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Dopo la mazzata referendaria

Il centrodestra accusa il colpo d’una sconfitta annunciata (ma non così), il Cav. incorona la volontà partecipativa degli elettori e medita sulle primarie, il Pdl presenta una legge elettorale e torna alla carica sul fisco

La mazzata è arrivata. Prevista, anche se non di questa entità: quorum raggiunto con il cinquantasette per cento. E ora che succede? I quattro quesiti impongono la messa in mora delle leggi sul nucleare e sull’acqua e abrogano il legittimo impedimento già svuotato dalle decisioni della Corte di cassazione. L’effetto più forte è politico, coinvolge il governo e il centrodestra: sia la Lega “stufa di prendere delle sberle”, come ha detto Roberto Calderoli, sia il Pdl che ieri pomeriggio è rimasto stordito dal risultato. Ma se il personale politico berlusconiano comprensibilmente nega qualsiasi collegamento tra la tenuta dell’esecutivo e il risultato dei quattro referendum, stavolta Silvio Berlusconi (ben consigliato) non si è nascosto.

Forse pentito del suo silenzio sconfortato nel dopo elezioni amministrative a Milano e Napoli, il premier ha dettato ieri una nota che implicitamente suggerisce agli osservatori quali potranno essere le prossime mosse. “L’alta affluenza nei referendum dimostra una volontà di partecipazione dei cittadini alle decisioni sul nostro futuro che non può essere ignorata”, ha detto il Cavaliere. Se ancora non esiste una compiuta agenda per il rilancio dell’iniziativa di governo, tuttavia le parole di Berlusconi, pronunciate dopo una serie di consultazioni tra i dirigenti del Pdl, contengono parte della soluzione già individuata. Dal risultato – pensano nel gabinetto di guerra del Cav. – emerge la stanchezza degli italiani rivolta contro una classe politica che secondo loro li ha in parte privati di rappresentanza e partecipazione. Per questo, tra sabato e domenica scorsi, prevedendo il risultato negativo, Berlusconi aveva già avallato i piani che gli aveva sottoposto Angelino Alfano per indire elezioni primarie all’interno del Pdl. Il Cavaliere inclina adesso a dare il proprio imprimatur anche alla discussione sulla riforma della legge elettorale, testo che il Pdl presenta questa settimana in Senato.

“O Berlusconi riprende l’iniziativa politica e di governo intestandosi lui una straordinaria stagione di attivismo e innovazione, oppure tanto vale andare a elezioni anticipate”, pensa Andrea Augello, senatore ex di An, sottosegretario e tessitore movimentista tra le file (disordinate) del Pdl. La linea è concordata all’interno del partito, anche con Berlusconi, come dice il capogruppo in Senato Maurizio Gasparri: “Vanno dati segnali immediati sia per il rilancio dell’azione del governo sia per l’azione del Pdl. L’opera di Tremonti è stata finora preziosa e deve essere valorizzata, tuttavia bisogna dare respiro ai settori produttivi e alle famiglie”. La riforma tributaria che fa sorridere il ministro dell’Economia è ormai individuata come una necessità imprescindibile – anche dalla Lega, ieri riunita a lungo in conclave. Ma per i berlusconiani va accompagnata da un rilancio “partecipativo” del Pdl: primarie e congressi. Ci sarà a breve una verifica di maggioranza, mentre domani si vota una pericolosa fiducia sul decreto sviluppo. Nei ranghi del centrodestra prevale lo stordimento, un sintomo è la voce diffusa da ambienti ex Forza Italia sull’intenzione di “spacchettare” il ministero dell’Economia in due: Finanze e Tesoro.

Ipotesi fantascientifica. Con l’appoggio della Lega si aprirà invece una discussione sulle operazioni possibili: semplificazione fiscale e cedolare secca accompagnata a deduzioni per le case in affitto. Tremonti ha sostenuto di sapere cosa fare, ma di avere bisogno di ottanta miliardi che non ci sono in cassa. “La natura oracolare delle sue parole non ha fondamento in politica”, dice Augello. “Se il Pdl esiste, adesso deve dettare le priorità politiche a Tremonti”. Operazione meno complicata che in passato per via del nuovo atteggiamento della Lega.

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di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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