La leggenda di Roger Federer

Lo svizzero, alla vigilia dei suoi 36 anni, ha battuto Nadal nella finale degli Australian Open conquistando il suo 18° Slam. Perché non bastano i numeri a raccontare la sua straordinaria impresa

La leggenda di Roger Federer

Federer alza e bacia la coppa degli Australian Open davanti ad un perplesso Nadal (Foto LaPresse)

Basterebbe qualche numero per raccontare quello che è successo questo weekend a Melbourne, durante le finali femminili e maschili degli Australian Open giocate da Serena Williams contro sua sorella Venus e da Roger Federer contro Rafael Nadal. Serena e Venus, rispettivamente 35 e 36 anni, in totale hanno vinto centoventuno tornei, trenta titoli del Grande Slam. Durante la loro carriera si sono incontrate ventotto volte, la prima proprio a Melbourne nel 1998. Sono state entrambe numero uno al mondo: Venus nel 2002, Serena per trecentodieci settimane, cinque anni e qualche mese. Da domani la più piccola delle sorelle Williams dopo aver vinto in finale 6/4 6/4 tornerà in cima alla classifica. Venus è stata la finalista più anziana dai tempi di Martina Navratilova nel 1994, Serena vincendo il suo ventitreesimo titolo ha superato Steffi Graf e adesso è a un solo Slam di distanza dal record assoluto di Margaret Court. “Non mi piace la parola ritorno, noi non ce ne siamo mai andate da qui”, ha detto Serena subito dopo la finale.

 

 

In campo maschile, Roger Federer e Rafa Nadal, 36 e 31 anni tra qualche mese, hanno giocato la trentacinquesima partita della loro carriera, la prima era stata a Miami nel 2004. Da allora, in totale hanno vinto 158 tornei, 32 prove dello Slam, nove volte Wimbledon. Roger Federer è stato numero uno al mondo per 302 settimane, Rafa Nadal 104. Non si incontravano in una finale dei major dal Roland Garros del 2011, dove vinse lo spagnolo. Oggi ha vinto Federer dopo tre ore e trentasette minuti e cinque set, il suo diciottesimo titolo in un torneo dello Slam.

 

 

No, non bastano i numeri a spiegare vent’anni di carriera, di dolore e di paura. Non bastano a spiegare la malattia di Venus, gli infortuni di Nadal, le lacrime di Federer e di Serena, la loro frustrazione. E poi il cuore che non vuole saperne di battere, il sudore ghiacciato, le preghiere e le benedizioni, le urla, pugni e i calci, le mani rivolte al cielo, il coraggio che ti viene quando non ti rimane nient’altro.

 

 

A trentasei anni, Roger Federer è diventato un uomo. Non ha più le guance piene di quando era ragazzo, adesso il suo volto è scavato e stanco, improvvisamente pallido. Quando ieri è sceso in campo per giocare la ventottesima finale della sua carriera, ha provato a sorridere ma non ci è riuscito. Troppa paura, troppa tensione. I bookmakers davano favorito lo spagnolo e anche i precedenti, 23 a 11. L’ultima volta che Federer ha battuto Nadal in una finale era il 2007. Poi ci sono stati Wimbledon nel 2008, Melbourne nel 2009, Parigi nel 2011, dieci anni di sconfitte. Durante la storica finale di Wimbledon del 2008, finita nove a sette al quinto set, Roger Federer ha passato l’ultima mezz’ora di partita con le gambe paralizzate e la faccia di pietra; Nadal correva e saltava su tutti i lati del campo, lui rimaneva immobile e non capiva: dove trovava tutta quella energia il suo avversario? E come mai  lui aveva così tanta paura? Ogni volta che si trovava davanti Nadal, Federer aveva l’impressione di non essere più capace di giocare a tennis: quanti rovesci steccati, quanti diritti sotto la rete. A Londra, quella sera Nadal avrebbe continuato a giocare per ore, Federer non vedeva l’ora di uscire dal campo.

 

  

Agli Australian Open del 2009, dopo un’altra  finale persa al quinto set, Roger Federer non riusciva a smettere di piangere, era successo di nuovo. “God, it’s killing me” provò a dire singhiozzando davanti ai microfoni; quella sconfitta faceva male da morire. Nadal lo stava divorando, se avesse potuto avrebbe preso a morsi anche le palline, lo svizzero non sapeva più cosa farsene del suo rovescio perfetto.

 

 

Ieri mattina Roger Federer era così bianco che sembrava malato. Dopo vent’anni passati su un campo da tennis gli tremavano ancora le gambe, e poi aveva in mente tutte le sconfitte, il male che gli avevano fatto ogni volta. “Non pensare a Rafa, non pensare a niente, colpisci la palla, lo sai fare” gli ha detto il suo allenatore Ivan Ljubicic prima della partita. Cinque set con il nodo alla gola, senza mai guardare in faccia il suo avvoltoio. Una tortura. Questa volta però Federer ha continuato a giocare, stringendo i denti perché non gli rimaneva nient’altro da fare. Avrebbe perso ancora una volta? Ha preferito non pensarci: “Continua a giocare e a stringere i denti, prima o poi sarà finita”. Dopo cinque set di partita Federer e Nadal erano due uomini stanchi e sfiniti, tredici anni di tennis li hanno fatti invecchiare prima del previsto. Alzando verso il cielo il suo diciottesimo titolo Federer ha detto che ieri contro Nadal gli sarebbe andato bene anche un pareggio. Ma i giocatori di tennis non giocano per pareggiare, soprattutto a trentasei anni quando il tuo futuro sul campo rimane incerto. Federer si è tolto di dosso il peso di dieci anni di sconfitte e di fantasmi e finalmente ha ricominciato a piangere di gioia. A volte la paura non fa così male, a volte fa fare miracoli. “Spero di ritornare anche l’anno prossimo, se così non fosse è stato tutto splendido” ha detto prima di uscire dalla Rod Laver Arena. Non è stato splendido, è stato perfetto, è stato un miracolo.

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