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La delusione dei TTB nella inutile caccia al sostituto del Cav.

Dal Financial Times a Fini, Casini e Pd, gli endorsement a Letta e Tremonti si sprecano. Ma loro “mica sono pazzi”

Non c’è un leader alternativo disponibile, la caccia al sostituto del premier sembra destinata a provocare una cocente delusione al fronte TTB (Tutto Tranne Berlusconi). Il britannico Financial Times, già estimatore della soluzione Giulio Tremonti, ieri, ha rilanciato l’ipotesi Gianni Letta. Ecco l’idea: loro sì che possono sostituire Berlusconi. O Letta o Tremonti. Si tratta degli stessi nomi che anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha avuto modo di sussurrare più volte (una in un non lontano colloquio con Umberto Bossi) e cui ancora ieri il leader di Fli ha rivolto i propri ragionamenti tattici nel chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio dopo il voto – previsto per oggi – del Senato. Ma né Tremonti (“mica è matto”, ha detto Bossi), né Letta, sono davvero interessati o disponibili all’operazione. Così come non lo è il più giovane Angelino Alfano, campione, quest’ultimo, non del TTB ma del Cavaliere, il quale lo descrive come “il Delfino”.

Il grande ambasciatore, il plenipotenziario del Cav., Letta, è un uomo dell’azienda, di casa Berlusconi, di Arcore e di Palazzo Grazioli. Dimenticarlo conduce a esiziali errori analitici persino i blasonati giornalisti del Financial Times. Letta, al di là di ogni pettegolezzo malizioso, ci tiene a far trapelare di non aver mai coltivato ambizioni che lo proiettassero verso l’approdo di Palazzo Chigi; men che meno se questo scenario dovesse maturare in antitesi al Cavaliere. La ragione è semplice ed è tutta nel rapporto simbiotico con il Cav. “Letta è un candidabile al Quirinale”, ha detto alcuni giorni fa Fedele Confalonieri, altro amico vero del premier, elemento portante di quell’antico triangolo Fininvest di cui fa da sempre parte anche il gran ciambellano Letta e di cui Berlusconi è il vertice superiore. Il presidente di Mediaset, Confalonieri, recuperando l’idea (molto berlusconiana) di Gianni Letta al Quirinale ha chiarito ancora una volta – ce ne fosse bisogno – che Letta “è” il Cavaliere. Una “tautologia umana e politica”, dicono i bene informati.

Quanto al ministro dell’Economia Tremonti,
che a differenza di Letta si è cucito un vestito da servitore delle istituzioni nell’era disordinata del Cavaliere, lui ha in effetti maturato legittime ambizioni personali e si è aggiunto al novero dei pretendenti “politici” alla successione. Ma Tremonti non ha fretta e sa che la sua occasione non può derivare da un effimero colpo di mano parlamentare. Né da un’operazione che appaia un tradimento. Il titolare del Tesoro non è spinto da irrefrenabile ambizione, ma è un uomo sempre più temperato dall’esperienza; uno che sa fare di conto non soltanto tra i capitoli di spesa del bilancio dello stato, ma ormai anche sui tempi – accelerazioni, frenate, opportunismi – della politica. Perché mai Tremonti dovrebbe offrirsi adesso al fronte TTB, quando, grazie alla Lega e alla stima maturata per lui nelle file del Pdl e tra i moderati, il ministro è nella condizione di tessere un’incruenta trama di potere in previsione della prossima legislatura?

Tremonti sa di essere grande amico della Lega, di cui è ambasciatore presso la corte di Palazzo Grazioli; sa che gran parte della propria fortuna politica poggia su questa meccanica di raccordo, linguistico e ideale, tra il berlusconismo e il partito del nord. La leadership tremontiana – se mai sarà – è un fenomeno complesso, di durevoli ambizioni, che ha la propria forza nel tessuto connettivo tra il nativismo settentrionale e il moderatismo conservatore che anima parte consistente della galassia pidiellina. La rendita politica di Tremonti, il suo investimento per il futuro, è tutto in questa alleanza. Il ministro dell’ Economia non ha interesse a rompere o indebolire il legame storico tra la Lega e il berlusconismo di cui, non a torto, si individua erede più naturale. Per questo non intende assecondare i propri, interessati, sponsor: né i commentatori del Financial Times, né Casini, né quel Fini che non ha mai fatto mistero di puntare lui stesso – in concorrenza con Tremonti – alla guida del centrodestra sulla base di una ricombinazione derivata soltanto dal disgregamento di quei legami chimici che oggi rendono forte il ministro dell’Economia. “Ho l’ambizione di costruire il nuovo centrodestra, sapendo che l’asse Bossi-Pdl non basta”, ha ribadito il leader di Fli appena pochi giorni fa. Potrebbe mai, davvero, Tremonti farsi re per mano di Fini?

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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