Meno 100 giorni al Giro100: il ciclismo italiano non è mai stato così misero

Nell'edizione che partirà da Alghero il 5 maggio 2017 sono solamente due squadre italiane al via. Le ragioni della crisi e le colpe della Federazione

Meno 100 giorni al Giro100: il ciclismo italiano non è mai stato così misero

La madrina del Giro 100 Giorgia Palmas (foto LaPresse)

Quando Orio Vergani paragonò il ciclismo a un buon vino perché "ci vuol tempo per riuscire nell'ardua impresa di conoscere un bicchiere nelle essenze, nei gusti, nelle note musicali che vi sono nascoste all'interno dello spartito, ed è atto adulto comprenderne la complessità e l'eccezionalità", non poteva immaginare che a cento giorni dalla centesima edizione del Giro d'Italia il ciclismo italiano si stesse per trasformare in aceto. Una fermentazione acetica che si sta propagando pian piano dall'alto della botte alla base.

 

Perché nel gennaio 2017 il ciclismo italiano ha toccato il punto più basso della sua storia, almeno per presenze nel circuito più importante, che ora si chiama World Tour, e nella corsa più gloriosa del calendario nostrano: il Giro d’Italia. La stagione che è iniziata da poche settimane è la prima che segna l’estinzione di squadre tricolori nella serie A di questo sport, la prima che vedrà al via della corsa rosa soltanto due formazioni con sede in Italia.

 

E questo nonostante il direttore della corsa Mauro Vegni avesse più volte sottolineato come il “Giro sia un orgoglio nazionale, qualcosa che rende eccezionale il nostro paese” ed evidenziato che l’obiettivo dell’edizione “del Centenario sia quella di abbracciare tutta l’Italia”. Obiettivo raggiunto a livello territoriale, con qualche obbligata lacuna, fallito a livello organizzativo. Perché puntare all’esterofilia nell’edizione che dovrebbe “raccontare la storia di questo paese e di questo evento”, dopo che si è detto che l’obiettivo della corsa rosa “è quello di contribuire a riportare il ciclismo italiano alla testa del movimento internazionale”, è un gracchiante nosense. Parole del 2011 che forse sono state dimenticate durante la diramazione degli inviti alla competizione: dentro CCC Sprandi Polkowice, polacca, e Gazprom-RusVelo, russa, fuori Androni Giocattoli-Sidermec e Nippo-Vini Fantini.


Urbano Cairo con Vincenzo Nibali (foto LaPresse)


Attribuire però tutte le colpe di una crisi ormai da anni radicata in profondità al movimento tricolore, oltre che ingiusto è erroneo. La corsa rosa paga, e in questo caso ha evidenziato, lo stato comatoso di uno sport penalizzato sia dalla crisi economica, sponsorizzare una formazione professionistica è sempre più costoso – a causa dell’aumento delle corse e della loro distanza dall’Italia – e sono sempre meno le grandi aziende che se lo possono permettere; sia dalla diminuzione di attrattivi di questo sport, conseguenza di due decenni di scandali legati al doping; sia di una Federazione che non è riuscita in questi anni a fornire un progetto di crescita credibile.

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Se infatti i primi due argomenti possono essere estendibili a qualsiasi realtà europea, il terzo è invece una prerogativa totalmente italiana. Spagna, Francia, ma soprattutto Regno Unito e Germania, ma anche Polonia, Russia, Svizzera e quasi tutte le altre federazioni europee, hanno infatti in questi anni cercato di trovare sponsorizzazioni e investito in prima persona in squadre nelle quali radunare il meglio di quanto i settori giovanili fornivano. La federciclismo inglese ha spinto, e non poco, per la nascita del Team Sky, quella russa ha creato la Katasha, quella francese ha fatto in modo che lo stato si prendesse cura del benessere del settore giovanile e sponsorizzare, tramite la società di scommesse Française des Jeux (al 72 per cento di proprietà statale), almeno una formazione World Tour. L’Italia ha lasciato questo compito a manager e direttori sportivi in costante vagabondaggio presso imprenditore alla ricerca di qualche milione buono per iscrivere la formazione alla stagione.

 

E così in un totale abbandono della sala di comando, il ciclismo italiano si ritrova sempre più minoritario anche entro i confini, incapace di valorizzare i talenti che ancora produce – sì ci sono e non sono pochi –, grazie a un sistema di piccole accademie che continuano a resistere nonostante tutto. Nonostante la mancanza di fondi federali, nonostante in Italia ci sia un solo velodromo coperto, nonostante la progressiva diminuzione di gare entro i confini.

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Ma tant’è. La Federazione ha votato ancora una volta il proprio presidente e ancora una volta sostiene che il futuro sarà raggiante. Insomma lo stesso concetto espresso sul palco della premiazione del primo vincitore del Giro d’Italia, 108 anni fa, da Armando Cougnet, l’uomo che si inventò questa corsa: “Il futuro è della bicicletta. E il Giro d’Italia lo cavalcherà”. Cento edizioni di cavalcate iniziate con quella di Luigi Ganna, che partì dal varesotto per diventare il primo nome iscritto nella storia della competizione. Ganna che commentò così la sua vittoria, “l’impressione più viva l'è che me brüsa tant 'l cü!”. Parole che rendono bene la situazione odierna del ciclismo italiano.


Luigi Ganna

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