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Senatore del Pd svela perché ha votato contro l’arresto di Tedesco

La battaglia per la legalità e la moralità unisce da sempre il centrosinistra, costituendo il punto di convergenza tra sensibilità, culture e tradizioni che nella loro diversa costituzione incrociano la medesima cura e attenzione ai problemi dello stato. Il contrasto a Berlusconi ha riguardato e continua a riguardare, pertanto, il diniego di tutto ciò che si manifesta come pura riduzione della politica a gestione corrente e conglomerato d’interessi. Alla giustizia si assegna, in questo contesto, una funzione essenziale di tutela e sostegno dei valori di buona amministrazione, a tutti i livelli dell’ordinamento. Questa premessa consente di comprendere le ragioni del tormento, se non del disagio, che si sono evidenziate nel mezzo delle ultime vicende parlamentari.

Al Senato era più marcata la difficoltà a trovare il bandolo della matassa: su Tedesco anche la commissione di merito aveva ritenuto di non esprimersi, rimettendo all’Aula la valutazione circa l’esistenza di un eventuale fumus persecutionis ai danni di un suo membro. Il presidente Follini, sempre equilibrato, aveva sottolineato in una comunicazione in Assemblea  il carattere problematico della decisione. Ognuno, perciò, era tenuto a caricarsi della responsabilità di un voto destinato a far rumore. Si è anche fatto notare che il senatore Tedesco, nel suo coraggioso intervento, aveva chiesto ai colleghi di pronunciarsi a favore della richiesta del pm. A questo punto poteva essere rimosso ogni dubbio o resistenza. Insomma, sarebbe rimasta solo la maggioranza a sostenere l’onere di una posizione ancora una volta legata al pregiudizio o all’ostilità verso l’azione della magistratura.

Invece l’ombra di una deliberazione arrischiata non si è dissolta completamente, al punto di lasciare aperti interrogativi e dubbi nelle stesse file dell’opposizione. Nella semplificazione mediatica, Tedesco doveva essere “assicurato alla giustizia”, quasi che a processo concluso e a condanna stilata non ci fosse altro da fare se non garantire la consegna del colpevole alle patrie galere. Invece i senatori dovevano asseverare la volontà del magistrato inquirente in ordine alla vera o presunta necessità degli arresti domiciliari in via preventiva e cautelativa, con ciò lasciando trasparire, in sovrappiù, il rischio che l’esercizio stesso delle funzioni parlamentari abbiano in qualche modo a favorire atti e comportamenti “inquinanti” la raccolta delle prove ai fini del processo. Forse il Pd poteva lasciare spazio formalmente e concretamente a una libera valutazione di coscienza, invece di incamiciare tutto questo in una disposizione di voto irrigidita da comprensibili esigenze di tattica parlamentare. Alla rabbia della piazza non si risponde con la replica della rabbia di una classe dirigente. In ogni caso, ferma restando la linea del partito, non si può relegare il dissenso a una forma d’insubordinazione. Chi coltiva un principio di sano garantismo fatica ad accettare, infatti, quel soffio di larvata indifferenza che investe lo spirito pubblico quando si richiede o si realizza una misura restrittiva del magistrato inquirente.

Ho votato contro e non mi sono nascosto dietro le paratie del voto segreto. L’ho fatto per una ragione di prudenza, giacché consentire l’arresto di una persona “al di qua” della  sentenza è per chiunque uno strappo. Quando sarà, nel processo, tutti potremo acquisire i riscontri dell’accusa e della difesa, approdando presto e bene alla verità giudiziaria sulla condotta di Tedesco nelle sue funzioni di amministratore regionale. In definitiva, dopo Berlusconi, dovremo rifondare la cultura del dovere e della responsabilità, unico cemento di un nuovo senso dello stato. Ma non potremo farlo se già da ora, assumendo il peso di decisioni faticose, non dimostriamo di saper dare valore a un modello di giustizia in cui il rigore delle procedure tecniche sia messo al riparo di pulsioni radicali e giacobine.

di Lucio D’Ubaldo, senatore del Pd

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