E’ la seconda volta, dopo il rovescio subito dal governo sui fondi Fas, che alla Camera si materializza una nuova maggioranza dai tratti niente affatto episodici. Ieri l’esecutivo è stato battuto più volte sul trattato di amicizia con la Libia da Pd, Idv, Udc e Fli. La crisi è conclamata, ma non ufficializzata. La necessità tattica di tirare avanti fino a dicembre, confermata da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, rischia di convalidare il peggiore scenario ipotizzato nei giorni scorsi da Giulio Tremonti: l’emergere di maggioranze variabili capaci anche di modificare la Finanziaria. A Montecitorio, il fantomatico terzo polo è un dato di realtà. Udc, Fli e Mpa si muovono all’unisono e minacciano di articolare nuove architetture parlamentari facendo sponda, di volta in volta, a seconda del provvedimento in discussione, con Pdl-Lega o con Pd-Idv. Non sembra che la promessa di un negoziato, sponsorizzato da Bossi e Roberto Maroni, abbia avuto l’effetto di placare la strategia del logoramento portata avanti dal partito di Gianfranco Fini. A un accordo non sembra crederci più quasi nessuno e la lunga attesa prevista dalla strategia del Cavaliere, intanto, favorisce il lavorìo di quanti immaginano di poter conquistare una diversa maggioranza anche al Senato.
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