La rimonta impossibile dei Patriots al SuperBowl è quella di Trump, tradotta nel linguaggio del football

Contro gli Atlanta Falcons, Tom Brady guida alla vittoria la squadra più trumpiana della Nfl. Storia di un'ennesima vittoria sui buoni

Mattia Ferraresi

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La rimonta impossibile dei Patriots al SuperBowl è quella di Trump, tradotta nel linguaggio del football

New York. Il prete l’aveva detto prima della benedizione: “Tengo i Jets, quindi non m’interessa cosa fanno le altre squadre. L’importante è che non vinca Boston”. Anche certi adoratori del demonio avrebbero esclamato “ben detto” all’affermazione. Il sacerdote di Carrol Gardens, fetta di Brooklyn già italoamericana e ora misto per hipster, ripeteva l’ovvio: New York odia Boston, e questo è un criterio sufficiente per affrontare il Super Bowl fra i New England Patriots e gli Atlanta Falcons. Al supermercato il frigo delle birre era un muro di Sam Adams, la birra di Boston che nessuno voleva comprare. La Brooklyn era finita, finiti tutti i marchi locali e anche quelli nazionalpopolari. Finite anche le Doritos, ma questo c’entra con le pubblicità, non con i Patriots. E’ toccato ripiegare sulla Goose Island, che è di Chicago e dunque accettabile.

 

La partita sembrava senza storia. Gli Atlanta Falcons controllavano gli avversari guidati da un Tom Brady preciso ma sterile, la squadra più trumpiana della Nfl arrancava e questo metteva una certa allegria nel gruppo di amici radunati per celebrare il gran rituale americano. Molte Goose Island sono state stappate sull’onda dell’entusiasmo. Quando Tom Brady ha smarrito anche la precisione s’è preso a parlare d’altro, com’è normale nella circostanza. Solite cose: le pubblicità polemiche sull’immigrazione, la buona fede di Lady Gaga, l’orrore inevitabile di dover chiamare il wider receiver di Boston Amendòla e non Amèndola, la strategia di marketing di Marchionne, l’opportunità di un pronostico del presidente e di una benedizione del Papa, il curioso fatto che l’agente di modelle che ha scoperto Melania Trump è lo stesso che ha lanciato Gisele Bünchen, e ora una è la first lady e l’altra quasi.

 

Quando un passaggio di Brady è stato intercettato e l’uomo dei Falcons è finito dritto al touchdown s’è accarezzata l’idea dell’umiliazione definitiva e senza appello per il quarantenne sgonfiatore di palloni che cercava la quinta, storica vittoria al Super Bowl. L’avere sfiorato la tragedia ha reso la rimonta insopportabile. Chissà cos’ha pensato quel prete di Brooklyn quando Edelman ha preso chissà come quella palla sporca che danzava nell’aria, mentre i falconi della Georgia s’erano trasformati in cornacchie spelacchiate e con la loro svantaggiosa metamorfosi tutta la New York antibostoniana è precipitata nello sconforto. Poiché nella storia del Super Bowl occorre sempre vedere una metafora più grande, è stata la corsa impossibile di Trump tradotta nel linguaggio del football, il rovesciamento delle parti ma non a vantaggio del più debole.

 

In questo caso il protagonista della rimonta è il Gran Sbruffone che s’è fatto ringiovanire i muscoli dal suo preparatore-stregone, quello con la moglie che impazzisce di gioia sugli spalti ma con self control sufficiente per riprendersi nell’atto di perdere il controllo. E’ un ribaltamento che genera una confusione culturale. Non c’è niente di più americano di una rimonta, ma questo vale anche se a rimontare è il “villain”, l’antieroe, vale anche se quelli dati a percentuali bassissime da Nate Silver e che se ne escono con il trofeo sono Trump e Brady. Il tweet del presidente è arrivato come una folgore, mentre la sua New York piangeva una tragedia di campanile più profonda di tutti i richiami retorici all’unità nazionale: “Che incredibile rimonta e vittoria dei Patriots. Tom Brady, Bob Kraft e Coach B sono ‘total winners’. Wow!”.

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