Il Mondiale a 48 squadre fa schifo, ma conviene a tutti. Tranne che al calcio

Politica calcistica e opportunità economiche si mescolano nella decisione di Gianni Infantino. I bilanci della Fifa e i pericoli che si celano dietro le scelte compiute della Federazione internazionale

Il Mondiale a 48 squadre fa schifo, ma conviene a tutti. Tranne che al calcio

Foto LaPresse

Era il 1948 quando Jules Rimet, il presidente della Fifa che si inventò nel 1928 il Mondiale di calcio – disputato poi per la prima volta in Uruguay nel 1930 – disse, presentando la riforma che estendeva a 16 squadre nazionali l’accesso alle fasi finali della Coppa del Mondo, che “16 è il numero di formazioni più corretto per garantire l’eccellenza che una competizione del genere si fregia d’avere. I Mondiali devono essere una manifestazione ove il calcio si dimostri in tutta la sua magnificenza e per dimostrare ciò è necessario garantire che soltanto le migliori compagini del mondo si possano sfidare su di un palcoscenico globale”. Un’evidenza che non era un diktat, “perché in futuro è consigliabile l’estensione a 24 quando i movimenti asiatici e africani riusciranno a colmare parte del gap con quelli europei e sudamericani. Pensare però a un ingrandimento ulteriore della platea è sconsigliabile, se non deleterio”. Sono passati quasi 70 anni da allora e la stessa Fifa che fu del francese Rimet e ora è governata dallo svizzero Gianni Infantino, ha annunciato martedì che alle fasi finali della Coppa del Mondo dal 2026 parteciperanno in 48 nazionali.


Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto LaPresse)


Oggi rispetto ad allora il calcio si è evoluto, ha raggiunto la celebrità in (quasi) tutto il globo e, almeno stando all’ultimo report del Technical Study Group della Fifa, lo squilibrio tra i paesi calcisticamente evoluti (Europa e Sud America) e il resto del mondo si è sempre più assottigliato. Ma tutto questo con l’allargamento del Mondiale a 48 squadre c’entra poco o nulla. Non si è partiti da quanto detto da Rimet per riformare. E’ altro a cui ambisce Infantino e questo altro è un insieme di politica pallonara e interessi economici.

 

L’ex segretario generale della Uefa dal 2009 al 2016 nella campagna elettorale che ha preceduto la sua elezione alla presidenza della Fifa aveva promesso, in continuità con il suo predecessore Sepp Blatter, che la federazione internazionale “deve servire in modo naturale gli interessi di tutte le 209 federazioni, grandi o piccole che siano, mettendo il calcio e la sua crescita in cima alla sua agenda”. E questi interessi sono in sostanza uno: participare alla vetrina più importante che il calcio ha da offrire: il Mondiale. Promesse elettorali che lo hanno fatto eleggere e che ha prontamente mantenuto, ripagando così la fiducia concessa dai suoi elettori. Una scelta che inoltre buona da giocarsi con i “rivali” americani. Le federazioni degli Stati Uniti e del Canada si erano schierate, con quella del Messico, contro Infantino, ma ora potrebbero essere gratificate con l’occasione di ospitare il debutto della nuova formula della Coppa del Mondo.

L'ultima bestemmia della Fifa: Mondiale a 48 squadre

Gianni Infantino parla di "felicità delle nazioni coinvolte" ma guarda al portafoglio. Se certe squadre non hanno giocato mai i Mondiali, un motivo ci sarà. In Italia Tavecchio si impunta sulle feste comandate, in Premier Conte si dà al complottismo.

Un’opportunità politica strettamente legata a un’evidenza economica: la Fifa costa e costa cara e per mantenere l’apparato sia burocratico che sportivo, servono nuove risorse. Dal 2000 al 2015 le spese della massima autorità calcistica internazionale sono passate dai 538 milioni di dollari ai 1.274 dell’ultimo bilancio – con un picco nel 2014 di 1.955 milioni di dollari –, ossia oltre il 130 per cento in più. Costi che sino a ora sono stati ben coperti da una continua evoluzione ed espansione dei ricavi, passati dai 690 del 2000 ai 1.152 del 2015. Un incremento che però è solo del 67 per cento, poco più della metà della crescita delle spese. Un successo, sembra a prima lettura, ma se si approfondisce nell’analisi e se si prende in considerazione il sistema di redistribuzione alle confederazioni (in bilancio è inserito unicamente il Financial Assistence Programme, ossia il programma di finanziamenti indirizzato alla realizzazione di politiche di sviluppo per infrastrutture, area giovanile), le eccedenze degli ultimi 16 anni, 1.883 milioni di euro, si riducono enormemente, evidenziando la necessità di un’incremento delle entrate superiore a quanto sinora registrato. Soprattutto se si tiene in considerazione che dei 1.152 milioni di dollari di ricavi ben 629 sono arrivati dalla vendita di diritti televisivi (613 dei quali per i soli Mondiali).

“Il bilancio della Fifa è fortemente dipendente dalla Coppa del Mondo”, ha detto nel 2013, l’ex responsabile finanziario della Fifa dal 2002 al 2007, Ursi Linsi, sottolinenando come questo evento “rappresenti la bombola d’ossigeno di tutto il movimento”. E quel miliardo di dollari che l’estensione a 48 squadre porterebbe in più, secondo le stime della Fifa, nelle casse federali, sembra essere la soluzione a molti dei problemi di approvvigionamento futuro.

 

Con sommo gaudio delle confederazioni che vedrebbero non solo aumentare il numero di squadre ammesse alle fasi finali, ma soprattutto un aumento significativo delle entrate.

Perché abolire la Fifa non sarebbe un danno per il calcio

Riformare la Federazione internazionale dopo lo smascheramento del sistema Blatter sarà lo scopo principale del nuovo presidente. Per ora gli sforzi del Comitato esecutivo e i programmi dei candidati alla presidenza fanno capire che difficilmente ci saranno rivoluzioni. Perché dunque non affidare la gestione del calcio direttamente a chi investe in esso, i club?

Se per il 2026 le previsioni sono oltremodo positive, non è detto che però il futuro possa regalare gli stessi vantaggi. Per Terence Heller, esperto in management sportivo e studioso all’università di Colonia di flussi di comunicazione e nuovi media, la scelta della Fifa “se nel breve periodo può far incrementare le entrate, nel lungo periodo potrebbe essere un boomerang poco utile al movimento”. Secondo l’analista inglese, “la dipendenza del calcio dai diritti tv è ora elevata e abbiamo raggiunto quasi l’apice della possibilità economica di queste per l’acquisto. I casi sono due: o si trova un altro piano, si allarga ai social network la vendita dei diritti, oppure si tagliano i costi dello sport”. I nuovi mercati, Cina e India su tutti, “non sono sufficienti a pensare che gli introiti dalle tv continuerà a espandersi nei prossimi vent’anni. E ancora non c’è un modello di business valido per la trasmissione delle partite nei social network. Sicuramente sarà trovato, ma potrebbe non essere così vantaggioso per il calcio come si crede”.

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