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Travolti da un insolito delfino

Nel Pdl destabilizzato si fa quadrato e spunta la parola magica, primarie

Il futuro, per ora, è una colazione fredda tra Cav. e Tremonti. La prima uscita morbida di Alfano pensando al 2013

Mirabello (Ferrara). E’ stato Giulio Tremonti a chiedere di incontrare ieri Silvio Berlusconi. Il ministro dell’Economia ha pranzato con il premier a Palazzo Grazioli per rendere l’immagine della ritrovata – e obbligata – concordia dopo le polemiche puntute di giovedì. “Siamo sotto attacco concentrico”, spiega Fabrizio Cicchitto poco prima di assistere, nel corso della festa del Pdl di Mirabello, all’esordio in pubblico – dopo la sua elezione – del neo segretario Angelino Alfano. Il capogruppo del Pdl si riferisce alle novità sull’inchiesta P4 di Napoli, che lambisce Tremonti e Gianni Letta, ma anche alla richiesta di autorizzazione coatta a procedere che il gip di Palermo ha formulato ieri contro il ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano. L’adagio è: “Evitiamo di litigare tra di noi. E di esporci”. Anche se l’indagine che lambisce il superministro, indebolendolo, ha in realtà avuto l’effetto un po’ paradossale di stabilizzare i rapporti – tesi – tra lui, il resto del Pdl e Silvio Berlusconi. Difatti spiega Ignazio La Russa al Foglio: “Le insinuazioni su Tremonti sono davvero singolari. E’ uno che vive nettamente al di sotto delle sue possibilità. Con la politica ci ha rimesso. Quando suo figlio, che è amico di mio figlio, veniva a Roma, lo ospitavo io perché Giulio viveva in una caserma della Guardia di Finanza”.
Ma ieri è stata la giornata di Alfano, aperta da un’intervista per certi versi clamorosa del Cavaliere che su Repubblica lo candidava alla presidenza del Consiglio per la prossima legislatura. In estrema sintesi questi i pensieri del premier: “Non mi ricandiderò nel 2013, sarà Alfano a correre, Gianni Letta dovrebbe andare al Quirinale, io vorrei fare solo il padre nobile del centrodestra”. Un colloquio vero, ma parzialmente rubato. Berlusconi ha poi infatti espresso “sorpresa” per un “colloquio amichevole trasformato da Repubblica in una intervista con tanto di domande e risposte”. Con questa precisazione dettata alle agenzie da Palazzo Chigi, il Cav. ha voluto smorzare la solennità di quello che poteva sembrare – ma non era – l’annuncio di un addio alla politica. “I programmi da qui a sei mesi, o un anno, in politica sono aleatori”, dice La Russa. Ovvero: “Berlusconi non dovrebbe caricare Alfano di eccessive responsabilità. Il segretario va un po’ protetto. Ma i pensieri di Berlusconi rivelano una cosa fondamentale – dice il ministro – Il presidente ha detto che dopo di lui non ci sarà il diluvio universale ma un partito capace di sopravvivergli”. E d’altra parte è stato anche quello che ha poi detto in pubblico Alfano: “Nel 2013 avremo ancora bisogno della leadership di Silvio e sarà lui a guidarci ancora con successo. Di sicuro il futuro leader del Pdl dovrà essere scelto da tutti attraverso le primarie”.

I cinque nomi di Gasparri sono solo due
E’ sentita nel Pdl, in difficoltà per il fortissimo attacco giudiziario, la necessità di non bruciare le tappe. Letta su Repubblica l’intervista del premier, Roberto Formigoni e Gianni Alemanno hanno risposto quasi in coro spiegando che la successione dovrà essere decisa attraverso il meccanismo delle primarie. Nessuna designazione dall’alto. “Bisogna andare piano”, spiega Maurizio Gasparri. “Per le elezioni del 2013 il centrodestra ha cinque candidati potenziali”. E chi sono? “Pier Ferdinando Casini, Roberto Maroni, Angelino Alfano, Roberto Formigoni e Giulio Tremonti. Ma Casini secondo me vuole fare il presidente della Repubblica, Maroni è ancora troppo nordista, mentre Tremonti non si è mai posto il problema del consenso”. Insomma, quello che il capogruppo del Pdl al Senato vuole dire è che i possibili candidati premier nel 2013 sono solo due, in realtà: Alfano e Formigoni. Il primo è esplicitamente il cavallo sul quale punta Berlusconi, mentre il secondo è entrato già in campagna elettorale per le primarie (o i congressi) che secondo il suo schema, condiviso con l’alleato Alemanno, dovrebbero guidare la successione al Cavaliere. Non fa nulla per nascondere le sue ambizioni, Formigoni. Al governatore – che a Mirabello è stato acclamato anche dai militanti ex di An che lui ha voluto salutare quasi uno per uno fin dentro le cucine a campo – non sfugge che dopo tre mandati da presidente della Lombardia, e a sessantaquattro anni, è tempo di fare altro.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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