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Nella guerra a Gerusalemme nessuno sarà risparmiato. Dopo gli ebrei vengono i cristiani

Israele si trova a rischio di estinzione. Ahmadinejad vuole riprendere il lavoro interrotto da Hitler. Complice l’intellighenzia occidentale e i teatranti boicottatori

Israele si trova indubbiamente a rischio di estinzione, se non di un secondo Olocausto. In effetti molti sono gli europei che portano avanti la guerra di Hitler contro gli ebrei, sostenendo cinquantasette stati islamici a regime di apartheid a fronte di un unico stato ebraico democratico. I media di tutto il mondo si sono totalmente “palestinizzati” e stalinizzati. I palestinesi, compresi quelli mossi dall’odio, i terroristi e i dispensatori di torture, non sono altro che vittime nobili e innocenti. Israele è letteralmente divenuto il “Goldstein” di Orwell, che le masse indottrinate di 1984 avevano imparato a ritenere colpevole di qualsiasi misfatto immaginabile.

L’aggressione ideologica contro Israele è cresciuta a dismisura. Di giorno in giorno, di ora in ora, in lingue diverse i media non fanno altro che annunciare enormi falsità. Israele è lo stato “nazista e fautore dell’apartheid”, l’aggressore “coloniale”. Bella trovata. Il sanguinario imperialismo musulmano e l’apartheid sessuale e religioso dell’islam vengono negati e proiettati su Israele. Israele è essenzialmente e sostanzialmente “malvagio”. Nel 2005 Ahmadinejad affermò che Israele avrebbe dovuto essere “eliminato dalle carte geografiche”. Nel 2006 disse che il medio oriente sarebbe stato di gran lunga migliore “senza l’esistenza del regime sionista” e che Israele sarebbe stato “ben presto annientato”.

Il presidente Ahmadinejad rinnega l’Olocausto ma in realtà è convinto che Hitler non si sia spinto sufficientemente in là. Difatti ha ripreso dove Hitler si è fermato, tanto che le sue intenzioni sono chiaramente e manifestamente genocide.
Nessuno cerca di contrastarlo. Noi – i civili del mondo intero – siamo ormai tutti israeliani. Quel mondo che rifiutò di fermare i dirottamenti aerei e gli attacchi suicidi che causarono la morte di innumerevoli civili israeliani è finito nello stesso vortice. Come si suol dire: si parte dagli ebrei ma non ci si limita mai a loro.
L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha di recente dichiarato che “delegittimare Israele è un affronto non solo nei confronti degli israeliani ma anche di coloro che, in tutto il mondo, condividono i valori di uno spirito libero e indipendente”.
Eppure, nonostante l’appassionato discorso tenuto in Israele, Blair è sembrato volere suggerire che l’atteggiamento migliore degli israeliani per combattere gli “sforzi di delegittimazione” sarebbe stato stato quello di “mostrarsi sempre fedeli e persistenti nel prodigarsi e nell’agire per la pace”. In altre parole Israele, solo tra le altre nazioni, deve guadagnarsi il diritto di esistere “facendo il bravo”. Se tale requisito avesse dovuto applicarsi a paesi come Iran, Sudan, Pakistan o Arabia Saudita, questi paesi avrebbero cessato di esistere tempo fa. Caro Blair, Israele è sempre stato a favore della “pace”. L’intransigenza e la soluzione giacciono altrove: tra i palestinesi, nel mondo arabo, nel mondo musulmano e nella cosiddetta “comunità internazionale” che all’unisono hanno indurito il cuore nei confronti di Israele. Nel 1975 l’Onu ha dichiarato che “il sionismo è una forma di razzismo” e da allora sono state approvate 322 risoluzioni accusatorie verso Israele e nemmeno una contro un qualunque paese arabo.
Gli europei e gli americani hanno organizzato infinite petizioni per boicottare Israele. Cinquanta artisti israeliani e 150 americani hanno da poco avviato un boicottaggio artistico contro la città israeliana di Ariel.

Nel frattempo continuano, insieme con altri, a esibirsi al Cairo, Ramallah, Riyadh e negli Emirati Arabi Uniti. Spiriti liberi del mondo del teatro si sono alleati con la più retrograda e repressiva delle ideologie, muovendo accuse contro Israele, l’unico paese che non contempli l’uccisione delle donne né la reclusione e la tortura di dissidenti, artisti e omosessuali.
Gli Stati Uniti di Obama, di pari passo con l’intellighenzia occidentale, incolpano ingiustamente Israele per il fallimento del processo di pace; sono convinti che sarebbe “razzista” o “islamofobo” aspettarsi che siano i palestinesi ad accettare per primi l’esistenza di Israele in qualità di stato ebraico come condizione necessaria per veri e propri negoziati di pace. Le organizzazioni per i diritti umani e le riviste mediche incolpano unicamente Israele, anche se nel 2009 il fondatore di Human Rights Watch è giunto a criticare la propria organizzazione per avere agito in tal modo. I nostri teatranti boicottatori desiderano essere considerati “antirazzisti”; eppure – cosa tragica – mantenendo i paesi arabi e musulmani a livelli assai inferiori e condannando i loro abitanti alla continua barbarie islamista, non possono certo superare la prova etica del non-razzismo. Perdipiù, il loro antisionismo è una forma inconscia di antisemitismo/razzismo, che continua a essere un piacere politically correct.

Enormi falsità e mostruose ostilità
si sono diffuse in tutto il mondo. Dobbiamo opporci, lottare per i valori dell’illuminismo, perché la verità abbia la meglio sulla menzogna. Altrimenti ci ritroveremo catapultati nel VII secolo arabo, le donne sopravvissute porteranno il burqa e saremo governati da barbari teocrati. Le luci si spegneranno, e non solo sull’Europa; questa volta le luci caleranno sul mondo intero.

di Phyllis Chesler, psicologa della New York University, celebre femminista americana e autrice dei libri “Le donne e la pazzia” (1972), “Donna contro donna” (2002) e “The New Anti-Semitism” (2003)     (traduzione di Elia Rigolio)

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