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Tutti in Arizona

Obama fa il consolatore in chief mentre Palin gioca a fare la “vilipesa”

Il presidente-narratore a Tucson non strumentalizza la strage. Polemiche sulle parole della repubblicana

Mentre l’Air Force One entrava nello spazio aereo di Tucson, in Arizona, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stava ancora levigando le parole del discorso in memoria delle sei vittime uccise sabato scorso da Jared Laughner. Quello che il presidente cercava di afferrare non era evidentemente una cornice grammaticale – per questo esistono gli speechwriter – ma nella sua olimpica fretta scandagliava gli spazi della retorica per indurre la sua metamorfosi da commander-in-chief a grande consolatore della nazione. Cercava le formule più adeguate per passare dalla narrativa del “servire e proteggere” a quella del “guarire e riconciliare” e nei trentatré minuti che ci sono voluti per pronunciare il discorso, Obama ha completato con successo la sua missione. Uno dei più raffinati speechwriter di George W. Bush, Michael Gerson, ha detto che “un grande discorso alla memoria – come quello di Kennedy per la morte di Martin Luther King o quello di Reagan per la tragedia del Challenger – dev’essere scritto in modo conciso, ornato in modo poetico e dev’essere solenne nella stesura e nell’interpretazione.

Il discorso di Obama a Tucson non aveva nulla di tutto questo. Ma ha avuto successo” perché, dice Gerson, “veniva dal cuore”, cioè aveva energia a sufficienza per avviare il processo di elaborazione del lutto e allo stesso tempo suscitare l’idea – corroborata dalle citazioni sacre – che l’orizzonte delle vittime non si è spento nel parcheggio di un supermercato dell’Arizona. L’immagine di Christine, la bambina di 9 anni, nata il giorno dell’attentato alle Torri gemelle, che salta dentro alle pozzanghere del paradiso è una sintesi potente in un paese dove res publica e res sacra sono avviluppate in un abbraccio storico e morale.

Obama ha raccontato una a una le storie dei morti di Tucson, le ha illuminate con  dettagli ordinari per renderle vicine alle storie degli americani normali che seguivano il discorso alla televisione e ha chiuso con il concetto che ha dato il titolo alle prime pagine dei giornali americani: “Voglio che l’America sia buona come lei la immaginava”, un paese all’altezza dei sogni di una bambina di nove anni, formula visionaria che fa il paio – sebbene in contesto differente – con l’America che “può essere migliore degli ultimi otto anni”, come aveva detto alla convention democratica qualche mese prima di essere eletto alla Casa Bianca. Nella posa del consolatore Obama è riuscito a infilare l’astuzia politica: di fronte al dibattito su mandanti morali, retoriche che armano le mani di giovani plagiati “dal furore fondamentalista delle destre americane”, come ha scritto Vittorio Zucconi su Repubblica, Obama doveva adempiere al dovere politico di volare alto, senza cadere nei mirini messi da Sarah Palin sul suo sito per indicare i personaggi da bersagliare politicamente e altri dettagli triviali. Ma il richiamo al tono civile e persino all’empatia (concetto obamiano nato in campagna elettorale e tenuto per un po’ in naftalina in nome delle necessità politiche del day by day) ha fatto capolino nel momento del lutto: “In un tempo in cui il dibattito è così polarizzato, è importante fermarsi un momento e assicurarci che stiamo parlando gli uni con gli altri in un modo che guarisce, non per ferire”.

L’immagine della ferita è il controcanto simbolico del sangue evocato da Sarah Palin e dai “blood libel” che – ha detto in un filmato dopo giorni di accuse – giornalisti e commentatori hanno “prodotto” contro di lei. Nella metafora, il “blood libel” è la calunnia velenosa, urticante, ma letteralmente è l’accusa del sangue mossa agli ebrei, tacciati di rapire i bambini cristiani per usarne il sangue con propositi rituali. Con il discorso di Tucson, Obama sta cercando di interrompere il loop delle accuse reciproche (che personaggi come lo sceriffo democratico della città cercano di accelerare) per innalzarsi in quel cielo postpartisan che era la sostanza della narrativa presidenziale prima che tutto s’insabbiasse nella macchina politica; con una campagna per la rielezione che già scalda i motori, il presidente ha bisogno di raccontare storie, di prendere per mano il paese trovando nello scontro il germe della riconciliazione, fosse anche soltanto la facciata ripulita di un edificio politico non proprio solido.

Quando è andato all’ospedale a fare visita alla deputata Gabrielle Giffords, lei ha aperto gli occhi per la prima volta e ieri i medici hanno dichiarato che le sue condizioni sono migliorate in modo significativo. Non che Obama aspiri alle qualità di un re taumaturgo, ma spera che la sua metamorfosi in presidente consolatore faccia apparire i “blood libel” di qualunque colore come dettagli trascurabili.

di Mattia Ferraresi

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