Fare l’antipatizzante di Barack Obama è una specializzazione in forte ascesa tra chi per mestiere parla di politica americana. L’antipatizzante di Obama non dev’essere un sostenitore di McCain, anzi è perfino autorizzato a lasciarsi sfuggire un sospiro di rassegnazione, al pensiero che un naufragio del senatore dell’Illinois manderebbe alla Casa Bianca l’inattuale collega dell’Arizona, che a sua volta, negli ultimi giorni sembra aver mangiato la foglia: se vuole giocarsela un po’ più atleticamente di quanto abbia fatto finora, l’unica cosa è trasformare l’elezione in un referendum su Obama: se siete del partito del “famolo strano” accomodatevi e votate Obama. In caso contrario, se siete per un’America senza scosse, sono qui per servirvi.
E comunque, guardare con riprovazione alla campagna di Obama è lo sport di moda tra gli editorialisti che vogliono dare a intendere di saperla lunga su cosa serva all’America per raddrizzare la barca. Obama? Secondo loro, è ora di fare i conti con la possibilità che sia solo un baraccone, un abbindolatore, il prodotto bidimensionale della postpolitica. C’è cascato perfino uno guardingo come David Brooks sul New York Times, che qualche giorno fa ha sganciato la sua spassosa versione dell’Obamantipatia: “La retorica dorata di Berlino”, ha scritto in un editoriale vagotonico che spiluccava osservazioni in attesa del finale precotto: “Obama ha beneficiato di una settimana di buona stampa. Ma in sostanza, l’ottimismo senza realtà, non è eloquenza. E’ soltanto Disney”. Sedici paragrafi per sparare il proiettile antipatizzante: Obama è andato in medio oriente per provare a esistere in chiave internazionale? Ha cominciato a esporre la sua strategia, che si rivela più flessibile e cauta di quanto annunciato? Ha messo in chiaro alcuni punti su cui non tratta e altri su cui è disposto ad assoggettare le sue posizioni ai connotati della realtà? E Brooks gli dice che questo è Disney. Pura antipatia d’occasione.
Perché essere anti-Obama è un modo vocale e richiesto di partecipare al rush della campagna. Come sottolineare, in una pioggia di sondaggi favorevoli a Barack, che uno a campione bassissimo fatto da Usa Today, dice che McCain è in ripresa. O dire che non ha il senso dell’umorismo l’Obama che s’incazza per la copertina del New Yorker che ripropone il sospetto musulmano nei suoi confronti. O sottolineare come McCain – che lancia prime palle allo Yankee Stadium, incontra il Dalai Lama e se ne va a una salsicciata a dire “io sono un americano vero” – sia più lungimirante del pazzo che si mette a ricucire i rapporti con mezzo mondo, senza neppure averne il mandato. Mah. C’è a chi piace così. A chi la pensa a questo modo da destra, auguriamo che McCain nel frattempo non trovi il modo di suicidarsi elettoralmente mettendosi a fare l’intransigente aggressivo. A chi critica da sinistra, insoddisfatto del narcisismo obamiano, prescriveremmo due o tre elezioni a base di John Kerry. Poi ne riparliamo.
E quanto a Obama, imboccata la grandeur, vada fino in fondo. Gli scommettitori londinesi dicono che ha ragione. E due consigli, per non esagerare: dia spazio a uno speechwriter meno innamorato dei suoi slanci retorici, insomma più alla portata di tutti, anche dei commuter che lo ascoltano in macchina. E, dopo Parigi, Londra, Berlino, se ne vada a lungo a spasso per la provincia senza nome, si smarrisca nel mezzo del nulla, chieda indicazioni ai redneck. S’immerga nell’America che – sospettosa – dice di non capirci niente con lui. Ma che potrebbe illanguidirsi, se il sorriso contagioso, per una volta, l’abile Barack lo dedicasse a lei.
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