Parolo forza quattro: chi è l'antipersonaggio sulle orme di Oriali

Il centrocampista della Lazio fa poker contro il Pescara. Storia di un mediano umile ma che vede la porta come pochi nel suo ruolo. Il bocciato della domenica, invece, è il difensore del Torino Ajeti

Parolo forza quattro: chi è l'antipersonaggio sulle orme di Oriali

Marco Parolo (foto LaPresse)

Segnare quattro reti in una sola partita non è da tutti. Diventa ancora più insolito quando ci riesce un centrocampista, si passa all'unicità quando si tratta di un mediano qual è Marco Parolo. Perché, nel caso degli attaccanti, si è facilitati dal ruolo. Alberto Gilardino, per esempio, c'è riuscito addirittura due volte. Almeno una volta per altri grandi come Diego Milito o Marco Van Basten, insieme con attaccanti cui la marcatura multipla ha regalato un quarto d'ora di celebrità. Come Silvano Mencacci che, il 10 novembre 1963, guida la Spal al 5-2 sul Mantova. Saranno le sole reti di un intero campionato, a danno di un Dino Zoff poco più che ventenne. Poi ci sono stati giocatori che punte non erano ma che erano sostenuti dal dono di un talento unico. Quattro reti erano possibili solo a centrocampisti come Gianni Rivera, Dejan Savicevic o Roberto Baggio. Centrocampisti per modo di dire, perché loro erano i numeri 10, quando quel numero possedeva ancora un significato.

 

E da domenica c'è Parolo, una vita realmente da mediano. Uno che si è andato a mettere nella scia di Dries Mertens, che le sue quattro reti le aveva realizzate quest'anno al Torino dopo due stagioni di assenza di un simile record in serie A: l'ultimo era stato Domenico Berardi, nella partita in cui il Sassuolo aveva ridicolizzato il Milan e fatto licenziare Massimiliano Allegri, forse la più grande fortuna avuta dal tecnico in carriera. Parolo di gol ne aveva sempre fatti, forte di un senso del tempo per gli inserimenti come pochi altri. Quest'anno era però in ritardo, uno soltanto alla Sampdoria a dicembre. Questo perché Simone Inzaghi gli chiede di montare la guardia più indietro nella Lazio, lasciando a Milinkovic-Savic il compito di spezzare gli equilibri in area. E Parolo, secondo abitudine, si è adattato. Perché lui, del mediano, non ha solo i modi, ma anche il carattere. Uno che si mette al servizio della squadra, come erano gli Oriali e i Tardelli (rivelatosi a Como, dove Parolo è cresciuto) di un tempo. Una qualità che Cesare Prandelli scopre quando la Fiorentina gioca un'amichevole contro la Pistoiese e che premia nel 2011, convocando il centrocampista in Nazionale. Un arrivo ritardato, come l'esordio in serie A nel 2010 con il Cesena a 25 anni, ma il giusto riconoscimento alle qualità di chi, nel calcio, è antipersonaggio per atteggiamento e pensiero. Con una visione “verticale” del pallone, che gli fa tagliare il campo guidato da un navigatore che lo posiziona sempre al posto giusto nel momento giusto. A Pescara è successo, implacabilmente, quattro volte: le prime tre di testa, l'ultima di piede. Per entrare, così, nella storia.

 

Come nella storia può entrare il debutto in serie A con il Torino di Arlind Ajeti. In estate era stato il primo rinforzo di mercato, svincolato dal Frosinone. Un affare, visto che non aveva fatto male, nonostante la retrocessione, e visto che si trattava di un titolare dell'Albania portata alla fase finale dell'Europeo da Gianni De Biasi. Ma in granata si sono messi di mezzo gli infortuni e di Ajeti si erano perse le tracce. Fino a domenica, quando i guai fisici non hanno tolto dai giochi Rossettini e Castan, ovvero la coppia centrale di difesa. Spazio quindi ad Ajeti, a fianco di Moretti, e tutto sembrava andare liscio: l'ennesima rete di Belotti per l'1-0, una partita tenuta in pugno. Ma, nel recupero del primo tempo, l'albanese sceglie il retropassaggio al portiere senza fare i conti con il campo reso pesante dalla pioggia. Una pozzanghera si mette di mezzo, prima che la palla raggiunga Hart, trasformando l'appoggio in un assist per Pucciarelli e in un incubo per Ajeti. Il modo peggiore per presentarsi a tifosi e allenatore, neppure in qualche modo emendato dai compagni. Bastava, per esempio, che Iago Falque segnasse il rigore del possibile vantaggio per cambiare il pomeriggio del Torino e la stagione di Ajeti. Ma non è stato così.

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