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Cercansi finiani, non ex missini

Il cruccio del leader che nel nuovo partito vede troppi colonnelli

“Non voglio dei nuovi colonnelli”. Li ha guardati con un misto di speranza e di malinconia i quarantasei ex missini che compongono il suo gran consiglio, mentre già si spartivano gli incarichi di un partito che ancora non c’è. Per questo alla fine, abbracciandoli con lo sguardo, Gianfranco Fini ha sentito che andava proprio detto: “Attenzione, non dobbiamo rifare An”. Dicono che una parte del dibattito, martedì scorso nei locali della fondazione FareFuturo, sia stato assorbito dalla contesa per chi dovesse essere nominato responsabile per gli enti locali. Poi tutti e quarantanove, quanti sono gli ex di An più i tre ex di Forza Italia passati con Fini, hanno discusso di chi dovesse entrare nell’ufficio politico. Così, al termine della riunione che ha ufficializzato la genesi del nuovo partito, ciascuno dei partecipanti è stato insignito dei gradi di ufficiale: Adolfo Urso è entrato viceministro ed è uscito coordinatore nazionale, Chiara Moroni tesoriere del gruppo e così via. Tutti generali. Mancano i probiviri, ma ogni casella è stata riempita, o promessa, ancora prima della convention di novembre e del congresso milanese di gennaio.

Ci si chiede se in Italia ci sia lo spazio o la richiesta, nell’opinione pubblica, di un centrodestra dai tratti più europei e meno populisti. Fini ha commissionato degli studi specifici, dei sondaggi mirati, e da tre anni si allena a questo scopo: si è convinto che sì, lo spazio e la domanda di mercato per una alternativa a Silvio Berlusconi in Italia c’è. Semmai il dubbio esiziale che lo tormenta – e già gli si attorcigliava addosso ai tempi di An tanto da averlo spinto a sciogliere “quell’equivoco” nel Pdl – riguarda la classe dirigente che si trascina dietro dai tempi dell’Msi; ovvero la capacità carnale di rendere credibile l’idea di una destra della modernizzazione. Funziona, a questo scopo, il manipolo dei volenterosi ex post fascisti? I volti, le ossessioni e le biografie politiche dei fedelissimi e indispensabili Granata, Bocchino, Menia, Viespoli (che sono i migliori) si adattano alla destra che Fini vorrebbe mutuare dall’esperienza del giovane premier britannico David Cameron o della Fdp tedesca dell’omosessuale e liberale Guido Westerwelle?
Fini, in questa delicata fase, ha un disperato bisogno di tenere avvinghiati a sé i suoi deputati, i suoi eurodeputati e i suoi senatori.

Ha voluto accontentare tutti e martedì scorso ha assistito con accondiscendenza a una meccanica che deve avergli ricordato ben più significative spartizioni di potere dei tempi andati, ma che soprattutto deve avergli confermato il timore già espresso alla festa di Mirabello il 5 settembre: “Fare An in sedicesimo sarebbe tragico”. Non è così che si costruisce il centrodestra alternativo a Berlusconi, quel “Pdl ma in grande” che nelle parole del presidente della Camera significa, come ha spiegato uno dei suoi ideologi, Alessandro Campi, “una profonda idea di rinnovamento di temi, di istanze, di volti e di linguaggi”. Il partito di Fli non è ancora nato ma già corre il rischio di fallire nella propria ambizione fondativa: fare concorrenza al Cavaliere attraverso l’innovazione per poi sostituirsi al tanto gonfio di consenso e di carisma, quanto culturalmente fragile, Pdl. Ma come ci si può proporre nei panni della destra nuova e meritocratica, come si fa ad avanzare la suggestione del genio rinascimentale italiano che premia innovazione e creatività, dall’interno di un ambiente conchiuso nel quale vigono le regole più rancide del cursus honorum politico tradizionale? Fini ha presente il problema. Se non sarà travolto dagli eventi, dal franare improvviso della legislatura, Fli potrebbe veder nascere una “squadra del leader”. C’è un identikit: quarantenni, professionisti, non politici, non missini, richiesta conoscenza delle lingue.

Una possibile accelerazione verso le urne rischia di rinviare la questione della forma partito, dell’organizzazione e della scelta del personale politico per fossilizzare l’attuale composizione di Futuro e libertà, quella che lo stesso leader giudica ancora acerba e insufficiente a raccogliere l’ambizione che lo aveva spinto dopo le elezioni 2008 a tentare una battaglia delle idee all’interno del Pdl. E’ anche per questo che Gianfranco Fini non tifa per le urne: ha bisogno di tempo per precisare i contenuti e i modi della sua nuova, e ancora necessariamente vaga, offerta politica. Persino i molti sondaggi commissionati non riescono a fissare Fli all’interno di un confine preciso: la forchetta va dal 3 fino al 7 per cento a seconda dell’istituto di rilevazione e dell’eventuale collocazione politica che il partito finiano deciderà di darsi. Un arco troppo ampio per potersi lanciare con qualche sicurezza sul mercato elettorale.

Il partito agile e “composto per tre quarti da gente che nella sua vita non ha mai messo piede in una sezione dell’Msi o di An” (sono parole del finiano Carmelo Briguglio), richiede un notevole investimento di tempo. L’archetipo cui Fini vorrebbe ispirarsi è quello, per paradossale che possa apparire, del “partito berlusconiano”. Non un partito di plastica, ma un partito leggero, capace di incarnare l’idea del rinnovamento anche ospitando, al proprio interno, storie e tradizioni politiche del passato. Alessandro Campi ha individuato la formula “berlusconiana” come cifra della nascitura formazione finiana riconoscendo al Cav. il successo di avere creato Forza Italia, nel 1994, proprio mescolando “energie nuove, volti nuovi e tratti di freschezza con pezzi dell’ex Msi, della ex Dc, dell’ex Psi”. Fini è alla ricerca di facce e di storie che possano incarnare la sua idea di destra dei diritti. L’ex leader di An intende muoversi come un talent scout nella cosiddetta società civile: ha un tremendo bisogno di una squadra che assomigli di più alla sua “conversione” e che contamini – per diluire – l’attuale gruppo dirigente, quello che Fini non si è scelto ma che si è ritrovato attorno.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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