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Fisco finale

Nella contesa tra il Cav. e Tremonti spunta il rigorismo di Napolitano

Il premier annuncia la riforma di mezza estate e corregge la manovra al ribasso, ma le leve restano al Tesoro

Quarantacinque minuti di confronto da soli, il ministro e il premier, andati “abbastanza male”. Poi un Cdm con Giulio Tremonti silente e pensoso, infine un loquace Silvio Berlusconi in conferenza stampa: “La manovra per il 2011 sarà di tre miliardi. Un intervento di semplice manutenzione. Approveremo la legge delega sulla riforma del fisco entro l’estate”. Il presidente del Consiglio prova a forzare il pugno chiuso del ministro dell’Economia annunciando un accordo che non c’è, ma che riferendosi a una legge delega, sul fisco, lascia comunque le leve della riforma tributaria nelle mani del flemmatico Tremonti.

Berlusconi vorrebbe spostare anche la manovra triennale, chiede di non esagerare nel 2011 e di concentrarla quasi tutta sul terzo anno. Per più di mezz’ora si sono parlati, facendo ritardare il Cdm, ma senza realmente capirsi: il sogno di abbassare le tasse che si infrange sulla realtà dei conti e degli impegni sottoscritti in Europa. “Bisogna tenere Tremonti sotto pressione. Volesse iddio che si dimettesse”, dice al Foglio uno dei ministri che gli sono meno amici nel governo. Perché il Cavaliere smentisce (“con Tremonti e Bossi siamo d’accordo. Nessun attrito”) ma la politica economica che vagheggia il presidente del Consiglio è quella che gli ha teorizzato Renato Brunetta; non quella praticata da Tremonti. “La riduzione della pressione regolatoria è una strategia che è possibile realizzare nell’immediato e senza alcun onere”, lo ha confortato Brunetta. “La riforma del fisco deve e può essere avviata subito per rendere credibile e accettabile la manovra correttiva di bilancio che si adotterà per il 2013-14”. Ma a Tremonti sta bene così, la sicurezza deriva tutta da quelle due parole collegate alla riforma tributaria: legge delega. Significa che sarà comunque il ministero dell’Economia a stabilire come, quanto e se. Si dovranno scrivere i decreti attuativi, e i numeri li compilerà Tremonti. Di dimissioni non se ne parla, e l’ipotesi di un clamoroso licenziamento (cui il premier può avere pensato in un momento d’ira) spaventa persino i suoi più accesi avversari. L’atteggiamento della Lega è ancora protettivo. Ma lo scudo più forte è del Quirinale.

Secondo l’inner circle berlusconiano l’apparente, e recente, freddezza della Lega nei confronti dell’amico Tremonti “è più tattica che reale”. Intorno al dissidio – pericoloso anche perché sempre più impolitico – tra il Cavaliere e il suo ministro, il partito nordista ha recuperato la consolidata tattica delle due linee. Roberto Maroni è l’antitremontiano, Roberto Calderoli fa il difensore strenuo e Umberto Bossi resta in mezzo e media. D’altra parte anche alla Lega sono arrivati, non è chiaro attraverso quali canali, messaggi inequivocabili e riconducibili al presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano inclina per la linea del rigore, per la manovra europea (e tremontiana) che punta al risanamento del bilancio dello stato. Mercoledì il presidente ha ricevuto cordialmente Tremonti, forse in cerca di protezione. Il ministro gli ha illustrato la manovra ricevendo da Napolitano – lo riferiscono fonti non istituzionali ma vicine al presidente – cenni molto rassicuranti. La manovra triennale – pensa anche il Quirinale – va gestita secondo le necessità tecniche ed economiche su cui l’Italia si è virtuosamente impegnata. Senza cedere – questa la subordinata – a pericolose tentazioni dilatorie (spostare tutto il peso sull’ultimo anno, come vorrebbe il Cav.). “Licenziare Tremonti”, ammesso che il premier ci abbia davvero mai pensato, è il titolo di un film che non sembra possibile trasmettere.

E’ un’ipotesi che spaventa persino gli antitremontiani più convinti: “Non è lo stesso del 2004. Il Tremonti di oggi è incomparabilmente più forte. Non è tanto per la Lega, ma grazie al sistema bancario”, dice al Foglio un ministro. E uno dei tre coordinatori del Pdl aggiunge: “Nessun altro, nel governo e in tutta la maggioranza, ha altrettante coperture internazionali”. Poi c’è Bossi e ora, dicono, Napolitano. Per questo i malevoli suggeriscono che “l’unica speranza sono le dimissioni volontarie”. Ma non tira questa aria.

Il risultato dei referendum di domenica e lunedì potrebbe anche avere dei riflessi sui rapporti di forza tra Berlusconi e Tremonti. Se non si raggiungesse il quorum il segnale sarebbe di ripresa per la maggioranza e il suo leader (il premier ha annunciato ieri che si asterrà). Sarebbe più facile frenare le spinte centrifughe tra i Responsabili e nel Pdl (da ieri orfano di Gianfranco Micciché e dei suoi parlamentari). Specie in vista della verifica parlamentare fissata per il 20 di giugno. Così come sarebbe possibile recuperare, di riflesso, un po’ di capacità contrattuale anche nei confronti dell’irremovibile ministro dell’Economia. Ma chissà.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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