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Tra procure e soap tv

Dirigenti del Pdl spiegano perché il Cav. doveva accettare la sfida dei pm

Dal ministro Fitto a Quagliariello e Pecorella: il premier non può lasciare la sua difesa politica agli avvocati

Silvio Berlusconi ha deciso che non andrà dai magistrati, ha preferito affidare la propria difesa a un videomessaggio  e alla tv da soap opera. Eppure nel suo entourage di governo e tra i suoi amici non erano pochi a suggerirgli di presentarsi in procura a Milano. Per fare chiarezza, avviare un’operazione trasparenza, confermare la sintonia con gli umori del popolo, placare – e questo interessa Umberto Bossi – il “turbamento” del Quirinale che rischia, in questa fase delicata, di tracimare nell’irritazione. “Quando è capitato a me, prima che la Cassazione chiudesse una vicenda che non aveva fondamento, mi sono presentato ai giudici. Ho reso dichiarazioni spontanee per quattro ore”, dice Raffaele Fitto. Il ministro pensa come altri dirigenti del Pdl che il Cavaliere faccia bene a denunciare i metodi “rudi” della procura di Milano, ma ritiene che il premier farebbe meglio a rilanciare difendendosi “nel processo”.

Lo stato psicologico di negazione che ispira Berlusconi in queste ore, accompagnato da una strategia di comunicazione politica che rischia di allontanare l’utile sponda istituzionale di Napolitano dalle esigenze di stabilizzazione del centrodestra in crisi, rivelano un conflitto freddo tra i “politici-politici” e i “politici-avvocati” del Pdl. Come spiega, con tanta chiarezza da pretendere l’anonimato, un sottosegretario ex di An tra i più in sintonia con il premier: “Le decisioni politiche non possono essere affidate ai consigli legali di Niccolò Ghedini. C’è un cordone sanitario attorno a Berlusconi che non lo lascia respirare. Lui avrebbe ingaggiato uno scontro con i propri accusatori, nel merito. Non glielo hanno permesso”. Così Gaetano Pecorella, onorevole e avvocato, ma in una posizione più aristocraticamente defilata del collega Ghedini, sintetizza: “Non sempre l’opportunità politica corrisponde alle esigenze della difesa legale”. Due piani separati, ma è il secondo a prevalere sul primo. Nonostante persino Mauro Paniz e Manlio Contento, martedì sera, da onorevoli e da avvocati, avessero detto al premier: “Vai a Milano e poi sfonda i tg con una conferenza stampa da manuale”. (segue dalla prima pagina)

Anche il rito del conciliabolo parlamentare tra il gruppo dei numerosi avvocati del Pdl e il premier, officiato martedì alla Camera alla presenza del capogruppo Fabrizio Cicchitto, ha provocato alzate di sopracciglia. “Qui finisce che gli avvocati fanno la linea politica, e i politici andranno a difendere Berlusconi in tribunale”, dicono dalle parti dell’ex An. “Non si capisce più niente: confusione dei ruoli, intercambiabilità delle funzioni… Cosa volete che sappia la gente della questione intorno alla competenza territoriale del fascicolo sul presidente? Bisognerebbe dire cose chiare”. Nei corridoi di Montecitorio (e in Transatlantico) solcati ieri da alcuni ministri e dirigenti di primo piano del Pdl (tra cui il Guardasigilli Angelino Alfano, neanche lui un sostenitore della linea “davanti ai giudici mai”), sono pochi quelli che sottoscrivono in pieno la scelta politico-difensiva del premier sul caso Ruby e soprattutto – viste alcune facce – la frase berlusconiana: “Io mi diverto”. Nessuno ha l’aria di divertirsi nel Pdl. Come ha ricordato ai propri colleghi martedì sera l’onorevole Mauro Paniz: “Il presidente ha già sfidato una volta, anni fa, Ilda Boccassini in Aula. Oggi dovrebbe rifarlo, rispedendo al mittente tutta la retorica perbenista di quelli che guardano dal buco della serratura giudiziaria”.

E’ quello che pensa un po’ anche Gaetano Quagliariello, il capo dei senatori di Forza Italia in Senato. “Berlusconi deve chiarire davanti ai giudici, avviare un’operazione limpida, di verità e di autodifesa pubblica. E deve farlo con forza. Ma deve prima conquistare il proprio giudice legittimo, che non è il giudice di Milano. C’è una questione di garanzia dell’imputato, di libertà civili. La forzatura dei pm milanesi, che non sono territorialmente competenti, e che si sono mossi con metodi da polizia politica, non può essere legittimata. Il presidente lo dirà, credo: ‘Datemi il mio giudice naturale, perché non vedo l’ora di potermi spiegare, di raccontare come stanno davvero le cose’”. Chissà. Il Quirinale ha chiesto di decidere rapidamente, e non è materia da esegesi sostenere che Napolitano avrebbe preferito che Berlusconi avesse accettato l’interrogatorio richiesto dai giudici di Milano. L’intervento presidenziale, che si accompagna a precisi calcoli di opportunità legati all’aprovazione – entro gennaio – del federalismo, porta in queste ore anche la Lega a dissentire, con diplomazia, dalla linea Ghedini. Umberto Bossi è rispettoso delle scelte del Cavaliere e nessuno, dalle parti di Palazzo Grazioli, gli ha chiesto un consulto.

Eppure un’idea Bossi ce l’ha ed è legata alla necessità di conservare e rispettare la sponda del Quirinale e le prerogative della magistratura con la quale, se possibile, “è meglio non scontrarsi”. “Io capisco Berlusconi, i magistrati non gli danno tregua. E’ dura. Sono fatti suoi. Ma ci penserei alla possibilità di andare a Milano e mettere giù una grande difesa”, aveva detto il leader leghista a un amico. Ma il Cav. ha fatto il contrario.

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di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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