ciclismo oltre una passione poteva essere anche altro: un affare. Il ragionamento era semplice: “Un carosello mi costa quàter milioni, mica da ridere. Con il Giro invece ci ho due ore al giorno di pubblicità gratis; tutta l’Italia la dìs ‘Molteni, Molteni, Molteni’. Così sui miei salumi ci stampo la faccia dei miei campioni. La squadra me costa, se capìs, ma la convenienza! E poi c’ho la passione, perché il ciclismo l’è pròpi un gran sport popolare”. E così nel 1958 Ambrogio prese una dozzina di corridori e gli fece indossare le maglie color camoscio e nero coi colori dell’azienda e sul petto e sulla schiena il suo cognome: Molteni.

Il siùr Ambroeus aveva buona volontà, ma regolarmente si innamorava del cavallo sbagliato. Tre anni e pochi successi sino a quando capì che era Giorgio Albani il giusto tramite tra la sua passione e i risultati. Giorgio Albani, era stato corridore di talento, ma soprattutto uomo di intelligenza e fiuto. Salito in ammiraglia nel 1961 iniziò a costruire la squadra, a vincere qualche corsa, a far fare ai suoi corridori molte fughe che c’era il marchio da far conoscere. Poi arrivò Michele Dancelli e i successi arrivarono. Poi arrivò Gianni Motta e questi divennero pesanti. 

 

Gianni Motta veniva da Cassano d’Adda e sognava di fare il musicista. La fisarmonica che era giovanotto, la batteria che il rock era arrivato pure in Italia, la cornetta che c’era la banda del paese. Poi il ciclismo, che era passione. Albani se lo accaparrò nel 1964 che dicevano un gran bene, ma anche che la voglia era quella che era. Albani gli dà fiducia e lui la ripaga con sei vittorie al debutto e il quinto posto finale al Giro. Sembrava pronto a far sfracelli l’anno dopo, ma al Giro di Romandia una macchina della stampa lo investì e gli schiacciò la gamba. Ritiro, niente Giro e magra consolazione il terzo posto al Tour de France, ma dietro Felice Gimondi che si era preso suo malgrado tutta la scena. Toccò rimandare. 

 

E così quando nel 1966 si presentò al Giro d’Italia l’animo era quello di chi cerca rivincite. Su gli altri, ma soprattutto sulla sfortuna. C’era Jacques Anquetil che aveva dominato tutte le corse a cui aveva partecipato in quella stagione; c’era Vittorio Adorni che l’anno prima aveva chiuso in Rosa; c’era Felice Gimondi che da Parigi se ne era andato con la maglia Gialla. E poi c’era Julio Jimenez, che in salita non aveva rivali. Lo spagnolo conquistò alla seconda tappa la Maglia Rosa staccando tutti sulla salita verso Monesi nell’entroterra ligure, che già Anquetil aveva quattro minuti di ritardo, dono di una doppia foratura sul San Bartolomeo alla tappa d’apertura. Lo spagnolo volava in salita e si perdeva a cronometro. A Parma cedette cinque minuti ad Adorni che lo sostituì in cima alla graduatoria. Scrissero: Adorni il favorito. Ma tra lui e il bis del successo dell’anno precedente c’era Gianni Motta. Il miglior Gianni Motta. Il corridore lombardo era furia e rivincita. Sul Muratello della Maddalena sopra Brescia lasciò sfogare Jimenez, che gli inflisse trenta secondi, attaccò Adorni e gli prese la Maglia Rosa.

Sul Vetriolo verso Levico Terme mandò fuorigiri Adorni che provò a seguirlo, gli resistette ancora solo Jimenez, ma questa volta lo beffò. Sulle Dolomiti da solo riprese i fuggitivi e li battè allo sprint due minuti avanti al gruppo. Il resto fu difesa, prima del trionfo a Trieste. La Gazzetta (sotto)titolò: “Trieste ha decretato il trionfo sportivo a un campione quasi adolescente che ha imposto ad Anquetil in 19 giorni di lotta il trapasso dei poteri. A Motta il Giro più grande e difficile”. 

 

Poi arrivarono Gimondi e Merckx. E tutto cambiò. 

 

Vincitore: Gianni Motta in 111 ore 10 minuti e 48 secondi; 

secondo classificato: Italo Zilioli a 3 minuti e 57 secondi; terzo classificato: Jacques Anquetil a 4 minuti e 40 secondi; 

chilometri percorsi: 3.976. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi