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Aspettando il day after

Il Cav. va in tv ed evoca la successione, nel Pdl già non si parla d’altro

Il premier minimizza gli effetti della possibile sconfitta a Milano e Napoli, intorno a lui fermentano i conciliaboli

“Non è andata così male. Milano e Napoli non sono un test politico. Dopo i ballottaggi si riparte con le riforme. Chi vota a sinistra è senza cervello”. E poi una frase fulminante, in tv: “Io sarei disponbile a un passo indietro se ci fosse un leader e se questo ricomponesse l’area moderata”. Assecondato dalla cerchia più ristretta dei suoi uomini, Silvio Berlusconi ha riunito ieri l’ufficio di presidenza del Pdl: baldante ottimismo su tutta la linea. Una sceneggiatura preparata da tempo e di cui a Palazzo si dibatteva da almeno tre giorni. Conciliaboli tra il Cavaliere e Paolo Bonaiuti, tra Bonaiuti e Denis Verdini intorno al contenuto del comunicato stampa (scritto da Renato Brunetta) che si sarebbe dovuto poi consegnare alle agenzie. Ieri non si è ascoltato nessun intervento critico da parte dei dirigenti del Pdl schierati in conclave, neanche da parte di coloro i quali, come Gianni Alemanno, Giulio Tremonti, Renata Polverini, Claudio Scajola sono in contatto per disegnare le nuove traiettorie di un partito che spera di poter sopravvivere al suo leader carismatico. I più attivi animatori di capannelli malmostosi sono rimasti in silenzio ascoltando Berlusconi (e non solo) che elencava una serie di passaggi, forse condivisi con la Lega, per tirarsi fuori dalla palude. Eppure Alemanno, Tremonti e gli altri vedono un problema diverso e tra loro ne parlano molto. Come evitare il rischio di una caotica e immediata implosione della maggioranza nel caso in cui i ballottaggi di Milano e Napoli dovessero andare male? Risposta: modificando i rapporti di forza, aprendo una stagione di negoziati e alleanze per il futuro. “Per il 2013 ci vuole una nuova leadership”.

“E’ andata male al primo turno? Colpa dei candidati deboli”. Lo ha detto il Cavaliere ieri a via del Plebiscito (anche se Bonaiuti ha smentito). Il Pdl si è riunito per far sapere ai giornali che “va tutto bene”, come ha poi ripetuto Berlusconi a Porta a Porta: “A questo governo non c’è alternativa”. Eppure il Pdl è già un aggregato di chiacchiere complottarde: tutti parlano con tutti, preoccupati da quelle rilevazioni che il premier non vuole più consultare (“hanno sbagliato al primo turno”) ma che adesso danno il centrodestra in svantaggio di quattro punti a Milano e di sei a Napoli. I capannelli sono strani, sono quelli che non ti aspetti. Tremonti ha deposto la maschera di algida superiorità fino a ieri ostentata nei confronti di “quelli del Pdl”. Il ministro adesso parla, e spesso, anche con quei dirigenti che probabilmente non ama e non ha mai stimato troppo. Da Scajola a Franco Frattini e Raffaele Fitto, fino ai più consangunei Roberto Formigoni e Alemanno. Gli ex di An, che meno risentono di legami personali con il Cav., sono anche i più attivi nell’organizzare “capannelli”. Il Secolo d’Italia ne è diventato l’attoparlante. Se Ignazio La Russa – voci lo dicono prossimo alle dimissioni da coordinatore nazionale del Pdl – organizza il suo capannello (a volte con Adolfo Urso) vagheggiando un gruppo autonomo che faccia da “terza gamba” del centrodestra, Alemanno parla di un “grande centro” pidiellino che obblighi Berlusconi ad avviare il congresso nazionale e una riforma elettorale con l’introduzione delle primarie. E’ la premessa – pensa il sindaco – per avviare quella successione alla guida del centrodestra auspicata anche (altro capannello) dall’ala maroniana della Lega.

Alemanno, che si avvale della consulenza strategica del senatore Andrea Augello, dell’alleanza solida con Altero Matteoli, della solidarietà di Tremonti e della curiosa attenzione di Formigoni, sta cercando truppe. Martedì pomeriggio a Palazzo Madama Giuseppe Pisanu arringava dodici senatori del Pdl: “Bisogna salvare il partito dei moderati. Così non reggiamo”. Augello suggerisce ad Alemanno di costruire una massa critica di deputati e senatori che possano premere sul Cavaliere riluttante nei confronti della successione. La manovra, indebolita dal riesplodere dei guai mediatico-giudiziari di Scajola, scatterà soltanto dopo i ballottaggi e soltanto qualora dovesse andare male per il centrodestra. Per ora sono chiacchiere. Ma anche la Lega alimenta i sussurri. “Bisogna cambiare tutto, altrimenti alle politiche sarà un massacro”, ha detto Roberto Maroni a Umberto Bossi. E’ un linguaggio che ormai parlano, in parallelo, e talvolta senza neanche essere in contatto diretto, tutti i capannelli; quelli leghisti e quelli berlusconiani. Anche Gianfranco Micciché, con le sue truppe neosudiste, disegna scenari. Da solo. Da due mesi – frenato a stento dal Cav. – vuole costruire un gruppo decimando i manipoli dei cosiddetti Responsabili. Tre senatori e nove deputati.

Berlusconi immagina un grande rilancio che parta dalla ripresa dell’iniziativa di governo e dal suo rapporto solidale – per età ed esperienze – con Umberto Bossi. Eppure il leader della Lega ha finora assunto una posizione intermedia tra i collaboratori più filoberlusconiani del cerchio magico (Marco Reguzzoni, Federico Bricolo) e i più preoccupati colonnelli Roberto Calderoli e Roberto Maroni. Bossi è tuttavia più incline ad ascoltare il secondo gruppo di consiglieri, gli stessi che hanno già aperto trattative informali con l’ala dalemiana del Pd per una riforma proporzionale della legge elettorale. Una sconfitta a Milano, la Nazaret del berlusconismo, rafforzerebbe la strategia di Maroni nel partito e dunque il progetto di presentare a Berlusconi una sorta di cambiale: andiamo avanti, ma per il bene di tutti è necessario riformare il sistema di voto e scegliere un nuovo leader per il 2013.

Su questa piattaforma la Lega
si ritrova a fianco di una novantina di deputati del Pdl che Alemanno e Scajola stanno riunendo sotto il testo di un forte appello (e prescrittivo) al rinnovamento. Nessuno della cerchia più intima di Berlusconi ha finora preso parte – direttamente – a questi capannelli. I ministri di Liberamente, pur molto preoccupati (Franco Frattini ha incontrato Scajola la settimana scorsa) sono stati soltanto sondati, ma non vengono ancora apertamente corteggiati. Alle loro spalle si muovono figure in sofferenza, che animano qualche capannello alla Camera. I frondisti toscani, tra cui Deborah Bergamini, fanno parte della galassia di Liberamente, hanno radicamento sul territorio, e hanno momentaneamente deposto le loro rivendicazioni più battagliere (mesi fa erano sul punto di lasciare il Pdl per andare con Gianfranco Fini) in attesa di una fase congressuale finora soltanto annunciata. Tuttavia, considerati emanazione diretta del potere di Berlusconi, i giovani ministri che fanno parte dell’associazione Liberamente non sono considerati un obiettivo primario da conquistare alla causa.

Oggetto di attenzione sono tutti quei dirigenti al momento capaci di mobilitare truppe di parlamentari tra la Camera e il Senato. E dunque è questa la ragione per cui Alemanno ha cercato Scajola, pur così diverso e apparentemente lontano da lui. L’ex ministro si è indebolito per i riflessi dei suoi nuovi guai giudiziari. Il riesplodere dell’affaire Anemone ieri ha sfilacciato improvvisamente una trama che si andava consolidando. Ma è ai coordinatori regionali della ex FI, e persino ad alcuni dei fedelissimi capigruppo, che si guarda con attenzione. Il ministro Raffaele Fitto, uomo di potere vero in Puglia, è uno di questi. Così come Nicola Cosentino ex sottosegretario all’Economia, coordinatore regionale del Pdl in Campania e sodale di Mario Landolfi, l’ex ministro adesso legato ad Alemanno e ad Alfredo Mantovano. Il sistema di nomina dei coordinatori regionali è una crepa sulla quale in un momento di crisi acuta è possibile innestare dei cunei. Nominati, di fatto, dal triumviro nazionale Denis Verdini, i coordinatori regionali sono depositari di un consistente portafoglio di parlamentari, ma non sono legati da nessun solido vincolo politico al triumviro che li ha indicati. Sono, al contrario, i più sensibili agli allarmi legati al calo dei consensi che arrivano dal territorio.

A Berlusconi non sfugge nessuno di questi movimenti. Martedì il presidente del Consiglio si è molto lamentato di Scajola, Alemanno, Polverini, Augello e Matteoli. La polemica – ieri apparentemente rientrata – che ha visto il sindaco di Roma scontrarsi con Bossi intorno alla questione del decentramento di alcuni ministeri verso il nord aveva contribuito a innervosire il premier. Era stato infatti Berlusconi a chiudere un accordo con Bossi: “Ho ottenuto che la Lega accettasse soltanto lo spostamento di alcuni dipartimenti invece di interi ministeri, e quelli si lamentano”, aveva detto Berlusconi nel corso di un vertice con coordinatori e capigruppo. Al pari degli scontenti nel Pdl, anche il Cavaliere è deciso a imprimere novità significative nel Pdl per il dopo ballottaggi. Il punto è che l’orizzonte di una parte consistente dei dirigenti del partito non collima con il suo. Berlusconi imputa al Pdl, e ai candidati, la responsabilità della cattiva prestazione elettorale. Non ha nessuna intenzione di farsi spiegare come vada gestita la sua creatura, quel Pdl che se fosse per lui non si dovrebbe mai definire con la parola “partito”.

Guarda la puntata di Qui Radio Londra Berlusconi ha già pensato a un piano B?

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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