Gli Australian Open degli immortali

A 36 anni e dopo sei mesi di stop Federer batte Wawrinka e va in finale. Potrebbe raggiungerlo Nadal che domani giocherà la semifinale con Dimitrov. Nel tabellone femminile sfida in famiglia per il titolo tra Venus e Serena Williams

Gli Australian Open degli immortali

Rafael Nadal dopo il quarto vinto con Raonic (Foto LaPresse)

Il 5 novembre scorso, mentre Novak Djokovic, Andy Murray e gli altri sei giocatori più forti del mondo si preparavano per giocare l’ultimo torneo della stagione, Rafael Nadal durante un’intervista al quotidiano inglese Times ha annunciato di essere pronto per ricominciare a vincere. Non c’era bisogno che nessuno gli ricordasse il polso fragile, le ginocchia malandate o la sua età, si sentiva addosso tutto quanto ogni volta che colpiva una pallina. Quel giorno, dopo una stagione passata ad annunciare ritiri, infortuni e a evitare qualsiasi riferimento al futuro ha voluto fare una precisazione: “Conosco soltanto io la fatica che sto facendo per ritornare ai livelli di prima”. Era tenace e invecchiato, aveva ancora voglia di giocare; nel tennis però la volontà non basta quasi mai.

 

Agli Australian Open dello scorso anno Rafa Nadal ha perso al primo turno contro Fernando Verdasco, cinque set di fatica sprecata. Da quel momento soltanto smorfie di dolore e lacrime trattenute a stento, e poi sconfitte su sconfitte contro Djokovic, Murray e una marea di nuovi avversari dai nomi sconosciuti, tutti più giovani di lui. A giugno, arrivato al Roland Garros per la prima volta dopo molti anni senza nessun titolo da difendere, Nadal non aveva nemmeno la forza di farsi illusioni: “Pensi di poter vincere?” gli hanno chiesto dopo il primo turno “In realtà spero soltanto di non farmi male”. Si è ritirato prima del terzo turno per un problema al polso e nella seconda parte della stagione ha saltato Wimbledon, le finali di Londra e agli Us Open ha perso agli ottavi di finale contro Lucas Pouille.

Quanto è grande un campo da tennis? Dipende dagli anni che hai, dalle gambe che ti sono rimaste. Ogni volta che cominciava una partita, Nadal si sistemava come al solito vicino al telone di fondo campo e provava a fare ciò che aveva sempre fatto: aspettare che fosse l’altro a sbagliare. Tra un punto e l’altro continuava a ripetere le parole che suo zio Toni gli aveva insegnato quando era bambino “Ancora un colpo, soltanto un colpo e poi è finita”. È così che si vincono quattordici titoli del Grande Slam, nove Roland Garros. A trent’anni appena compiuti, a Nadal quelle parole non bastavano più. Non si stava arrendendo, ma gli veniva da piangere se pensava alle partite che non sarebbe più stato in grado di vincere. Il tennis è uno sport monotono, fatto di gesti e movimenti sempre uguali, lo spagnolo lo sa meglio di chiunque altro. In carriera ha giocato quasi mille partite e ne ha vinte ottocentotredici, tutte giocando allo stesso modo: quanti diritti diagonali vincenti aveva tirato in tutti questi anni? Ma soprattutto, era possibile che avesse perso tutto da un momento all’altro? Era possibile. Nadal aveva corso troppo, le sue gambe non ce la facevano più. Aveva passato quindici anni della sua vita a farsi massacrare i muscoli e le ossa dalla sua stessa violenza, ogni pallina un grido di dolore, adesso guardava i colpi dei suoi avversari e rimaneva immobile, piegato su se stesso, con gli occhi inchiodati sui suoi piedi. Era finita anche l’adrenalina. 

 

Durante l’intervista al Times del 5 novembre Nadal ha parlato a lungo della sua carriera e del  suo fisico fragile “Il nostro corpo cambia, e noi non possiamo fare altro che adattarci”. Era successo ad Andre Agassi, a Pete Sampras, stava succedendo anche a Roger Federer, a Venus e a Serena Williams. Sul campo da tennis avevano già lasciato tutto il meglio che avevano, nel caso delle sorelle Williams vent’anni della loro vita; l’unica cosa certa del loro futuro era che sarebbe stato più doloroso del passato. Nadal aveva avuto modo di pensarci per tutta la stagione, ogni volta che veniva eliminato da un torneo. 

“Ho avuto una grande carriera, ho vinto e sofferto tanto. Per questo motivo è ancora più bello essere qui ancora una volta” ha detto così Nadal subito dopo aver battuto nei quarti di finale Milos Raonic, il terzo giocatore più forte del mondo. Prima aveva vinto contro Gael Monfils e prima ancora contro Alexander Zverev, il futuro del tennis mondiale. Non raggiungeva una semifinale in un torneo del Grande Slam dal 6 giugno 2014. Sono passati 964 giorni. Due anni e mezzo di infortuni, ritiri, terzi e quarti turni e nemmeno l’ombra del giocatore che era stato. Nei giorni scorsi scendendo in campo sotto lo sguardo del suo nuovo allenatore Carlos Moya Nadal però ha rialzato gli occhi da terra per guardare meglio l’avversario, ha ricominciato a urlare e a correre con le parole di zio Toni in testa: “Ancora un colpo, soltanto un colpo e poi è finita”. Ha sentito la stessa pressione e la stessa paura di un tempo. La stessa adrenalina del 2009, quando ha vinto per l’unica volta gli Australian Open in finale contro Roger Federer dopo cinque set e quattro ore e venti di partita. Allora Nadal e Federer erano il numero uno e il numero due del mondo, in campo erano capaci di qualunque cosa.

 

Adesso i loro volti sono più scavati e più stanchi, non corrono più come quel giorno, non hanno più i riflessi dei vent’anni. Si portano sulle spalle il peso di tutto il tennis che hanno giocato in questi anni, giocano contro il tempo e contro avversari sempre più giovani. Per il momento, li hanno battuti tutti quanti. Quando urlano, Federer e Nadal urlano ancora più forte di prima, forse perché sanno che il loro tempo sta per finire, o forse perché vogliono ricordare a tutti ciò che sono stati, ciò che sono ancora. Nel tennis la volontà non vale niente, soprattutto dopo i trent’anni. Valgono gli occhi fissi sul campo, i morsi sulle labbra per la paura e per il dolore, valgono la frustrazione di guardare gli altri andare avanti mentre tu stai scomparendo, valgono sei mesi fuori dal palcoscenico a provare e a riprovare ciò che pensavi di saper fare a occhi chiusi. Vale la cattiveria.

 Domani Nadal giocherà in semifinale contro Gregor Dimitrov, Federer dopo aver vinto in cinque set contro Stanislas Wawrinka aspetta il vincitore. È il primo finalista degli Australian Open. Ha trentacinque anni e qualche mese, è stato fermo per sei mesi e gioca come non giocava da dieci anni; la classe è rimasta intatta, è la rabbia che è diversa. Oggi ha giocato undici ace e quarantasette vincenti, e giocherà la sua ventisettesima finale di un torneo del Grande Slam, non è un record, è un miracolo. Dall’altra parte del tabellone Serena è in finale affronterà sua sorella Venus, meravigliosa trentaseienne. La prima volta che le due sorelle si sono incontrate in un torneo ufficiale è stato proprio nel secondo turno degli Australian Open, nel 1998, diciannove anni fa. “Venus lo sai che la tua avversaria è nata lo stesso anno in cui tu sei diventata professionista?” ha detto una giornalista all’americana subito dopo il primo turno. “E allora?” ha risposto Venus. E allora niente, nel tennis ognuno sta nel posto che si merita. Nadal, Federer, Serena e Venus questo posto se lo stanno meritando da una vita intera.

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