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’O fenomeno neomelodico

Raffaello, Rosario, Ciro, Tony e Manuele D’Amore. Storia, segreti, successi, affari e misteri delle star musicali che hanno rivoluzionato (anche con il trash) la grande canzone napoletana

“Ma comme faccio stasera dimmilo tu / c’aggia fa mo ca c’ha visto mia moglie / qualcosa io aggia n’venta / pe nun le fa male o cori / e pe me fa perduna / perché si esta sta male / io nun c’ha facce a campà” (Gianni Celeste, “L’amante” ).

Di cantanti neomelodici napoletani non si può parlare, se prima non si dicono certe cose. La prima delle quali è che bisogna andare a Napoli, passare qualche settimana immersi nella città, accorgersi della musica che gira intorno. Lasciare che, poco alla volta, diventi un ambiente sonoro, un’atmosfera musicale nella quale normalmente vivere. E lasciare a casa i preconcetti e le informazioni banali: ad esempio quelle che vogliono che questa sia solo una pallida imitazione degli anni mitici della musica napoletana. E che sia tutta una storia equivoca, appoggiata su soldi sporchi, sfruttamento e amicizie pericolose. Insomma la versione massimalista dei fatti, secondo la quale la neomelodia napoletana sarebbe solo un prodotto frutto del debole che hanno i camorristi per le sette note, il frutto della loro vanità, che gli fa volere, oltre a tutti i mercati possibili dell’illecito, anche il controllo delle ugole cittadine, per guadagnarci e amministrarne le prestazioni, più o meno come se fossero moderni gladiatori o saltimbanchi. Ecco: queste osservazioni lasciamole ai periodici servizi-tv sui mali di Napoli, gli stessi che si rifiutano di approfondire i comportamenti collettivi in città, apparentemente contraddittori, profondamente localistici, che fanno di questa zona d’Italia un mondo a parte, quanto a stili di vita. Perché anche questa storia di musica è di quelle strane e merita di essere esplorata senza bisogno di saltare subito ai giudizi. Perché quel che è certo è che tutta una città, anzi una provincia e anche una regione (per non parlare delle zone d’influenza, delle “colonie” musicali in Puglia e Sicilia, che replicano gli stessi gusti e consumi) cresce, vive e muore immersa in questi suoni, mentre il resto della nazione e del mondo ne ignorano praticamente l’esistenza. E lo fa per libera scelta, per risonanza su come va, su come si può raccontare la propria vita – mica lo fa per costrizione o magari per condizionamento pubblicitario. La neomelodia napoletana propaga le sue nenie con la stessa naturalezza con la quale il rap ha musicato le giornate qualsiasi del ghetto. E’ ultima musica popolare. Il che significa che, a meno di non voler ipotizzare tutta Napoli come un’unica, enorme cosca camorristica, bisogna prendere atto del fatto che qui la globalizzazione rimedia una sberla dal localismo. E che quello che da trent’anni succede musicalmente sotto il Vesuvio segue traiettorie completamente radicate nel territorio, come si diceva una volta. Ergo, per capire cosa siano i neomelodici, bisogna tacere, ascoltare e soprattutto guardare.

“Amor mì c’sensazzion cà m’faj / sentire sul mio collo quei respiri tuoi / è tutto magicooo, ramm ancor a’tte / k’te viest a’ffà, lo rifacciamo ancora se ti va… / t’miett scuorn mo nu staj guardann cchiù / ramm a’voccà toj ma che sciocca sei / quant’a guagliun comm a’nnuj sti cos l’hann fatt ggià…”.
(“Scivola quel jeans” di Raffaello – neomelodico bellissimo, detentore del segreto sul più perfetto capello fonato di Napoli – prerogativa contesa dal suo antagonista, Alessio).

Ma di cosa parlano le canzoni dei neomelodici? Essenzialmente d’amore disperato, causa pentimento, carcerazione o corna. Le cose sembravano mettersi così bene, ma poi il destino beffardo s’è messo di mezzo e tutto è andato a scatafascio. La separazione, la nostalgia, l’abbandono, l’impudico lamento, il ricordo del desiderio. Il mito della “prima volta”, la verginità, riscattata finalmente su valori quasi dimenticati. La gioia dello scoprirsi innamorati e il triste risveglio in una realtà amara. C’è poco da stare allegri, sostengono queste canzoni, d’altronde rispecchiando i pensieri di chi le consuma: l’amore è l’unica consolazione, le donne sono il dono di Dio, ma di mezzo ci si mette sempre la realtà, che è tutt’altra cosa. Si sgobba invano, i sogni non si realizzano, gli entusiasmi si smosciano, le scelte sbagliate sono in agguato, le tentazioni, il crimine, la galera e magari l’espiazione, e poi le lacrime, sempre le lacrime e il pentimento, perché tra i neomelodici si piange a fiumi e senza ritegno. Si racconta di coppie che si sgretolano, dell’ardore iniziale che diventa routine, della fiducia che va via, del rischio di quell’altra, degli sguardi che diventano opachi, e perfino del piacere fisico che finisce per venir rovinato dai brutti pensieri. Perché mai la vita non è una favola? Ecco, queste sono le storie che i cantanti napoletani d’oggi cantano senza paura di usare nelle rime tutti quei riferimenti al presente che chi li ascolta decifra senza difficoltà. Il telefonino che ha sostituito le lettere, la televisione che è lo sfondo condiviso, diventare famosi considerato come il miglior lavoro possibile per quanto sogno inarrivabile, dal momento che comunque al vecchio posto fisso nessuno ci pensa più.

Come ci si può stupire, che in presenza di un pubblico entusiasta, pigro, sospettoso e restio all’imparare, tutto ciò non diventi territorio comune del consumo musicale? I neomelodici cantano la vita di tutti i giorni dei giovani delle città del sud, fanno teatro del quotidiano, drammatizzano le vicende di amore e sfortuna che tutti conoscono perfettamente, celebrano melodicamente quel vissuto sgangherato, nè più nè meno di quanto facevano le cantate della sceneggiate o le serenate d’una volta. Qua la vita è così, qua di questo si ragiona, qua per queste cose ci si batte e ci si arrende. Vi sembra un vivere banale, ignorante e volgare? Padronissimi, ma ciò non cambia la sostanza di una società locale, che sullo stesso modello di quanto accade in altri mondi di mezza periferia, le città della costa araba, ad esempio, si è autocostruita un ‘intrattenimento musicale ad hoc per le sue necessità, in risonanza con le emozioni, i desideri e la narrativa condiviso. Può sembrare elementare: poco importa. Gli insegnamenti ricevuti a scuola e in famiglia, il riecheggiare delle tv nelle cucine e nei cortili, l’immersione nel contesto urbano, i modi di relazione e di espressione, hanno generato questo prodotto chiamato neomelodico napoletano. Che, se può essere criticato ponendolo in una griglia estetica relativa ai valori musicali espressi nei decenni da questa città, resta un valore motivato dal basso, ovvero sulla base della richiesta del pubblico, che è il suo motore e la sua energia.

Ogni giorno nascono nuovi cantanti neomelodici, perché la gente di Napoli e dintorni li vuole, li ama, prova piacere nello studiare il loro teatro, nel celebrare la loro casereccia adorazione, nel sentirli raggiungibili eppure avvolti da una polvere magica, neppure fossero esoterici eunuchi, dei “prescelti” col dono di diffondere il benessere. Allora se li contendono, li scelgono, li coltivano come santini protettori, e ciascuno ha i propri, dalla più giovane età fino a quando si è adulti e quella musica la si porta dentro, e quando risuona è come se si ascoltasse la voce della madre. La musica napoletana è nell’aria, fatta di particelle che popolano una regione. E’ sempre accessibile, costa poco, è eternamente in divenire. Le etichette discografiche sfornano ogni giorno dischi a ripetizione, gli artisti cambiano identità, ripubblicano le stesse canzoni, le cambiano, le evolvono (nel pop, quello vero, li chiamiamo “remix”) si auto-antologizzano, danno vita a faide e disfide, mettono in piazza il loro mercato, assortiscono un popolosissimo olimpo rionale, nel quale ciascuno si può affacciare telefonando in diretta a una delle dozzine di trasmissioni sulle tv locali, puntualmente condotte da ciascuno di questi artisti. Non c’è palinsesto, non c’è limite orario, si va avanti finché telefonano, perché non è il tempo quello che manca: loro stanno lì, spesso in compagnia di un animatore, ogni tanto si alzano e mimano un loro successo in playback, poi tornano sugli sgabelli, la gente li chiama, li saluta, dice loro quanto li ama, quanto quella canzone li fa sognare, gli dà appuntamento al concerto, alla festa privata, al matrimonio, e tutto si ricama nell’inutilità di un rapporto mercenario ma gentile, inutile ma lieve, un fotoromanzo che diventa realtà parallela, dove i guaglioni dalla voce bella e dalle movenze svelte, con età che svaria leggiadramente dagli 8 ai 50 anni, sono stelle povere ma lucenti, vicine, accessibili, tangibili, niente a che vedere con l’assenza trasmessa dagli spettacoli della Rai e di Canale 5, così ufficiali e distanti, sintomo dell’esclusione che qui si percepisce come un destino. Eccoli: Ivan Alaimo, Nello Amato, Salvatore Avallone, Luciano Caldore, Gianluca Capozzi, Rino Chiangiano, Fabio Cozzolino, Nino D’Auria, Lello D’Onofrio, Jo’ Donatello, Gianni Fiorellino, Rocco Gitano, Tony Marciano, Marco Marfè, Franco Miraggio, Raffaello, Ciro Rigione, Michele Santoro (!).

“Quanto eri bella nella foto / Quando ti ho vista su Feisbuk / Io ti ho cliccata e poco dopo / Mi hai cliccato pure tu / Ci siamo visti quella sera / Tu eri bella come su Feisbuk / Nella mia macchina cinquanta / Sei diventata donna tu”.
(Manuele D’Amore, “Lasciarsi su Facebook”).


Stabilito che il mondo neomelodico abbia una valenza
psichica, latina e sottoproletaria, intrecciata alle promozioni Tim, alle false mutande di Intimissimi, alle sterrate dell’hinterland e alle parabole satellitari clandestine, è evidente che si sta parlando di una sottocultura spontanea, incontrollabile, “brutta” per chi non la condivide e s’atterrisce quando vede le donne dei mal’ommini che sbarrano la strada alla polizia strappandosi i capelli – senza tener conto del fatto che, girando lo sguardo, si rinuncia ad ammettere che la nostra Italia contenga il suo Messico, che ha costumi diversi e propri. Però si può anche riflettere su questo modo di vivere parallelo, provare a capire se i suoi meccanismi siano analizzabili con gli strumenti tradizionali della critica. Prendiamo il caso di “Lasciarsi su Facebook”. Dunque: Manuele D’Amore (cogliamo il gioco di parole?) è un giovane cantante neomelodico di Napoli. Come molti coetanei ha conosciuto la ragazza su Facebook. Il Vesuvio fa da sfondo alla storia d’amore online. La relazione è nata con uno scambio di foto in cui i due si sono “taggati” a vicenda. Manuele però scopre proprio attraverso Facebook di essere stato tradito: la fidanzatina ha pubblicato le foto del nuovo spasimante sul suo profilo. “Lasciarsi su Facebook”, ha spopolato su YouTube con 100 mila visualizzazioni in poche ore. Poi è saltata fuori la verità: in realtà il video è stato creato da una web-agency specializzata in marketing virale. Manuele D’Amore è un attore e la storia-canterina della relazione su Facebook è stata prodotta per immettere in circolo un contenuto virale, con le potenzialità per spopolare, ma a basso costo di produzione: “Non tutti hanno capito che si trattava di un fake. Alcune tv locali ci hanno chiesto di far partecipare Manuele alle loro trasmissioni”, raccontano gli autori. Un caso di in&out metalinguistico, sociale e commerciale che induce un sacco di ragionamenti.

Perché qui si parla di consumi popolari, che per definizione sono imprevedibili e in continuo mutamento. Ad esempio, un altro aspetto emergente del neomelodico di oggi è l’apparire dei cantanti bambini. Dal momento che le tv locali accese 24 ore al giorno nelle case popolari, come nei locali pubblici, nei negozi e nei ristoranti, vengono consumate in primo luogo dai più piccoli, è naturale che si sia sviluppato un mercato dedicato espressamente a loro e imperniato su mini star adolescenti. Quarantacinque minuti di esibizione di uno di loro al compleanno di un fortunato ragazzino valgono 200 euro. In un giorno le giovanissime pop star si esibiscono, scarrozzate dai papà manager anche in 12 concerti. Sfruttamento dell’infanzia o nuove vie d’impresa nei dintorni dell’intrattenimento? Negli ultimi anni, tanti neomelodici famosi sono bambini tra i 9 e i 14 anni. Cominciano con i contatti con le radio locali, poi i passaggi pubblicitari, un cellulare dedicato agli ammiratori e decine di migliaia di euro da investire per registrare un singolo di successo. I più famosi, quelli che hanno conquistato le pagine di “Sciuè Sciuè” – che è la versione napoletana del settimanale per adolescenti “Cioè” – sono l’instancabile baby-diva Fortuna, 14 anni, che da Casavatore parte alle 10 del mattino per un tour giornaliero che prevede concerti a comunioni, matrimoni e feste di piazza che termineranno a notte fonda. O c’è Sabrina, 9 anni, che canta come la Tatangelo, ma che sbaraglia la concorrenza perché ha imparato a versare lacrime ed è conosciuta come “la bambina che piange ‘o veramente”.

“E po’ accumencio a te spuglià / è a primma vota mo pe te / tu staie stremmanno comme a che / ma male nun te voglio fa / te voglio sulo accarezza / e si vuo’ tu pozzo aspettà / n’ati vint’anne pe te avè / sì – na doccia fredda e passerà” (Ciro Ricci, “A primma vota”).

Ma a proposito di Ciro Rigione, voglio raccontarvi un caso personale. Io mica l’avevo capito, finché non mi sono documentato, che Ciro Rigione adesso è Ciro Ricci, ovvero il mio prediletto tra i neomelodici. Ciro a fine anni Novanta diventa una star della canzone napoletana. Incide moltissimi dischi e pubblica persino la sua biografia e il successo aumenta strepitosamente fino a portarlo in tour negli Stati Uniti. Quando io devo trasferirmi per qualche tempo a Napoli per lavoro, comincio a mettere il naso in quei banchetti che agli angoli delle strade vendono esoteriche cassette e cd di artisti mai sentiti, ma dei quali mi pare si disquisisca con passione tra gli acquirenti, che sono giovani dei quartieri popolari, maschi appena patentati e ragazze ancor più giovani. Ne compro un po’, costano poco. E comincio a distinguere: è che qui mi accorgo di Ciro Ricci. Le sue canzoni, il suo suono, la sua voce sono diversi dagli altri nuovi cantanti napoletani. Ha una vocalità limpida e semplice, non troppo affettata e le sue canzoni possiedono un’elegante cifra pop. Riesco a far invitare Ciro alla trasmissione tv per la quale lavoro, e lui arriva coi suoi musicisti. Sentirli suonare è un piacere, e le versioni che fanno delle canzoni sono dilatate, s’arricchiscono di assoli e di lunghe zone armoniche, fanno pensare alla musica araba da intrattenimento, dalla quale sono evidentemente contaminate, chissà quanto consapevolmente. Quei dischi di Ciro diventano la mia colonna sonora finché resto a Napoli. Poi, misteriosamente, quando riparto, diventano incongrui, come se avessero bisogno dell’interazione con l’aria e i rumori del posto, per avere senso e vita. Provo a parlarne in giro, ma nessuno mi dà retta e alla fine rinuncio. E’ solo musica napoletana, e deve stare al suo posto: non è un’ammonizione è una constatazione. Poi vengo a sapere che Ciro Ricci, per una “fastidiosa” omonimia è costretto a cambiare il suo nome in Ciro Rigione. Provo a saperne di più, ma lontano da Napoli è impossibile. Serve YouTube per ridarmi notizie dell’artista, parecchi anni dopo. E’ invecchiato e appesantito. Ma la sua voce è pulita come da ragazzo.

Titolo: “Notizia incredibile: la Canalis ha avuto un flirt con un cantante neomelodico?”.
Testo: Circola una notizia su Facebook che ha dell’incredibile, non fosse per le fotografie a testimonianza: la showgirl italiana, che fa parlare di sé per la relazione con George Clooney, avrebbe avuto, stando alle indiscrezioni, una relazione con un neomelodico di origine campana. Trattasi di Sandro Sani, originario di Gricignano di Aversa (Caserta), conosciuto dai lettori perché abbiamo proposto i videoclip tratti dai suoi lavori discografici. Il flirt sarebbe avvenuto in una non meglio identificata località turistica per vip di Capri”.
(tratto da cantantinapoletani.blogspot.com)


Del resto la strada nazionale per questi cantanti è sbarrata, sempre. “Robaccia” scrivono i giornali quando se ne occupano, e se arriva la tv per qualche coraggioso servizio (Lucci delle “Iene”, di recente) si parla essenzialmente di camorra, che starebbe dietro questa industria trash. Ma il destino di questa musica è di restare qui, di continuare a sonorizzare una sola terra e quella soltanto: Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio, Gigi Finizio sono state le eccezioni alla regola, fortunati abbastanza da fare il salto di qualità fino alla scena nazionale, perché dotati di qualcosa in più, talento, presentabilità, aspirazione. Tony Colombo e Gianluca Capozzi, cantanti neomelodici, quest’anno invece hanno inviato le loro canzoni (“Un altro amore dentro te” e “E poi arrivi tu”) alle selezioni di Sanremo. Sono stati scartati tutti e due, come capita puntualmente ai neomelodici. Adesso se ne lamentano in tv e sui siti dei fan, che li consolano, scrivendo che per loro comunque restano i più grandi, che Napoli li ama e Catania, succursale della musica napoletana – con una produzione locale che meriterebbe un discorso a parte – li aspetta sempre con le porte spalancate. A questo punto, se vi va, fatevi un’idea del neomelodico, guardando i video sul web, a cantantinapoletani.blogspot.com/ (sottotitolo del sito: “La cultura superiore della canzona napoletana”. Con possibilità di selezionare la lingua: “italiano” o “napoletano”). Riderete, vi stupirete, trasalirete, ma provate a sospendere ancora il giudizio. Aspettate, una volta, di arrivare a Napoli, ovvero di ambientare, assaporare sul posto, come il curry a Bangalore. Sarà l’occasione per fare strani ragionamenti su concetti come qualità, quantità, necessità, condivisione. Garantito.

di Stefano Pistolini

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