“Dovunque siano occhi che vi guardano con pace o paura, là vi è qualcosa di celeste, e bisogna onorarlo e difenderlo” (Anna Maria Ortese, “Corpo celeste”).
Chi ha sentito, il pianto dell’agnello? Quando lo strappano alla madre – e urla e spintoni e fretta furiosa di uomini giganteschi che non hanno né tempo né denaro da perdere – ha un doloroso lamento di strazio, come è dolorosa e alta la paura di ogni essere indifeso. Muore già lì qualcosa, nel piccolo agnello. Muore lì pure qualcosa della sua spaventata madre, che disperatamente cerca di nascondere agli umani il suo cucciolo, fa barriera con il suo goffo corpo di bestia mite a una furia incomprensibile. Gli uomini, quando avvicinano la loro vittima, hanno sempre e comunque un tratto di ferocia, anche se ancora non mostrano il coltello, forse solo una maleodorante sigaretta dentro la bocca vociante. Non bisogna sottovalutare il fumo della sigaretta. Significa molto, quel fumo. Poco prima di morire, Marguerite Yourcenar progettava un libro, “Paysage avec des animaux”. Spiegò la scrittrice: “L’uomo non sarebbe visto che nel suo rapporto con l’animale; uomini che si sono serviti di animali, a volte persino nei loro crimini contro l’uomo (penso ad esempio ai cristiani offerti alle bestie feroci, ma anche a quella miniatura, che trovo terrificante, di Fouquet, in cui si vede Filippo Augusto, su un cavallo ingualdrappato di velluto azzurro, che guarda bruciare gli eretici da vicino; il fumo deve aver dato fastidio al cavallo innocente)”.
Se hai sentito almeno una volta il pianto dell’agnello che ha paura – ha sempre paura l’agnello, e certo a ragione ha paura, e ha paura perché gli indifesi sono così: quasi sempre spaventati, senza denti abbastanza aguzzi, come sono spesso i migliori che ci capita di incontrare – quel pianto così spaesato, così straziante, così simile a quello che molti di noi hanno dentro e segreto, ma nessuno ha udito – quel pianto non lo dimentichi più. E’ l’impunità che cancella la memoria, tanto del dolore quanto dell’abuso. Un giorno Elsa Morante osservava la sua gatta Minna. “Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi/ processo io non avrei! Né inferno né prigione”. Il pianto dell’agnello è coperto dalle cazzate dei tiggì (un servizio, sentiamo quanto agnello consumiamo per questa Pasqua...), da quelle dei giornali, dalla terrificante para letteratura dei ghiottoni, quelli che scrivono del mangiare, parlano del mangiare, e che ogni cosa mangerebbero, le loro viscere al centro dell’universo, orrendamente sembra vivano solo per mangiare. I sazi, magnificamente sfregiati da Elias Canetti – un genio compassionevole del Novecento, premio Nobel per la Letteratura – “chi mangia ha sempre meno pietà, e alla fine non ne ha affatto”. Quelli che il pianto non lo sentono, certo non quello dell’agnello, nemmeno quello dell’angelo se è per questo, solo il rumore del loro ventre tremebondo, che proprio un pezzo dell’agnello massacrato e sezionato quieterà. “Disprezza coloro che non sono riusciti, qualsiasi cosa succedesse, a continuare a mangiare”. Sul mangiar carne ha scritto pagine feroci e sublimi Plutarco, il grande storico delle “Vite parallele”. E dunque, “io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore?”. (“Del mangiar carne. Trattati sugli animali”, Adelphi).
(Il seguito sul Foglio del 22 marzo)
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