Dalla tampesta sul Bondone spunta Charly Gaul: meno 62 al Giro100

Corridori assiderati, svenuti, rifugiatesi in osteria con una bottiglia di grappa in mano per scaldarsi. Sul Monte Bondone nel 1956 più che una tappa fu un'Apocalisse

Dalla tampesta sul Bondone spunta Charly Gaul: meno 62 al Giro100

Charly Gaul durante la Merano-Monte Bondone al Giro 1956

Aveva un nome e un cognome musicali: Charly Gaul. Un nome e un cognome buoni più per un musicista Jazz che per un ciclista. Ciclista però lo era, e ambizioso per di più, uno che non correva per scappare dalla fame, ma per inseguire la gloria. Del musicista aveva invece l’indolenza e l’estro. Di quello si nutriva Charly Gaul, con quello si muoveva. Aveva l’atteggiamento teatrale e inseguiva il palcoscenico, il colpo a effetto, quello che in francese, sua lingua, suona coup de théâtre.

 

Quando si aveva a che fare in corsa con il lussemburghese non si poteva mai sapere come sarebbe andata a finire. Poteva tutto, dipendeva dal piede che aveva usato per scendere dal letto. In lui i giorni si alternavano. Alcuni avevano il colore della cenere e i suoi musi diventavano lunghi e la sua pedalata incerta. Altri avevano il colore del cielo di montagna e il suo sguardo sereno e il suo ritmo inarrivabile. E quasi sempre erano in antitesi con il clima.

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“So bene cos’è il freddo, sono del Lussemburgo, è per questo che scappo da lui”, disse ad Antoine Blondin, scrittore prestato al giornalismo. E lo sapeva talmente bene che in un giorno di neve che fioccava come tempesta e lo zero termico un miraggio, si inventò un coup de théâtre di velocità e leggiadria, di tremenda resistenza.

 

Era l’8 giugno e tra Merano e l'arrivo c’erano 242 chilometri perché il Giro si era preso una escursione dolomitica. C’erano il Costalunga, il Rolle, il Gobbera, il Brocon e infine il Bondone da scalare. Era l’8 giugno e il bel sole del giorno prima che aveva accompagnato i corridori nell’ascesa dello Stelvio sembrava un ricordo lontano. Pioveva e tirava un vento gelido a Merano. Piovve per tutta la mattina, iniziò a nevicare nel primo pomeriggio. I girini si trovarono a nuotare su strade viscide, coperte ai lati di neve, con il termometro che al massimo segnava i cinque gradi. Ma la strada era sgombra e si poteva continuare, decise il patron della corsa, Vincenzo Torriani.

Sul Monte Bondone il ventò aumentò, il bianco della neve il colore predominante. Non si vedeva a cinquanta metri, ma la strada era sgombra e si poteva continuare. Charly Gaul scappava dal freddo, con le maniche corte, a un certo punto anche senza berretto. Era distante sedici minuti dalla Maglia Rosa alla partenza, un distacco impossibile da colmare. Non badò all’impossibilità dell’impresa, continuò a pedalare e quando arrivò primo al traguardo chiese solo un bagno caldo. Il suo corpo era quasi congelato, la maglia gliela dovettero tagliare con un coltello e gli ci volle quasi un’ora per capire dov’era e cosa era successo. Oltre un’ora e mezza per indossare il simbolo del primato.

 

Dietro alle sue spalle successe il finimondo. Corridori quasi assiderati, chi si è ritrovato al traguardo incapace di scendere dalla bicicletta, chi riverso in un torrente svenuto, chi dentro un’osteria a cercare di scappare dal congelamento con una bottiglia di grappa in mano. Chi su di un furgone con addosso una coperta. Tra loro Pasquale Fornara che in Maglia Rosa era partito.

 

Vincitore: Charly Gaul a 101 ore 39 minuti e 49 secondi;

secondo classificato: Fiorenzo Magni a 3 minuti e 27 secondi; terzo classificato: Agostino Coletto a 6 minuti e 53 secondi;

chilometri percorsi: 3.515.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    04 Marzo 2017 - 12:12

    All'epoca, da ragazzino, avevo tifato per Gaul, grande scalatore che volava sulle salite. Certamente allora la differenza sui percorsi di salita era evidente, non certo come adesso dove siamo nell'ordine anche di pochi secondi. Nel ciclismo d'allora c'era anche il tocco di romanticismo che magnificava i grandi campioni e le lotte tra di loro, mentre adesso prevale il marketing.

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