Dilly ding, dilly dong, il Leicester è campione d'Inghilterra

La squadra di Ranieri è stata in testa così a lungo che tutti hanno potuto raccontare la propria versione della “favola”, da quella sul collettivo antiliberista a quella su quanto sarebbe bello che i Foxes non vincessero più nulla, per preservare la loro purezza. E pensare che tutto è partito da un’orgia in Thailandia - di Jack O'Malley
Dilly ding, dilly dong, il Leicester è campione d'Inghilterra

Ma quale scaramanzia. Due tifose del Leicester mostrano la sciarpa con la scritta “Campioni” durante la sfida con il Manchester United, senza ancora la certezza matematica del titolo (foto LaPresse)

Londra. Dopo un derby meraviglioso, roba da finire tutte le scorte di brandy che avevo in cantina, il Tottenham ha detto addio alla rincorsa per il titolo. A Stamford Bridge, contro un Chelsea che voleva salvare almeno la faccia dopo una stagione da buttare ("Let's do it for Ranieri", diceva un cartello sugli spalti) è finita 2-2. Gli Spurs erano passati in vantaggio, 2-0 a fine primo tempo. Cahill e Hazard hanno regalato al Leicester un titolo che è già storia. La squadra allenata da Claudio Ranieri è campione d'Inghilterra per la prima volta nella sua storia, dopo una stagione in cui era partita per salvarsi.

 

La cosa più stupefacente del Leicester, quest’anno, è che è stato in testa alla Premier League così a lungo che tutti hanno fatto in tempo a raccontare la propria versione della favola, tanto che nelle ultime settimane quasi non si sapeva più che inventare per tenere alta la tensione per l’impresa che questa squadra stava compiendo. Per fortuna ci ha pensato Claudio Ranieri, reinventatosi comunicatore come nemmeno il miglior Mourinho – ma diverso, molto diverso dall’appannato Special One. Tra interviste strappalacrime, pianti in tv davanti all’omaggio dei tifosi del Leicester intervistati per strada, conferenze stampa con il “Dilly Ding Dilly Dong” diventato un tormentone e persino un coro dei tifosi, Claudio Ranieri ha dato un sacco di materiale per la costruzione del mito mediatico. E poiché quando vinci tutto è bellissimo, perfetto, funziona – anche se è idiota o strapaesano – il fatto che lui ieri fosse a pranzo dalla mamma anziana e non potesse vedere Chelsea-Tottenham, decisiva per il titolo dei Foxes, è stato accolto con fiumi di commossa retorica, quella che in fondo piace di più: l’antipersonaggio. Fossi stato nei panni del manager italiano sarei stato ricoverato per inguaribile priapismo già un mese fa (non dimentichiamo che Ranieri allena il Leicester grazie a un’orgia organizzata un anno fa in Thailandia e intelligentemente filmata da tre ex giocatori dei Foxes, tra cui il figlio dell’ex manager Nigel Pearson, cacciato per questo motivo poco dopo).

 


Questa supporter thailandese del Leicester è indispettita: aveva ordinato una canottiera di due taglie più grande


 

All’Old Trafford domenica la sua squadra avrebbe potuto crollare, le gambe tremanti per il titolo a un passo, la possibilità di scrivere la storia in uno degli stadi più belli e importanti del mondo, la storia nella storia di Schmeichel, figlio di un grande Red Devil per la prima volta in quel campo ma con un’altra maglia. Non è stato così, perché probabilmente saremmo morti di infarto sommato a un attacco di diabete, ma è stato meraviglioso lo stesso. Tutto questo ha generato mostri nelle ultime settimane, con i giornali che facevano a gara a chi aveva l’aneddoto più straziante sul passato di qualcuno dei giocatori del Leicester (a un certo punto dai racconti letti sui giornali sembrava che fosse una squadra di ciccioni, galeotti mancati, ex operai e scarti della società). Difficilmente però qualcuno supererà il Fatto quotidiano di mercoledì scorso, che per mano di Luca Pisapia ha trasformato questa società il cui proprietario è comunque tra gli uomini più ricchi del mondo in una sorta di collettivo socialista postmoderno: “E la città industriale delle East Midlands, tra le più multietniche del paese, per un attimo torna ai primi dell’Ottocento, quando era roccaforte dei Cartisti: rivoluzionari propugnatori di un socialismo premarxista. Perché quella del Leicester non è una favola, ma un progetto sociale e sportivo che dimostra come nel cuore del pallone neoliberista un altro calcio sia possibile”. L’ho scritto la scorsa settimana e lo ribadisco: Travaglio, togli il vino ai tuoi giornalisti, se non lo reggono. Ma forse la retorica peggiore attorno alla stagione sorprendente dei Foxes è quella à la Gramellini, che qualche giorno fa sulla Stampa si esibiva in quello che quando parla di calcio gli riesce meglio, il martellamento sulle palle. Il direttore creativo della Stampa spiegava ai lettori che il bello di una stagione come questa è che non si ripeterà più, che è stata un caso, una distrazione del destino. In altre parole: che bello vincere, ma ancora più bello è tornare perdenti subito dopo. Me lo immagino, il Gramellini bambino che trentanove anni fa gode perché il suo Torino perde il campionato per un punto l’anno dopo aver vinto il suo settimo scudetto: chissà che sospiro di sollievo deve avere tirato, il buon Massimo, per lo scampato pericolo di cominciare una storia vincente, e che soddisfazione poter dire “abbiamo vinto, ma tranquilli, non succederà più”. Vada a chiedere a uno qualunque dei tifosi del Leicester se l’anno prossimo non vogliono più essere protagonisti in Premier League o addirittura tentare il colpaccio in Champions, se desiderano che questa stagione resti un caso della storia. Se ne trova uno così gli offro un giro di brandy dove vuole lui.

 


Lei non tifa Leicester, ma almeno indossa i colori giusti


 

Forse la pensa così Pelè, che a 75 anni ha evidentemente perso quel po’ di lucidità che gli ha permesso di fare un’ottima carriera politica tra Fifa e Brasile. Intervistato da Sette del Corriere della Sera, si fa ritrarre in copertina mentre accarezza col viso un pallone di cuoio. L’intervista ha lo scopo di lanciare il film sulla sua infanzia, ed è – per stessa ammissione dell’esterefatto intervistatore – un concentrato potentissimo di tutti i luoghi comuni sul calcio che il mio amico John comincia a sciorinare quando al pub ha finito la quarta pinta: si va da “il business ha rovinato il calcio” a “ora le partite sono tutte strategia” con annesso rimpianto del passato che – come ogni passato per chi invecchia – era migliore del presente: “Non come una volta, che si andava a giocare a caso, non si conosceva l’avversario, al massimo due parole del mister, un super8 sfuocato…”. Un suggerimento per aumentare il suo ottimismo ce l’ho, però. A un certo punto lamenta il fatto che i giovani vengono bruciati, comprati nella culla e “buttati subito tra 80.000 persone che urlano”. Faccia un salto in Italia, O Rey, e cambierà idea: lì a 20 anni si gioca in Primavera, e quando si viene “buttati nella mischia” se va bene si è davanti a 9-10.000 spettatori scarsi. Talmente lontani dal campo che manco se ne accorgono che stai esordendo.

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