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Estremi rimedi ed estremisti di piazza

Ogni volta che Repubblica lo iscrive al proprio partito Napolitano smentisce pubblicamente

“Il Quirinale respinge il condizionamento che si vuole esercitare anche attraverso scoop giornalistici”. Oppure, appena due giorni fa: “Fantasie ed elucubrazioni che non meritano smentite”. Giorgio Napolitano ha un antico e solido legame con Eugenio Scalfari, puntellato da un’intensa frequentazione privata, personale e telefonica. Due grandi vecchi che spesso si confrontano amichevolmente. Eppure capita altrettanto spesso che il presidente, al mattino, alla lettura dei quotidiani, scorrendo Repubblica, si rabbui. Questo mese, per esempio, è successo due volte: il 9 marzo, quando gli si attribuiva un incontenibile sentimento di stizza nei confronti di Angelino Alfano, latore al Quirinale della bozza di riforma costituzionale della giustizia (“Non lo riceverà”, preconizzava Repubblica) e martedì scorso: “Non piace al Quirinale l’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei giudici. Sbagliato nel metodo, nel merito, nei tempi”. Nel primo caso, Napolitano ha smentito tutto ricevendo il Guardasigilli per due lunghissime ore e concordando con Alfano una dichiarazione che il ministro – felice – offrì subito alle agenzie: “E’ andata molto bene”. D’altra parte Napolitano, che certamente non stravede per Silvio Berlusconi, ha costruito rapporti più che cordiali con tutti i giovani ministri emergenti (e anche con Giulio Tremonti, che adora). Martedì scorso, invece, è andata un po’ diversamente.

L’irritazione di Napolitano, che si trovava in viaggio di stato oltreoceano, è pervenuta con circa sette ore di ritardo. Ma si è manifestata. Il presidente è rimasto “sorpreso” venendo informato da Repubblica che sarebbe stato un suo intervento a determinare la frenata della maggioranza intorno all’emendamento promosso dal leghista Gianluca Pini sulla responsabilità civile dei magistrati. Per giunta per “ragioni di merito”, quando “il merito” – la responsabilità civile dei magistrati – è il cardine della riforma della giustizia che circa due settimane fa gli aveva sottoposto Alfano con reciproca soddisfazione. Infatti la storia è un’altra. L’emendamento Pini è stato fermato per ragioni di opportunità e di metodo, ma dal Pdl. Tre giorni fa, di fronte all’entourage, sul volto di Berlusconi si è dipinto un sorriso quando ha intuito che avrebbe potuto spiazzare il Csm, l’Anm, il Pd e i giornaloni (già tutti in tenuta da battaglia contro l’emendamento Pini) invertendo a sorpresa l’ordine dei lavori alla Camera: prima il processo breve e solo dopo (forse) la responsabilità civile dei magistrati. Il premier (al pari di Napolitano) non sapeva dell’emendamento del deputato leghista, ne ha letto sui giornali anche lui, come tutti. Ma quando gli hanno chiesto “presidente, chiediamo di farlo ritirare?” il Cav. ha risposto sornione: “No”.

D’altra parte, è stato il ragionamento condiviso anche con Alfano, la responsabilità civile dei magistrati è il piatto forte della riforma costituzionale della giustizia: “Per quanto un intervento ordinario sia giusto, non si può rendere monco l’investimento costituzionale del ministro”. La riforma, ammesso che si faccia (Alfano ci crede), sarà sottoposta a referendum; e l’aspetto più popolare del testo – spiegano dal ministero – è proprio quello che riguarda la responsabilità civile dei giudici. Dunque Napolitano non c’entra nulla nella frenata (“elucubrazioni”). La verità è che se Repubblica (che non è il Fatto) condivide quasi sempre la linea del presidente, il presidente non condivide quasi mai la linea di Repubblica. Figurarsi se intende farsela dettare.

Superato non senza turbolenze il periodo in cui Napolitano firmava il legittimo impedimento e il lodo Alfano, a Repubblica – in questo lontanissimi dai cugini del Fatto – hanno stabilito da circa un anno che il presidente ha sempre ragione (o quasi). Ma il capo dello stato non sempre ricambia. Certo Napolitano non ama le forzature di Palazzo Chigi, ma sulla separazione delle carriere (vecchio pallino migliorista), sulla responsabilità civile dei magistrati e sul giudizio complessivo che riguarda la classe dirigente del Pdl (specie i giovani ministri emergenti) non condivide affatto la linea di Repubblica. Alla pattuglia dei neomiglioristi ex diessini che militano oggi nel Pd – da Enrico Morando a Umberto Ranieri fino a Stefano Ceccanti – il presidente comunicò persino la propria delusione per la ferma contrarietà del Pd a un intervento sulla giustizia. Così quando Repubblica sveste i panni di “giornale degli italiani” – e dalla morte del principe Caracciolo capita spesso – per indossare quelli del “quotidiano-partito”, ovvero quando il giornalone lo tira per la giacca, Napolitano si arrabbia. E si arrabbia forse proprio perché, dice chi lo conosce bene, “lui tiene in gran conto Eugenio Scalfari” e il quotidiano di largo Fochetti tutto, malgrado gli sia capitato di sentirsi strattonare persino da Scalfari in persona.

A marzo dell’anno scorso – erano i tempi in cui Napolitano controfirmava leggi contestatissime dall’opposizione – il Fondatore di Rep. ricostruì in uno dei suoi fondi domenicali tutte le volte che l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva saputo dire di “no” a Berlusconi (e ci aveva pure litigato). Scalfari raccontava di Ciampi perché Napolitano intendesse: c’è chi firma e chi no. Il presidente, non certo contento, aveva deciso di glissare con il vecchio amico. Almeno per 48 ore. Finché, il giorno dopo, una algida nota del Quirinale risponde a un retroscena di Massimo Giannini secondo cui Napolitano avrebbe voluto respingere il decreto legge sul mercato del lavoro (l’articolo 18). “Il Quirinale respinge il condizionamento che si vuole esercitare anche attraverso scoop giornalistici”. Una risposta a Giannini. Ma forse anche all’amico Scalfari.

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di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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