Mercoledì 22 dicembre, Corriere della Sera. Titolo a tutta pagina: “Vespa ha preso il volo”. Catenaccio: “Il presentatore rapito da un commando ieri sera a ‘Porta a Porta’. Coraggiosa difesa della Palombelli. Gasparri testimone”. La drammatica cronaca è firmata da Pierluigi “Pigi” Battista: il vicedirettore del Corriere si trovava negli studi di Saxa Rubra per caso, in attesa di partecipare a un dibattito assieme a Nando Adornato organizzato da Rainews sul tema: “Anno nuovo e cultura liberale”. (Dal resoconto di P. B. sul quotidiano di via Solferino): “Tutto è avvenuto nel giro di pochi minuti, quando ormai stava per iniziare l’appuntamento serale di ‘Porta a Porta’. Il titolo della puntata era ‘Yara, Sarah, Meredith, il mistero’: una scomparsa, un delitto e un processo. Il clima nello studio era rilassato, come sempre. Scherzavano i cameraman: ‘Aho’, e che cazzo!, co’ ’ste serate mettemo paura pure ar Bambinello prima che nasce!’. Barbara Palombelli amabilmente anticipava a Vespa il senso del suo intervento: ‘Senti Bruuuno… Io vorrei dire queeesto, e insomma far notare come nei nomi di queeeste ragazze ci siano taaante, ma taaante, acche e ipsilon… Ci hai fatto caso?’. Vespa faceva più che altro caso a un paio di bottiglie di vino – Barolo o Barbera, i ricordi sono concitati – che doveva recensire per Panorama. ‘Dai Barbarella, quello che dici va bene…’. ‘Essì, Bruuuno, mi pare un interessante segnale sociologico…’. ‘Va bene, magari faremo anche un’apposita puntata, del genere ‘signorine dalle tante acche’, che te ne pare, Barbare’?’. ‘Sarebbe bello, per fortuna Barbara con l’acca non esiste…’. ‘Neanche Barbera c’ha l’acca, mo’ scusa Barbare’…’. Ecco, il tono era questo. Mi trovavo nello studio di ‘Porta a Porta’ per un saluto e un incoraggiamento a Vespa, dopo la dura lettera che aveva mandato proprio al nostro giornale intitolata ‘Noi moderati solo nei lazzaretti’, e per proporre una puntata intorno alla questione ‘Anno nuovo, moderati e cultura liberale’. In quel momento è entrato il senatore Gasparri – che in un altro studio di Saxa Rubra, per Rai Educational, doveva registrare uno speciale su ‘Anno nuovo e milizia liberale’ – anche lui per un saluto al conduttore. E a questo punto che tutto è cominciato. La porta d’ingresso si è aperta di colpo, il maggiordono è stato rovesciato, e cinque individui vestiti di bianco, dal passamontagna alle scarpe, hanno fatto irruzione nello studio. ‘Fermi tutti!’, hanno urlato, agitando dei lunghi crocifissi a mo’ di spade. Poi si sono diretti verso Vespa, al quale nel frattempo era caduta di mano la bottiglia di Barbera (o di Barolo, si attende l’esito dei rilievi del Ris di Parma, che tanto si trovava già attruppato in massa nello studio di ‘Porta a Porta’). Il conduttore ha provato a mettersi in salvo, cercando rifugio nel plastico di Avetrana, ma sfortunatamente è stato subito individuato: le scarpe gli spuntavano fuori dal cancello della casa di Michele Misseri. Barbara Palombelli, temeraria, si è gettata in difesa del collega: Aho’, deficienti, che fate? Stiamo per andare in onda!’. Il senatore Gasparri intanto si allontanava di corsa verso l’uscita urlando: ‘Chi siete? Gli studenti? Gli assassini? L’avevo detto io, l’avevo detto…’. Con garbo ma con decisione, Vespa è stato tirato fuori dal salotto di mamma Cosima: nel parapiglia, si è registrata una considerevole perdita di fard, con relativo emergere di nei sul viso, fiero non meno che preoccupato, del conduttore. ‘Che volete, tutti vestiti di bianco? Guardate che la trasmissione sulle Dolomiti e lo sci è prevista verso la Befana…’. ‘Taci!’, l’ordine secco. Poi uno ha srotolato una sorta di pergamena e ha cominciato a leggere: ‘Anno Domini 2010, addì 21 dicembre. Il Sant’Ufficio di Roma pose valenti e zelanti inquisitori, servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti, per aiuto della fede. Vespa Bruno dalla diocesi de L’Aquila, noi eleviamo contro di te l’accusa di stregoneria. Molto le tue ubique apparizioni hanno turbato il popolo dei credenti. Ti chiamiamo a rispondere delle tue pratiche eretiche, e ti conduciamo con noi in un luogo dove santamente potrai emendarti e dare spiegazioni’. A questo punto, sul viso di Vespa i sequestratori hanno spruzzato qualche goccia di Tavernello, provocandogli un immediato mancamento. Poi l’hanno afferrato e trascinato via. Eravamo tutti pietrificati dalla paura, tranne il maggiordomo, che da terra continuava a lamentarsi: ‘Ma perché non v’arrubate Alessio Vinci?’. A me è venuto solo da mormorare: ‘Eresia? Inquisitori? Oh grande Popper, proteggici tu!’. Poi mi sono diretto rapidamente verso gli studi di Rainews perché il mio dibattito stava per iniziare”.
Due settimane prima. Città del Vaticano. Anticamera degli Appartamenti Pontifici. Sera. Tre prelati discutono a bassa voce. “Che fa?”. “Suona il pianoforte, come tutte le sere”. “E don Georg gira le pagine dello spartito”. “Oh, Signore…”. “Questa faccenda del preservativo, eminentissimi, andrà meglio precisata…”. “Sua Eminenza ha ragione: il gregge già molto sbanda, persino la parabola evangelica non basta più. Ormai non dobbiamo lasciare novantanove pecore per andare a cercarne una persa, ma separarci dall’unica rimasta, per provare a riportare all’ovile le novantanove smarrite… Caproni…”. “L’altro giorno, in udienza, mi ha detto: ‘Afete fosse problema con preserfativo?’. Io ho cercato di far capire che ben altro è il problema, ma voi sapete com’è: un sant’uomo, ma che carattere!”. “L’Eminenza Vostra sa bene quanto io so: la chiesa è assediata, troppi i fronti di lotta, dobbiamo concentrare gli sforzi nella direzione dove il pericolo è maggiore”. “Il Santo Padre, con rispetto parlando, è troppo uomo di Dio per capire quanto l’uomo possa essere diabolico”. “Mah, dico, eminentissimi: avete visto le tirature dei suoi libri? Si vendono più copie dei suoi volumi che scatole di preservativi. Che in ogni modo, mi si dice, dopo l’uso vengono gettati via, mentre i libri passano di mano in mano, restano sugli scaffali…”. “Eminenze, non divaghiamo… Altra è la pericolosità ereticale dell’uomo. E’ dappertutto: in televisione e ai premi letterari, in cucina e nei dibattiti, in mezzo al terremoto e col Santo Padre, assaggiatore di vini e istigatore di risotti, con la ballerine di lunga coscia, se mi passate l’espressione, e ministre di coscia ancor più lunga, bacia la mano al Papa e odora quella di Berlusconi…”, e rapidamente il cardinale si segnò. “Guardate qui, mi sono fatto preparare degli appunti dai miei uffici…”, e infilata una mano nella tasca della tonaca, l’altro cardinale tirò fuori un foglietto piegato in quattro. “Beh, sentite: Santa Caterina de’ Ricci, San Pietro d’Alcantara, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Clemente Papa, Sant’Antonio da Padova, San Giuseppe da Copertino, Santa Ludovina, Venerabile Maria d’Agreda, Sant…”. “Sì, sì, Eminenza, grazie, siamo informati…”. “Quello che volevo dire, eminentissimi, è che in tale elenco, neanche breve, di Santi del dono dell’ubiquità da Nostro Signore forniti, il nome di Bruno Vespa – del resto nemmeno Beato – non compare. Ma intanto, appare dappertutto…”. “Ubiquità!”, eclamò un cardinale. “Bilocazione!”, urlo un secondo cardinale. “Pericolosità ereticale!”, ripetè il terzo. “Del resto…”, riprese il prelato che aveva già fornito l’elenco dei Santi, rimettendo la mano in saccoccia. “Un altro pizzino, Eminenza?”. “Lasci stare, meglio muoversi documentati… Bene, secondo i miei uffici l’ubiquità è un concetto che viene usato anche nell’occultismo e in magia, nel paranormale, nell’induismo, nello sciamanesimo, nel paganesimo, stregoneria, magari…”. I tre prelati restarono in silenzio. Poi si segnarono, all’unisono. Uno di loro mormorò: “Sono inventioni che dannano le coscienze di molti”. Un altro fece eco: “Et mentre noi speravamo da te segni di penitenza, oh Bruno – che forse non a caso porti a nome il cognome di quell’altro eretico, Giordano, che polvere era e polvere fu anticipatamente fatto tornare – havesti ardire più volte scrivere molte e varie lettere, moltissimi e vari volumi…”. “E dunque, emintentissimi, cosa decidiamo, che qui il cero si consuma e la processione non cammina, che posso permettermi la battuta?”. “Bisogna intervenire…”. “Ma come?”. “Ascoltate, c’è pronto un piano…”.
Ecco ciò che i due eminentissimi, quella sera, nell’anticamera degli Appartamenti Pontifici, sentirono dalla terza Eminenza. “Questa è una notizia riservata: nel corpo delle Guardie Svizzere è stata creata una sezione speciale, composta da elementi da me selezionati e scelti, per operare con discrezione rispetto a certe delicate questioni… Chiaro che da soli, però, non possono farsi carico di un’operazione del genere: sapete sono giovani e sono svizzeri, creature elette del Signore, intendiamoci, ma che ancora si fanno impressionare dalla visione di Michelle Hunziker…”. “E vabbè, si capisce…”. “Eminenza! Dico! Dunque, mi sono guardato intorno. Figurarsi se puoi chiedere un favore del genere a Famiglia Cristiana…”, e con gran vigore i tre prelati tornarono a segnarsi. “Ma mi è giunta notizia che i cari confratelli del Foglio – dove certo qualche anticristo s’annida, ma pure forniti di uomini e donne di polso fermo e fede granitica, gente che a volerla chiamare alla Causa si batterebbe pure per Pio IX e il Papa Re, che Dio ce li preservi e ce li moltiplichi – hanno dato forma e struttura a una loro segreta Polizia del Pensiero, tesa a combattere i crimini che lo stesso porta a compiere. Uomini e donne di raro ardore, né molli martiniani né confusi conciliari: da quelle parti, non c’è trippa per i gattini progressisti, eh eh… Ascoltate: con il loro aiuto, che posso già garantire, e con il supporto dei nostri giovani svizzeri, se il Signore tiene loro una mano sopra la testa, potremmo procedere alla costituzione di un’apposita squadra che oserei definire la ‘Cardinal Ruffo’, per prelevare Vespa e sottoporlo tanto a stringente interrogatorio, quanto procedere ad appropriata salvezza dell’anima sua…”. “Miracolo!”, urlò un prelato. “Eminenza! Si contenga!”. “Siamo pronti”, disse l’altro.
Giovedì 23 dicembre. Nota interna della Rai. “All’Ufficio Oggetti Smarriti. Sede. Il sottoscritto Romoletto, adetto alle pulizie nei magazzini della Rai, segnala a codesto Spett. Ufficio che stamattina, quando sono andato per la settimanale e apposita opera di spolveramento de tutto ’sto ambaradam, come se dice, ho scoperto che era sparita la scrivania de ciliegio, tanto bella, der dott. Vespa Bruno, quella che ’ndove c’aveva firmato er contratto con noi italiani il dott. on. pres. milan. (ah, li mortacci!) Berlusconi Silvio. Tanto pe’ favve sape’ che novità ce stanno. Aho, nun me rompete er cazzo, che nun me la so’ portata a casa io, ’a scrivania. Con ossequio e tanti saluti. Romoletto (dar magazzino)”.
La notizia piombò come una bomba sul mondo politico e giornalistico. Vittorio Feltri formulò l’ipotesi di cercare il covo dov’era imprigionato Vespa a Montecarlo, dalle parti di casa Tulliani. Alessio Vinci, nell’ultima puntata di “Matrix” prima delle feste natalizie, s’interrogò: “Se dovessero uscire degli scritti di Vespa dalla prigione dove è sequestrato, sarebbero moralmente attribuibili a lui?”. Titolo problematico del Fatto: “Il Ddt del regime sull’ultimo suo insetto”. Il presidente Berlusconi, durante la conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, non nascose la sua amarezza: “Cribbio! Ma proprio adesso Vespa si doveva far rapire! Eppure l’avevo detto a tutti: non fiatate e non fare niente finché non rimetto a posto il partito e governo! Ma chi si crede di essere? Mara? Stefania?”. Il ministro Bondi compose uno struggente poemetto (“Tu Vespa non più sei ma pettirosso / ai nostri cuori frementi, in volo / alzati dall’infida gabbia / fanne muro pompeiano della tua prigione / che crolli ora e non nei millenni / deh, non cedere all’umana crudeltà / che per me fu mozione di sfiducia / e per te mistero d’involazione, oh gloria!”). Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, si rifece nuovamente alla saggezza di Vasco Rossi: “Bisogna dare un senso a questa storia. Oh, ragazzi, qui si parla di Vespa, mica di capesante…”. Maurizio Gasparri propose di andare a cercare il rapito sui tetti dell’università, “si sa dove si annidano certi personaggi, la polizia dovrebbe usare gli elicotteri!”, mentre Pierluigi Battista tornava sull’argomento con un altro articolo per il Corriere, stavolta di analisi, non di cronaca: “Il futuro della cultura liberale dopo ‘Porta a Porta’”. Il direttore generale Mauro Masi, in segno di partecipazione al turbamento del paese, fece apporre un fiocco nero sulla coda del cavallo morente (ohi, ohi…) di Francesco Messina all’ingresso di viale Mazzini, e in seconda serata, su Rai Uno, organizzò una puntata di “Porta a Porta” (in parte già preparata dallo stesso Vespa) con gli attori dei “Natale in Sud Africa”, ma con l’aggiunta di Barbara Palombelli e monsignor Fisichella. A condurla, in via eccezionale, fu Augusto Minzolini. Che rivolse un appello ai rapitori: “Prendete me, rilasciate Vespa” – e qualcuno, in Vaticano, invocò fervidamente il Signore a sostegno dell’ipotesi. Comunque, questo fu il tema di quell’insola puntata: “Il mistero dei cinepanettoni e quello della Natività”. “Un professionista come Vespa avrebbe di sicuro apprezzato la scelta”, spiegò Masi.
Ma Bruno Vespa, intanto, dov’era finito? Il conduttore riaprì gli occhi e sentì intorno a sé aria fredda. Alzò lo sguardo, e vide il cielo stellato. Provò a muoversi, ma si accorse che mani e piedi erano saldamente legati, e lui costretto a restare supino. Era immobilizzato sopra un tavolo. Tutt’intorno vedeva solo delle mura altissime. Spostando lo sguardo di lato, riuscì a capire che si trovava sopra un tavolino, non molto grande, così che le gambe gli pendevano fuori. Guardò meglio, un po’ di luce della luna lo sfiorò, i nei ormai allo scoperto brillarono come buchi di emmenthal sul viso pallido. Ebbe un sussulto, aveva riconosciuto il piccolo tavolo: la scrivania di ciliegio dove, tanti anni prima, aveva fatto firmare a Berlusconi il suo contratto con gli italiani. Sentì un brivido lungo la schiena: chi potevano mai essere i suoi rapitori? Residui prodiani? Diliberto? I finiani vendicativi per quella sua intervista al Giornale (“Se non tratti Fini da eroe in Italia ti dicono servo”)? Veltroniani decisi alla clandestinità? Le ministre del Pdl? Qualche lettore incomprensibilmente deluso? Ah, i libri, ecco, i libri… Ebbe un momento di commozione pensando al prossimo, già lo vedeva – copertina (con se stesso) e presentazioni comprese: dopo “Nel segno del Cavaliere”, di appena un anno prima, avrebbe scritto “Nel segno del Conduttore”. Così andava ragionando Vespa, quando improvvisamente sentì scandire ad alta voce dal fondo del cortile: “Haereticas, suspectas et erroneas, scandalosas, blasphemas, piarum aurium offensivas, temerarias, christianae disciplinae relaxtivas et eversivas et…”. “Chi siete? Dove sono?”, urlò il giornalista. L’altro tacque di colpo. Poi si girò a guardare dietro di sé: “Aho, che palle! Questo pure qui fa le domande! Ma che te credi, de sta’ a Saxa Rubra?”. Un altro, di bianco vestito, comparve dal fondo: “Vespa Bruno, qui non siamo al Campiello, perciò zittati. E ascolta. Ti abbiamo qui condotto in questo cortile di Castel Sant’Angelo – detto Cortile delle Palle, a ragione delle palle di cannone qui ammucchiate e dei tuoi proponimenti, nonché delle accuse nei tuoi confronti di cui dovrai dare giustificazione e discolpa. In singolare unione, ma certo in celestiale intendimento, noi della Polizia del Pensiero del Foglio e della Cristiana Milizia delle Guardie Svizzere, noi oggi ti conduciamo qui, al nostro giudizio, per esser tu molto apparso, aver tu molto scritto, molto presentato, molto presenziato, molto blandito…”. Una terza figura bianca uscì dall’ombra e comiciò a urlare: “Troppo scritto! Troppo presentato! Troppo presenziato! Troppo apparso! Troppo blandito!”. Ora era la quarta figura a parlare: “Ma chi pensi tu di essere? San Giuseppe da Copertino? San Pio da Pietrelcina? Santa Ludovina, forse? Tu non sei neanche Beato, e se non sei neanche Beato, chi cazzo sei? La gente si confonde, il popolo di Dio viene traviato: stai sul primo canale e sul secondo, sul terzo e in piazza, a cucinare e a festeggiare, sui giornali e sulle riviste… Solo chi è ubiquo può tanto. E solo chi è santo è ubiquo… Eretico, perciò, sei. Stregonerie, dunque, sono le tue!”. Vespa provò a tirarsi su, ma ricadde sul tavolino berlusconiano: “Macché ubiquo. Quelle sono registrazioni…”. “Neanche il Santo Padre ne fa tante!”. Uscì il quinto uomo, dall’ombra. Una furia, pareva: “Tu, Vespa Bruno! Tu, giornalista! Hai indotto i fedeli a vera religione et a christianae pietatis puritate in maximos errores et turpissima quaeque!”. “Turpissima! Turpissima!”, cominciarono a urlare in coro. Vespa ebbe un sussulto: “Aho’, piantatela… Guardate che io conosco monsignor Fisichella, vi faccio mandare a dir messa in mezzo alla savana!”. “Tu minacci noi! Tu, che ti sei pure fatto appellare su un sito ‘servo dei servi’, oh miserevole!, oh peccatore!, sai tu chi è Colui a cui solo spetta l’appellativo di ‘Servo dei Servi di Dio’? Oh, lo sguardo da te ogni anima timorata e cristiana deve distogliere!”. “Sentite, quelli che mi chiamavano ‘servo dei servi’ lo facevano per insultarmi, per dirmi che ero troppo servile con Berlusconi… Che avete capito?”. “Tutto, noi, abbiamo capito e compreso e giudicato! Guarda lassù… aho’, lassù, ’ndo cazzo stai a guarda’?, lassù, ecco… lo vedi, l’Arcangelo Michele che rinfodera la spada dopo aver sconfitto la peste? E’ la tua eresia la nuova peste, e l’Arcangelo l’arma tornerà a sguainare contro di te e il tuo perverso pensare!”. “Qui rogo sarà e tu cenere sarai! Neanche un plastico servirà per conservarti, basterà una scatoletta dell’ovetto Kinder!”. Di colpo, nelle mani di uno dei cinque apparve una copia dell’ultimo volume di Vespa, “Il cuore e la spada”. Quello cominciò ad agitarlo nell’aria, la sua voce quasi un ululato: “Scandalose, temerarie e haereticae et essere l’autore di detto scritto nella di loro difesa pertinace e sospettato vehementer nella nostra santa fede, e ancora comandiamo si prohibisca in totum e per il presente li prohibimo…”. “Noooooooo!”, urlò Vespa con quanto fiato aveva in gola. “Noooooooo!”. “E di più – disse una delle cinque ombre – mentre tu sei qui, al tavolo della tua colpa e alla colpa della tua pertinace eresia inchiodato, altre due son scomparse, nella diocesi di Vercelli…”. Vespa scuoteva con rabbia le corde, e sotto di lui mandava lamentosi e legnosi lamenti il tavolo della gloria berlusconiana: “Due, addirittura due? Ci son ville, case, garage, casolari, ovili, così da plastificare ancora e sempre… Oh, ditemi! Oh, misericordia abbiate!”. “Mai più plastico tu vedrai, mai più con Barbara tu rimirerai di codesta architettura oscena e televisionara…”. “Noooooooo!”, riprese a urlare Vespa, ormai una furia. “Nooooooooo!”. Vide la spada dell’angelo levarsi alta, sentì il tavolo che crollava sotto di lui. Poi si svegliò, tutto sudato. Il cuore che gli terremotava il petto.
“Ah dotto’, che c’avete?”. Un cameraman dello studio era curvo su di lui. “Vi siete addormito tanto bene, parevate ’na creatura, poi avete principiato a urla’? Che v’è successo?”. “Le streghe… Gli inquisitori…”. “Macché streghe, dotto’, ancora nun so’ arrivate quelle scosciate, è presto pe’ parti’ con quella puntata là co’ ’n po’ de mezze mignotte… Aho’, ma l’aspettamo tutti, eh, che mica che semo froci…”. “Scusa, caro, deve essere stata la bagna cauda…”. “E che è, dotto’, n’artra riforma der governo?”. “Oh, caro… E’ solo una ricetta torinese… Ne ho fatto una mangiata per rendermi conto… Siccome vorrei invitare Marchionne in studio, volevo fargliela cucinare, come il risotto a D’Alema. Ti ricordi il risotto di Massimo, caro?”. “M’aricordo sì, dotto’… Ce stanno li compagni in sezione che ancora lo stanno a cerca pe’ menallo….”. “Pazienza, caro, pazienza, come dice sempre il mio amico Letta… Però il risotto l’avevo digerito, ma questa bagna cauda… C’ho ’na cosa sulla bocca dello stomaco, neanche quando aveva vinto la sinistra…”. “Ah dotto’, nun se deve preoccupa’: se risa’, che è più difficile digeri’ lì padroni de li compagni… Ecco, dotto’, mo je chiamo er truccatore, così je ridà ’na sistemata prima da ricomincia’ ’sta sarabbanda…”.
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