Berardi s'è perso, Icardi no. Le triplette non bastano però per prendersi l'Argentina

Il centravanti dell'Inter segna tre gol nel 7-1 contro l'Atalanta, ma le sue prestazioni sono continuamente ignorate dall'allenatore della nazionale. Intanto a Sassuolo si stanno chiedendo dove sia finito l'attaccante calabrese

Berardi s'è perso, Icardi no. Le triplette non bastano però per prendersi l'Argentina

Mauro Icardi (foto LaPresse)

L'ultima volta in cui aveva segnato tre reti gli era capitato il 14 settembre di tre anni fa. Anche allora l'Inter, complessivamente, ne aveva fatte sette. Fu un 7-0 al Sassuolo mentre quello di domenica è stato un 7-1 all'Atalanta. Uguali i gol all'attivo, differente la condizione, perché stavolta si trattava di uno scontro alla pari, tra squadre che si giocano l'Europa. Per Mauro Icardi non ha fatto differenza, aveva aperto la strada allora, l'ha riaperta in questa occasione. Tre reti in rapida successione, nel giro di nove minuti: la prima di rapina, con girata rapida in area; la seconda su rigore, con un beffardo cucchiaio alla Panenka; la terza di testa, su cross di Banega, un altro beneficiato da tre gol tutti in una sola volta. Un repertorio da centravanti completo, ricordando che la punizione del vantaggio e il fallo da rigore li aveva procurati lui. Tre gol che lo fanno salire a 20 tra i marcatori, alle spalle del torinista Belotti, e che lo conducono alla notevolissima media di 67 in 117 partite con l'Inter. Eppure tutto questo non gli basta per conquistare ciò cui tiene di più, la maglia dell'Argentina. Per abbracciarla in passato aveva detto no anche ai sondaggi dell'Italia (origini piemontesi e doppio passaporto), eppure tutto quello che sta offrendo sul campo non scalfisce l'ostracismo dei selezionatori. Una presenza a ottobre 2013 - otto minuti nel finale contro l'Uruguay, avessi detto… -, con Alejandro Sabella ct e poi il nulla. Si cerca invano tra le liste consegnate in passato da Gerardo Martino e oggi da Edgardo Bauza. Il nome di Icardi non c'è mai. L'ultimo selezionatore, poi, sembra quasi prendersi gioco del centravanti nerazzurro. Viene in Italia, parla con lui e poi lo depenna dall'elenco, manco fosse il nome di D'Alema tra gli invitati al congresso Pd. Uno potrebbe dire: vabbè, hanno dei fenomeni, possono farne a meno. Passi per Higuain e passi per Aguero, parlando dei convocati per le qualificazioni mondiali di fine marzo. Il problema è che Bauza gli preferisce Lucas David “Chi?” Pratto. Uno che in carriera (e ha 28 anni) ha segnato 71 reti, ovvero sette in meno di Icardi (contando anche quelle con la Sampdoria), che di anni ne ha 24. Uno che oggi gioca in Brasile, nel San Paolo, e che non ha ai sfiorato una squadra di livello. A proposito: si è visto anche da noi, nel Genoa. Quattordici partite, una rete al Bologna e tanti saluti a gennaio 2012. Porte aperte per Pratto, bocconi amari per Icardi, che fa più fatica a marcare stretto i tweet velenosi della signora Wanda Nara contro Bauza che a liberarsi nelle aree altrui. Un rifiuto che, alla lunga, sembra più ambientale che tecnico. E allora tornano alla memoria le parole infuocate di Diego Maradona pronto ad accusare Icardi di aver tradito un amico (Maxi Lopez) per essere andato con la di lui ex moglie (Wanda Nara, per l'appunto). Oppure i sospetti di bullismo da parte del clan di Leo Messi, di cui sembrava un tempo dover seguire le mosse: nato a Rosario come lui e preso giovanissimo dal Barcellona come lui. Una situazione negata da Bauza anche nelle ultime interviste, ma è posizione debole, come deboli sono sempre stati i ct argentini nei confronti di Messi. Le prediche di Maradona, poi, cadono nel vuoto una volta messe a confronto le vite personali. Perché a Icardi si potranno rimproverare i selfie, la cafonaggine da arricchito, i tweet, le autobiografie inopportune, ma non gli atteggiamenti. In casa si è preso i tre figli precedenti di Wanda, ne ha fatti altri due e non si hanno notizie di percosse nei confronti della moglie. E sul campo non si risparmia mai, come si deve a uno che indossa la fascia di capitano. Oggi c'è l'Inter, l'Argentina può attendere.


Domenico Berardi (foto LaPresse)


Attesa che prosegue a Sassuolo per Domenico Berardi. Anche lui, come Icardi, sembrava destinato a spaccare il mondo. Un anno e mezzo in meno dell'argentino, una squadra pronta a mettersi al suo servizio, mezzi tecnici considerati sopra la media. Eppure Berardi si è perso. O meglio: sta lavorando per tornare quello di un tempo. Quello che a 18 anni aveva guidato il Sassuolo alla prima storica promozione in serie A, quello che aveva segnato 16 gol al debutto tra le grandi, quello diventato oggetto del mercato e comunque pronto a concedersi il lusso di dire “no, grazie” alla Juventus, non a una qualunque. Una risposta che il Sassuolo ha subito trasformato in “decisione condivisa”, per non incrinare l'asse preferenziale con i bianconeri, ma che racconta della determinazione della persona in questione. Solo che Berardi si è smarrito nell'anno forse decisivo per il Sassuolo, quello della prima coppa europea dopo gli applausi della passata stagione. Aveva subito ricordato quanto fosse importante: i gol in Europa League alla Stella Rossa, quelli nelle prime due giornate di campionato, al Palermo e al Pescara. E quel 28 agosto è stata anche l'ultima presenza in campionato, per colpa di un problema al collaterale sinistro forse sottovalutato. Berardi è tornato il 15 gennaio e non è stato più lui. Poco convincente in campo, inesistente sotto porta. Lo si è visto anche domenica, contro il tutt'altro che irresistibile Bologna. “Spero che manchi poco per rivederlo com'era” ha detto Di Francesco. E i giorni passano.

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