Il camoscio e il ragioniere. I ciclismi di Taccone e Balmamion: meno 55 al Giro100

Il primo era uno scatto continuo, azzardo a ogni tappa; il secondo era osservazione e razionalità. L'abruzzese nel Giro d'Italia 1963 vinse cinque tappe, il piemontese la Maglia Rosa

Il camoscio e il ragioniere. I ciclismi di Taccone e Balmamion: meno 55 al Giro100

Il primo era azzardo, follia. Il secondo era calcolo, razionalità. Il primo era avanguardia, furore. Il secondo era inseguimento, pacatezza. Il primo zompattava sui pedali, un movimento continuo di spalle che quasi si disarcionano dal manubrio. Il secondo la sella non la lasciava quasi mai, un dinamismo fluido, non elegante ma efficace. Il prima era montagne russe, altalenarsi repentino di successi e distrazioni. Il secondo era rotaie, distribuzione ordinata di spazi e tempi. Forse era indole, forse origine, forse e più probabilmente l’insieme delle due. Vito Taccone era Avezzano, la placida stranezza degli Appennini abruzzesi. Franco Balmamion era Torino, l’ordinato raziocinio della pianura che vede le Alpi. Tra di loro un mondo di ruote e biciclette opposti per concezione di utilizzo. Per il primo era baionetta, per il secondo era fucile da cecchino.

 

Vito Taccone davanti a Vittorio AdorniE così mentre Taccone attaccava, si involava, salutava, Balmamion si faceva attaccare, inseguiva, si faceva salutare. E calcolava, osservava i rivali, poi al momento giusto si metteva in testa e di ritmo e ostinazione staccava chi in classifica gli stava vicino.

 

Il Giro del 1963 è l’esaltazione del loro ciclismo. Vito Taccone è furia e ardore. Appena vede una salita l’azzanna, è ferino per animo e fame. Una lunga abbuffata di dimostrazione di superiorità verticale: Asti, Oropa, Leukerbad, Saint Vincent, quattro assoli in quattro giorni, uno dopo l’altro; poi Moena, una cavalcata dolomitica, Duran, Staulanza, Cereda, Rolle, Valles, San Pellegrino, tutti in fila, gli ultimi tre in solitaria, quattro minuti avanti a tutti, ma undici dietro nel complesso alla Maglia Rosa. Perché Balmamion il Camoscio d’Abruzzo lo lasciava andare, un suicidio sportivo sarebbe stato provare a seguire le sue ruote. E così gestiva le distanze, i minuti, quelli che Taccone ogni tanto perdeva per strada, quando si annoiava a svolgere la routine di colline e pianura. Il torinese invece l’attenzione non l’abbassava mai, le prime posizioni del gruppo erano la sua dimensione e poco importava se quando attraversava la linea d’arrivo vedeva sempre le spalle di qualcuno: il suo obiettivo era la Maglia Rosa e per quella sacrificava volentieri tutto il resto. In carriera Balmamion vinse solo sei volte, ma a Milano per due volte guardò tutti dall’alto in basso sul gradino più alto del podio.

 

Vincitore: Franco Balmamion in 116 ore 50 minuti e 16 secondi;

secondo classificato: Vittorio Adorni a 2 minuti 24 secondi; terzo classificato: Giorgio Zancanaro a 3 minuti e 15 secondi;

chilometri percorsi: 4.063.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi