I bravi ragazzi non vincono (quasi) mai: lo Stelvio sommerso di Battistini: meno 53 al Giro100

Nell'edizione del 1965 una slavina blocca la strada che porta al passo e costringe i corridori a superarla a piedi. Quel giorno il corridore toscano vinse la sua ultima corsa. Poteva essere un campione, fu frenato da un carattere troppo buono

I bravi ragazzi non vincono (quasi) mai: lo Stelvio sommerso di Battistini: meno 53 al Giro100

Graziano Battistini e Ugo Colombo sul Passo dello Stelvio nel Giro del 1965

Più che una strada sembrava una trincea. Una lingua d’asfalto nero che era un’idea di strada, due muri bianchi che non facevano nemmeno intuire l’orizzonte. Pioveva a valle quel giorno e in cima fioccava, ma con poca convinzione, ché le nubi avevano già dato e tutto era bianco e un metro e mezzo sotto la superficie del manto.

 

Da Campodalcino, sulle pendici dello Spluga si doveva arrivare a Solda ai piedi del Gran Zebrù. Su quei monti Johannes Zebrusius si ritirò come eremita nel XII secolo. Lì rimase sino all’ultimo a struggersi per quel suo amore irraggiungibile, Armelinda. Per lei era andato crociato, per lei aveva rischiato la morte in Terra Santa, per lei aveva attraversato Anatolia e Balcani. Ma tutto fu vano. Suo padre l’aveva già data in sposa, nonostante la promessa che glia aveva fatto. Troppo bella per essere moglie di un piccolo possessore terriero. Aveva provato a uccidersi, ma Dio non volle. Contemplazione non suicidio, spiritualità non dissolutezza. Quando morì dopo anni di solitudine, la leggenda vuole, due angeli portarono un masso per ricoprire il suo corpo. Un masso dal quale quel 3 giugno 1965 si potevano vedere quei buffi uomini a pedali salire tra due muri di neve, mentre tutto attorno mille altri uomini pochi chilometri più su, pale alla mano, cercavano di sgombrare la strada.

Un cuore matto che vuole bene a Franco Bitossi: meno 54 al Giro100

Nel Giro d'Italia del 1964 il corridore toscano supera tutti nella riedizione della Cuneo-Pinerolo dominata da Fausto Coppi quindici anni prima

A valle Ugo Colombo e Graziano Battistini avevano tentato la sorte, libera uscita per il primo che aveva fatto da paravento per tutto il Giro a Bitossi, tentativo di redenzione per il secondo, che in quella corsa era stato solo comparsa. E dire che le premesse erano diverse, totalmente diverse. Perché quando nel 1959 passò professionista l'incertezza sul suo conto era solo una: quando avrebbe iniziato a dominare. Perché Graziano sulla bicicletta sembrava volasse: in salita era agile e potente, in discesa non si staccava, contro il tempo neppure, e in più era veloce, determinato, intelligente, soprattutto un professionista serio, un bravo ragazzo, forse troppo un bravo ragazzo. Perché per primeggiare, sosteneva l’Avucatt Eberardo Pavesi, “c’è bisogno di forza, di coraggio, di fame, ma soprattutto di essere più basterd di tutti”. E Battistini aveva preferito sempre rispettare gli avversari e mai infierire. Aveva sempre preferito perdere le fughe giuste, piuttosto che primeggiare. “Il problema di Battistini è che è una persona molto sensibile: soffre a vedere gli altri soffrire”, sentenziò Alfredo Binda che lo guidò al secondo posto al Tour del 1960 dietro a Gastone Nencini.

Quel 3 giugno 1965 però Battistini non pensò agli altri, pensò solo a se stesso. Alla neve che cadeva, a quelle mille persone che spalavano per permettere al Giro di arrivare sul Passo dello Stelvio. Pensò che era venuto il momento di essere vincente, di primeggiare là dove Fausto Coppi conquistò il Giro nel 1953, di passare per primo sotto quello striscione che per la prima volta portava il nome del Campionissimo. E così Graziano Battistini scattò e Ugo Colombo in una smorfia di fatica estrema lo vide scomparire. E nemmeno una slavina che invase la strada e che costrinse i corridori a scendere di bicicletta e superarla a piedi, poté fermare quell’unico giorno di cattiveria ciclistica di Graziano Battistini. Non esultò nemmeno. Passò il traguardo e chiese una coperta. Aveva vinto. Aveva domato lo Stelvio, conquistato la prima Cima Coppi della storia. Aspettò il secondo, Ugo Colombo e gli diede la mano quasi a chiedergli scusa.

 

Vincitore: Vittorio Adorni in 121 ore 8 minuti e 16 secondi;

secondo classificato: Italo Zilioli a 11 minuti e 26 secondi; terzo classificato: Felice Gimondi a 12 minuti e 49 secondi; 

chilometri percorsi: 4.151.

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