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Maroni firma l’accordo con Tunisi sui migranti, il Cav. quello con Bossi

Sbloccata la crisi sui rimpatri, mentre la maggioranza si allarga e fa passare in Aula il conflitto di attribuzione

Il sigillo lo ha messo in serata Roberto Maroni firmando l’atteso accordo sull’immigrazione con la Tunisia. “Una giornata faticosa, ma una buona giornata”. Silvio Berlusconi ha incassato alla Camera il conflitto di attribuzione, si prepara tra oggi e domani a ottenere la prescrizione breve, è riuscito a piegare Umberto Bossi “alla ragionevolezza” sull’immigrazione e ha confermato di avere una maggioranza potenziale di 323 voti a Montecitorio. La politica in questa legislatura è per lui un’altalena, ma, come ha spiegato lui stesso ai propri capigruppo ieri pomeriggio, il presidente del Consiglio conserva ancora una notevole capacità di mediazione diplomatica: con l’irrequietezza leghista, con il rivendicazionismo dei Responsabili, con i settori sudisti del Pdl (Alfredo Mantovano, sottosegretario dimissionario agli Interni, potrebbe presto rientrare).

Bossi, dopo un vertice notturno con il Cavaliere, è passato in poche ore da una linea di intransigenza (gli immigrati “föra di ball”) a “sono d’accordo con i permessi di soggiorno provvisori, i tunisini andranno tutti in Francia”. E’ stato il Cavaliere a fargli cambiare idea nella notte tra lunedì e martedì: una chiamata al realismo politico (“o si è di lotta o si è di governo”) ma anche garanzie sull’impegno nei respingimenti a venire e promesse che – pare – hanno incidentalmente riguardato il dossier sulle candidature alle amministrative (la Lega è definitivamente scesa in Emilia). “Il fatto che Berlusconi sia andato in Tunisia è molto importante”, ha detto il leader della Lega prima di esultare per l’accordo chiuso con il governo di Tunisi. “Lasciamo lavorare Maroni, otterrà ottimi risultati”. Bossi ha affettato ottimismo su tutta la linea: “Anche se non siamo a 330 come promesso da Berlusconi, i voti di oggi sono più che sufficienti. Il governo va avanti ed è solido”. E in un solo giorno vengono spazzati tutti i timori e le parole gravide di conseguenze politiche, anche quelle maneggiate con più cautela eppure pronunciate fino a poche ore fa: “Crisi di governo”.
“Meno male che Bossi c’è. Finché è lui il capo della Lega si potrà fare politica, ovvero ragionare”, dice al Foglio Mario Landolfi. L’ex ministro è stato il promotore, assieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, di una mobilitazione di settantantadue parlamentari del Pdl schierati in formazione antileghista e a difesa del sottosegretario Mantovano (dimessosi in polemica con il diretto superiore, Maroni). Tira un’aria di appeasement generale. Ma ieri Berlusconi, nel corso di una giornata fitta di riunioni e di appuntamenti, non ha soltanto recuperato la Lega e rassicurato l’asse meridionale del Pdl: ha portato i Liberal-democratici di Daniela Melchiorre e Italo Tanoni fuori dal Terzo polo e dentro la maggioranza (incontrato Berlusconi, hanno votato con il centrodestra). Una mossa che rientra nelle complesse meccaniche con le quali Denis Verdini lavora a puntellare i numeri alla Camera e che ieri ha personalmente impegnato Berlusconi sulla questione del rimpasto di governo (“la terra promessa”, dice Landolfi). Il rimpasto si farà, ma dopo le amministrative, e in due fasi: prima si copriranno i nove posti di governo vacanti, poi – forse – verrà presentato un ddl per modificare la norma Bassanini che impone limiti alle poltrone.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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