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Lega d’attacco

Così dietro la baruffa tra Bossi e il Cav. cresce l’egemonia di Maroni

Ritrovata la concordia con Calderoli, riconquistato il cuore del gran Capo, il ministro scala governo e partito

“La polemica di Bossi con Berlusconi? La ragione è da ricercarsi nelle dinamiche interne alla Lega”. Mercoledì Fabrizio Cicchitto, nei propri conciliaboli privati, spiegava così le origini del tramestio che attraversa in queste ore l’asse del nord. Il capogruppo berlusconiano ha offerto un’inquadratura dal punto di vista del Pdl, un’immagine della Lega che agli occhi dei berlusconiani si presenta come una piramide al cui vertice sta un inafferrabile (dal Cav.) Umberto Bossi, affiancato (e consigliato) da un Roberto Maroni alleato all’omonimo Calderoli e dunque a Giulio Tremonti. Spauriti, annullati dai titoli bellicosi della Padania (“Berlusconi si inginocchia alla Francia”) e smentiti dal leader in persona che sembra parlare la stessa lingua di Maroni, appaiono i dirigenti del cosiddetto cerchio magico: i Marco Reguzzoni, i Federico Bricolo e le Rosy Mauro, che dopo essere emersi nel periodo della malattia del capo avevano puntato molto sul proprio ruolo da ufficiali di collegamento tra Via Bellerio, sede della Lega a Milano, e quel personale politico del Pdl con il quale – al contrario – Maroni (così come Tremonti, che pure al Pdl appartiene) non ha mai legato. Perché ciò che accomuna Tremonti e Maroni, potenzialmente divisi dalle reciproche ambizioni, è un giudizio tagliente sui dirigenti e sul partito di Berlusconi. “Il Pdl senza Berlusconi non esiste”.

Con buona pace di Franco Frattini, che nel corso di una cena con Angelino Alfano, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini, ha fatto proprio l’orgoglio di una classe dirigente che si immagina ancora viva, anche dopo Berlusconi. “Tremonti deve scegliere se sta nel Pdl o nella Lega”, aveva detto Frattini. Ma il ministro dell’Economia ha chiarito a Repubblica, pochi giorni fa, il suo pensiero in proposito. E corrisponde all’idea di Maroni. Il quale non ha mai coltivato la classe intermedia del Pdl, ma ha paradossalmente (e se ne vanta) stretto rapporti con il Pd: con Vasco Errani, il presidente dell’Emilia Romagna di cui è amico, con Bersani, al quale lo lega una stima reciproca, con Daniele Marantelli, il deputato nordista del Pd che Maroni frequenta “dai tempi del liceo”.

Il ministro dell’Interno è tornato, forse definitivamente,
a fianco del vecchio leader carismatico della Lega. “Sono felicissimo. Ho ritrovato con Umberto una sintonia formidabile, come ai vecchi tempi”, ha confessato giovedì ai propri uomini più fidati, che sono anche i dirigenti saldamente in ascesa all’interno della Lega: Matteo Salvini (che sarà forse vicesindaco di Milano), Davide Boni (che presiede il Consiglio regionale della Lombardia), Attilio Fontana (sindaco di Varese), Flavio Tosi (sindaco di Verona) e il sempiterno Giancarlo Giorggetti. Maroni che avanza significa la rotta per i suoi avversari interni. Anche Renzo Bossi, il figlio del capo, soprannominato “Trota”, un non amico dei maroniani, ha scelto ora un profilo più defilato. I maroniani controllano “la Nazaret della Lega”, Varese, con Fontana e il presidente della provincia Dario Galli: due storici oppositori del cerchio magico e di Marco Reguzzoni, il cui feudo lombardo è stato espugnato con le candidature a queste amministrative. Il cerchio magico ha perso il sindaco di Busto Arsizio e i maroniani hanno conquistato la candidatura a sindaco di Gallarate con Giovanna Bianchi Clerici, ex membro del cda Rai e fedelissima del ministro dell’Interno. Il territorio viene prima di tutto, nella Lega. Ed è dunque anche a queste meccaniche, che dal territorio hanno riflessi sui vertici, che si riferisce il Cavaliere quando riconosce il timbro di Maroni nelle ultime mosse della Lega, e quando accusa il proprio ministro di avere influenzato “il mio amico Bossi”. D’altra parte è un po’ così, forse più che un po’.

Come non accadeva più da anni, questa settimana Maroni ha passato il proprio martedì pomeriggio da solo con Bossi, nell’ufficio del capo al secondo piano di via Bellerio a Milano: bevendo Coca-cola, fumando sigari toscani e rivolgendo parole di fiele all’indirizzo del Cav. “Deve capire che senza di noi, e senza Tremonti, non si va avanti”. A tre giorni dall’apertura del conflitto, il messaggio pare sia arrivato chiarissimo a Palazzo Grazioli. La Lega non vuole una crisi, malgrado gli esiti del nervosismo padano rimangano imprevedibili. Maroni è abbastanza soddisfatto: l’equilibrio di potere col Pdl pare possa ristabilirsi a vantaggio dei padani; e Tremonti, dopo le parole di stima rivoltegli dal Cav., è più che mai in sella. Ieri la Padania insisteva: “Sarà un caso, ma il Giornale e Panorama attaccano Giulio”. E se mai ci fossero stati dubbi sull’esistenza di una troika Bossi-Maroni-Tremonti, sono stati fugati. Da tre giorni è Bossi a fare i titoli del giornale della Lega.

Maroni è dunque tornato a parlare, e a essere ascoltato, da Bossi. Mentre per linee interne declinano i dirigenti – più filoberlusconiani – emersi negli ultimi anni e collocati in questa legislatura dal capo ai vertici dei gruppi parlamentari della Lega. La voce più malevola, ma che tuttavia non trova conferme, racconta di un ultimo colpo di mano parlamentare che l’asse Maroni-Calderoli (avversari a intermittenza) intende ora sferrare contro il cosiddetto cerchio magico: sostituire il capogruppo alla Camera, Reguzzoni, con il bergamasco e sodale di Calderoli, Giacomo Stucchi.

Nei giorni scorsi Bossi ha colpito duramente il riflesso moderato di Reguzzoni, che mercoledì aveva tentato un’operazione diplomatica – di pace – con il Pdl. La notizia della telefonata ricevuta dal capogruppo, con la quale il leader lo redarguiva indicandogli a mo’ di esempio Maroni (e tra i due non sono buoni nemmeno i rapporti personali, non soltanto quelli politici), mercoledì ha fatto il giro del partito in poche ore.

Reguzzoni obbediva, in realtà, alla più consolidata delle tattiche bossiane: parlare a più voci, mantenersi sempre in opportunistico equilibrio in attesa che i tempi politici si facciano maturi per una scelta che spetta sempre e solo a Bossi. E’ la “strategia delle due linee”: incarnata, spesso, in passato, proprio dal dualismo dei colonnelli Maroni e Calderoli. Ma stavolta Bossi è intervenuto, riservatamente, per chiarire che non si stava giocando alle “due linee”, e che la linea della Lega era già chiara e rappresentata dalle dure esternazioni di Maroni. “Non si può chiedere alla Lega di dire sempre sì. Non siamo lì a schiacciare un pulsantino. Le decisioni di Berlusconi sulla Libia sono completamente sbagliate”. Ci si chiede se sia in corso un processo di investitura ufficiale, se Bossi stia predisponendo la Lega nell’assetto più favorevole ad accettare – quando sarà – la leadership di Maroni. Impossibile dirlo. E’ certo, tuttavia, che gli stessi attori sulla scena politica inquadrino ormai ogni scontro interno al centrodestra nella cornice delle strategie per il dopo Berlusconi; ma anche del dopo Bossi.

L’argomento, maneggiato con estrema cautela nel Pdl, non è invece vietato, non allo stesso modo almeno, nella Lega. Tra i dirigenti del partito nordista è diffusa orizzontalmente la consapevolezza che la Lega disponga già della solidità, e del radicamento, sufficienti per sopravvivere anche al ritiro del proprio fondatore e leader carismatico. Il tema della successione non è causa – come nel Pdl – di asimmetrici movimenti di truppe in disordinato conflitto tra loro. Non più. Specie se, come pare, Bossi in persona ha spento una delle più accese rivalità interne. La ritrovata concordia dei colonnelli Maroni e Calderoli, assieme al folto gruppo degli amministratori locali leghisti di maggiore successo (Luca Zaia, Flavio Tosi, Roberto Cota), è la polizza che Bossi sembra avere stipulato sulla vita del proprio partito.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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