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La ridotta o l’armistizio

Il terzo polo fa la sua offerta: Letta premier e un’uscita onorevole per il Cav., che rifiuta

“Che mi abbattano, se ci riescono per me non è una tragedia”. Silvio Berlusconi è in uno stato psicologico di negazione totale (“Ruby è un boomerang”, ha detto ai giornalisti). Con chiunque parli il presidente del Consiglio denuncia la “forsennata e ingiustificabile aggressione” mediatico-giudiziaria di cui si ritiene vittima e che nelle file del Pdl alimenta una diffusa psicosi da complotto. “Come fu ai tempi di Tangentopoli, anche adesso ci sono apparati dello stato che cercano di acquistare crediti nei confronti dei nuovi poteri”, dice al Foglio un ex di An da mesi vicinissimo al premier. Tutto vago, evanescente, un segnale forse di confusione ma non certo di arrendevolezza della maggioranza.

“Siamo alla difesa all’arma bianca.
Non molliamo. Attacco duro. O si va avanti o si va al voto. Non ci sono terze vie”, sintetizza uno dei massimi dirigenti pidiellini che lunedì sera ha partecipato con il premier al conciliabolo privatissimo di Palazzo Grazioli. Dunque il Cavaliere non pensa affatto alle dimissioni, nonostante da ieri sia cominciata una manovra avvolgente dell’area terzopolista e persino – dicono i bene informati – del Quirinale nei suoi confronti. Una mezza mano tesa. Gli si prospetta, forse aggravandone lo stato di salute politica, forse no, una via di fuga giudicata onorevole. “Berlusconi dovrebbe valutare con serenità l’ipotesi di fare un passo indietro, credo sarebbe positivo anche per rilanciare la sua coalizione”, ha detto Pier Ferdinando Casini esplicitando le proprie manovre sotterranee. “Letta sarebbe un ottimo premier”, ipotizzava ieri a Montecitorio il finiano Carmelo Briguglio traducendo in un nome e in un cognome il profilo dell’uomo che sia Casini sia Gianfranco Fini considerano “capace di mettere tutti d’accordo, dal Vaticano al Quirinale sino a strappare il tacito assenso di Massimo D’Alema”.

Ma i leader del terzo polo, che per effetto dell’indagine milanese hanno al momento riequilibrato il rapporto di forza nei confronti del centrodestra, non fanno pubblicamente il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio: “Non spetta a noi indicarlo”, si alimenterebbe ostilità nei confronti del candidato. Ma è Letta la figura considerata ideale. Come spiega Roberto Rao, uno degli uomini più vicini al capo dell’Udc, “dev’essere Berlusconi a scegliere il proprio successore per linee interne al berlusconismo, deve essere lui a farsi artefice di un nuovo sistema. E’ al Cavaliere, cui deve essere reso l’onore delle armi, che spetta governare la transizione”. Lo facesse, gli ex alleati non consumerebbero certo alcuna ritorsione nei suoi confronti. Gli si prospettano un salvacondotto giudiziario e un governo amico. Può bastare? Forse no. “Non è nella natura di Berlusconi sottostare a condizioni che suonano ultimative”, dice il vicepresidente del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli. E così, malgrado la preoccupazione del presidente della Repubblica, nonostante il silenzio nervoso di Umberto Bossi, in una riunione del gruppo a Montecitorio il Cavaliere ha chiuso ogni spazio di trattativa: “Io non mi dimetto, se ne hanno la forza mi caccino”. Il gruppo dei responsabili dovrebb essere ufficializzato oggi (permangono dubbi). Ci sarà un rimpasto di governo, l’ex udc Saverio Romano forse sarà ministro. “Si va avanti”, è l’ordine di scuderia. “Da questa fase si esce governando. Tremonti metta i soldi per la riforma del fisco”, dice al Foglio Alessio Bonciani interpretando un pensiero diffuso tra i deputati del Pdl. Ma i più realisti temono le urne.

Il ricorso alle urne anticipate viene agitato come strumento di pressione tattica, da ambo le parti. Il premier ne parla con i suoi fedelissimi: “O riusciamo ad andare avanti o ci si rimette agli italiani”. Casini fa circolare un sondaggio, post “effetto Ruby”, dalle percentuali ragguardevoli per l’alleanza Udc-Fli: “Non abbiamo paura delle elezioni. Porteremmo in Parlamento una rappresentanza superiore all’attuale, mentre Berlusconi dovrebbe fare la campagna con Repubblica che parla del bunga bunga”. Sia il Cavaliere sia il terzo polo – e persino il Pd – affettano sicurezza, ma le strategie si incrociano e si neutralizzano reciprocamente. La verità è che nessuno vuole provare il brivido di una chiamata al voto che non offre alcuna certezza e che, tanto per i terzopolisti quanto per Berlusconi (per tacere del Pd sempre sull’orlo di una scissione), assumerebbe il valore di un giudizio capitale.
Il premier punta ancora sulle operazioni parlamentari volte al recupero di singoli deputati. Ma per effetto del caso Ruby la rosea previsione di un travaso di uomini da Udc e Fli verso il nuovo gruppo dei responsabili non si concretizza. “Bisogna aspettare che il polverone mediatico si sedimenti”, ha detto il premier con una buona dose di ottimismo non del tutto condiviso dal proprio entourage. Berlusconi è confortato dagli uomini della zona grigia, quelli che trattano con gli indecisi nei corridoi laterali di Montecitorio: “Il travaso ci sarebbe già stato se non fosse intervenuta la procura di Milano. Adesso bisogna portare pazienza”.  Berlusconi dedica scarsa attenzione alle offerte di Casini e Fini, ne diffida: “E’ stato per colpa di Fini se non abbiamo fatto le riforme”. Anche la mezza trattativa che si è aperta sul federalismo (nonostante gli sforzi della Lega che ha allargato il negoziato al Pd), e sul voto di sfiducia al ministro Sandro Bondi, è guardata con sospetto. “Casini vuole prendere tempo, valutare gli effetti della campagna di fango. Tutto durerà un paio di mesi, il tempo per far saltare il voto in primavera. Poi, visti i sondaggi, Casini si regolerà”. La data delle elezioni possibili si è già spostata a novembre.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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