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Fini o Mastella?

Promesse, errori e tentazioni di un leader diviso tra vaste programme e vecchi tatticismi

Gianfranco Fini si è lasciato alle spalle la storia immobiliare di Montecarlo, è uscito dall’angolo nel quale era apparso intrappolato dalle richieste di dimissioni, ha riacquistato centralità. Eppure l’ex leader di An sembra anche vivere in uno spazio politico ambiguo. E’ l’uomo che parla alla constituency del centrodestra, è un competitore di Silvio Berlusconi in un mercato nel quale si moltiplicano le offerte politiche. Ma è anche, allo stesso tempo, il leader di un gruppo parlamentare che appare impuntarsi in un gioco tattico, fatto di evanescenti governi tecnici e di pulsioni ribaltonistiche dalemiane, che lo avvicina alla figura di Lamberto Dini, o di Pier Ferdinando Casini, cioè di rentier che staccano cedole, ma poco si accostano a una travolgente rupture modernizzatrice.

“Fini è interessante se rompe gli schemi, diventa forte quando punta alla rifondazione della destra. In questo momento si trova di fronte a un bivio”, dice al Foglio Pierluigi Battista. Spiega l’editorialista del Corriere della Sera: “Negli ultimi tempi Fini ha inanellato una serie di errori. Ha parlato di un governo tecnico, avallando l’idea del microribaltonismo. Lo facesse davvero, sarebbe il miglior regalo che si possa fare al Cavaliere. Un esecutivo di questo genere avrebbe la magica qualità di far dimenticare com’è stato Berlusconi al governo, lo rivitalizzerebbe. Una cosa è porsi sul piano della concorrenza politica, anche sfidando il leader del Pdl sul piano elettorale, altro è chiacchierare con D’Alema di manovre che trasformerebbero Fini in una specie di Mastella, ovvero, con tutto il rispetto per Mastella, in una forza residuale. Con l’effetto pratico, peraltro, di riconsegnare l’Italia a Berlusconi”. Il tatticismo esasperato può nuocere alla salute politica e Battista riconosce altri due errori. “Uno è stato quello di parlare di riforma della legge elettorale senza avere la minima idea di quale riforma proporre. Gettare nel mucchio questo tema, in questo modo sciatto, non vuol dire nulla: è il vuoto assoluto”. Ma c’è anche un secondo sbaglio. “E’ stato quello di attaccare Marchionne, liquidandolo con una battuta demenziale: ‘Parla come un canadese’. Ma insomma si può dire una cosa del genere? Se ti candidi a diventare il leader della destra del futuro devi saper discutere e prendere sul serio anche chi sostiene idee che non condividi. Devi sapere rispondere nel merito. Marchionne ha posto delle questioni serie. Insomma, Fini si trova all’incrocio decisivo della sua vita politica. Può scegliere se vuole fare un partitino del 3 per cento, concedendosi ogni tanto qualche puntura polemica e stravagante attraverso FareFuturo, o se invece vuole davvero candidarsi a guidare il centrodestra”.

Anche Alessandro Campi, direttore scientifico di FareFuturo e intellettuale vicino al presidente della Camera, riconosce il rischio che Fini resti intrappolato nei giochi tattici. “Il pericolo c’è. Ma nel tatticismo sono invischiati un po’ tutti e anzi, lui, da un certo punto di vista, è messo meglio degli altri. E’ forse l’unico ancora capace di muoversi anche su un registro diverso. E’ chiaro che non deve restare prigioniero di una strategia iperpoliticista di Palazzo; del resto, così facendo, deluderebbe le aspettative e le aperture di credito che si è conquistato negli ultimi anni. Ma credo che Fini sia cosciente del rischio e credo che, in realtà, non abbia intenzione di prestarsi a operazioni ambigue che lo danneggerebbero. Il suo impegno non è nell’interdizione, ma nella concorrenza a Berlusconi. Un ribaltone, un governo tecnico? Se si facesse, Fini potrebbe anche non esserne protagonista, finirebbe con l’essere scavalcato da altri. Non è quello che vuole. Lui lavora per la transizione verso il postberlusconismo. Il ribaltone è una strada rapida, ma quella che Fini ha imboccato è la via più lunga e impegnativa che rappresenta il compimento di una parabola politica iniziata molti anni fa. D’altro canto è evidente che il presidente della Camera si stia muovendo per linee interne al centrodestra. Si sta impegnando nella costruzione di un proprio partito che è piantato come un chiodo nel centrodestra. Anche se con una postura trasversale, che risponde a un disegno che gli permette di rimanere in quell’area pur rivolgendosi a un segmento più ampio del recinto elettorale del berlusconismo”.

Ma come si concilia, intanto, il Fini “tattico” con il Fini “futurista”? Risponde Flavia Perina, deputato di Fli e direttore del Secolo d’Italia: “Sono due piani distinti che possono generare episodiche contraddizioni, ma certe logiche di Palazzo sono state imposte a Fini dalla guerra personale che gli è stata fatta dal Pdl. Preferiremmo fare una battaglia parlamentare e culturale sulla legge per la nuova cittadinanza, ma la minaccia continua dello scenario atomico delle elezioni anticipate, che per mesi è stata agitata dal Pdl, ha prodotto questo clima e anche certe scelte: la legge elettorale, il governo tecnico e così via. C’è uno scarto evidente tra l’elaborazione politica e gli strettissimi margini delle logiche di Palazzo, ma questa distanza non l’ha certo creata Fini che, al contrario, è forse l’unico che riesce a tirarsene fuori almeno un po’”. Insomma è una forma di difesa. Ma per difendersi, forse l’ex leader di An rischia di scambiare la tattica per strategia, di confondere il consenso e l’immaginazione con il Monopoli delle rendite di Palazzo.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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