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La crescita all'esame del prof. Monti

L’ex commissario europeo dice al Foglio che la svolta sviluppista è “geniale” ma tardiva. La patrimoniale? No, meglio rivedere l’articolo 41. Messaggio a Tremonti: bravo sui conti pubblici, meno sulle riforme

“Rimettere in moto il meccanismo della crescita” è la chiave per abbattere il debito pubblico italiano e contrastare la crescente disoccupazione giovanile. Una politica per lo sviluppo è meglio di qualsiasi intervento straordinario, in stile imposta patrimoniale. Il professor Mario Monti la pensa così, ma non è fiducioso che il Consiglio dei ministri di oggi, convocato per lanciare il Piano nazionale per la crescita, segnerà finalmente “un’opportuna presa di coscienza da parte dell’esecutivo”, dice al Foglio. Nel 1994 l’ex commissario europeo, alla vigilia della presentazione alle Camere del programma di governo di Silvio Berlusconi, salutò con favore il “liberismo disciplinato e rigoroso” che quella coalizione prometteva. Oggi ritiene “geniale” la svolta del premier, “ma si potrebbe trattare pure di un tentativo di distrarre l’opinione pubblica”, spiega. E’ la tesi dell’opposizione. “Pier Luigi Bersani dovrebbe andare al ‘vedo’, le carte in regola in quanto a liberalizzazioni fatte, non solo parlate”. Oggi il Cdm varerà la riforma dell’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa: “Da tempo sostengo che una moderna economia si basa su tre principi: tutela della concorrenza, difesa della stabilità monetaria ed equilibrio della gestione di bilancio. Tutte cose che nella nostra Costituzione non ci sono. E’ vero che alcuni aspetti sono migliorati con l’entrata in vigore dei trattati Ue, ma non sono contrario al fatto che si parli di modifiche alla Carta. Mi pare però poco convincente che si invochi questa modifica come condizione necessaria per altre riforme liberalizzatrici”. All’ordine del giorno oggi c’è anche la bozza annuale della legge sulla concorrenza: “Certamente si tratta di qualcosa di più concreto rispetto alle modifiche costituzionali. Mi sembra un’ottima idea quella di tenere conto delle segnalazioni dell’Antitrust, perlomeno se si intende andare nel senso di una liberalizzazione fatta non di colpi di teatro ma di piccoli passi concreti”.

Autorevoli voci, dall’ex ministro Amato a Pellegrino Capaldo,
si sono levate in favore di una privatizzazione del debito pubblico. Una patrimoniale. “Ritengo che prima di considerare questa ipotesi ci sia molto da fare nell’ambito dell’‘ordinario’, più che dello ‘straordinario’”. Monti pensa che “la sostenibilità del debito pubblico italiano sia riconosciuta” in ambito internazionale. “In particolare perché è corretto prendere in considerazione l’intero quadro delle grandezze finanziarie, incluso il debito privato. Lo dico dal ’96, da quando si discuteva del Patto di stabilità: la linea di demarcazione corretta non è quella tra settore pubblico e privato, ma quella tra spesa corrente e spesa per investimenti, indipendentemente dal settore che ne è responsabile. Infatti poi sono emersi eccessi anche nella spesa privata, finanziata in debito, e le conseguenze le viviamo ancora oggi”.  
Resta la sequela di avvertimenti in materia di crescita che lo stesso Monti ha mandato al governo dal Corriere della Sera, elencati con puntiglio nel suo ultimo editoriale di lunedì scorso. Come è possibile che il dossier crescita sia scomparso per tanto tempo dall’agenda della politica? “Anche quando in carica c’era il governo Prodi – a proposito del quale espressi giudizi positivi per i provvedimenti di apertura e liberalizzazione – ho sostenuto che crescita e competitività del paese dipendono principalmente dalla possibilità di sbloccare l’economia. Ciò non equivale a eliminare ogni regola ma a combattere le rendite di posizione, le chiusure delle singole categorie. Ho sempre aggiunto che per fare ciò occorre una concentrazione di sforzi da parte di tutte le forze che sono d’accordo su questo. Se si è seri nella lotta alle rendite e alle corporazioni, occorre cercare un consenso bipartisan, come si è fatto in politica estera per questioni di interesse nazionale. L’attuale governo ha fatto, da questo punto di vista, piuttosto poco”. Il clima politico generale è stato ostile? “Non credo. Ciò varrebbe soltanto se il governo, avendo proposto provvedimenti di lotta alle rendite, si fosse imbattuto in un’opposizione montata in Parlamento dalle lobby. Se invece il governo propone misure come la reintroduzione delle tariffe minime per gli avvocati, non è certo colpa delle opposizioni”.

In Italia, dice Monti, è mancato un impulso dai vertici dell’esecutivo: “Negli altri paesi la crescita è affidata alla supervisione politica del presidente del Consiglio. Se dal livello massimo del governo si diffondono messaggi molto rassicuranti sull’andamento dell’economia, come Berlusconi ha fatto fino a poco tempo fa, questo non incoraggia a prendere seriamente le riforme”. Al ministro dell’Economia il presidente della Bocconi non si sente di fare critiche per la gestione ordinaria di via XX Settembre, anzi: “L’Italia, per decenni, ha avuto una finanza pubblica ‘facile’, che ha portato il paese al disastro. Giulio Tremonti si iscrive in una recente tradizione, alla quale appartengono anche Ciampi e Padoa-Schioppa; ha fatto con determinazione ed efficacia il suo lavoro che è principalmente quello di presidiare i conti pubblici”. Ma c’è un però: “Non sono d’accordo con il ministro quando sostiene che in tempi di crisi è meglio non turbare il tessuto economico e sociale con riforme strutturali. Questo atteggiamento ha ovviamente pesato nel rallentare le politiche pro crescita. Io penso viceversa che il tempo di crisi possa anche aiutare a rendere più avvertita l’opinione pubblica della necessità di alcune riforme”.

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