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Un Cav. di governo

In un solo giorno Berlusconi rilancia i cinque punti per riprendere a governare sul serio, rafforza la maggioranza confermando lo status quo nelle commissioni (Fini accontentato) e ritrova il sorriso in diretta tv

Una conferenza stampa a sorpresa per certificare la tregua con Fini e dunque, così pare, l’avvio di quella già parzialmente annunciata “verifica del giorno per giorno” che ormai chiedeva quasi all’unisomo l’intero entourage di Palazzo Grazioli. Silvio Berlusconi ieri ha declinato le prossime mosse del governo fondate sull’impianto dei cinque punti, a partire dall’approvazione del federalismo fiscale, e ha garantito che “la legislatura andrà avanti fino alla scadenza naturale”. Bossi chiede le elezioni? “Umberto va interpretato e io ho la chiave interpretativa”. I finiani? “Mi fido delle persone che Gianfranco Fini ha messo in lista”. Il presidende del Consiglio ha sorriso – gli mancava da un po’ – ed è apparso rilassato persino quando ha attraversato indenne il periglioso argomento della giustizia. Così, nel giorno in cui i gruppi parlamentari del centrodestra hanno inaugurato la strategia dei vertici periodici di maggioranza, è stato il leader in persona a mettere fine (almeno pare) “allo spettacolo indecoroso che la politica ha dato a partire da questa estate”.

La mossa del presidente del Consiglio non era prevista ma non ha spiazzato del tutto gli osservatori che da alcuni giorni registravano sia la ripresa dei contatti tra la diplomazia di Gianni Letta e quella di Fini sia un’efficace azione di puro pragmatismo politico in area leghista. Era stato infatti il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a fissare una scadenza di tre settimane “limite oltre il quale non si può andare”: o c’è la maggioranza o non c’è. Ed è stato sempre il partito di Umberto Bossi a chiedere, e ottenere per ieri, un vertice tra le componenti parlamentari della maggioranza con l’obiettivo di risolvere l’impasse dei rinnovi degli incarichi all’interno delle commissioni parlamentari. Un accordo già raggiunto martedì attraverso contatti informali dei dirigenti di Fli, Pdl e Lega, ma che soltanto ieri è stato ufficializzato confermando lo status quo della rappresentanza dei singoli gruppi all’interno delle commissioni di Montecitorio.

E’ probabile che la doppia strategia leghista (chiedere le elezioni ma imporre anche una verifica con scadenza) abbia contribuito a sospingere il Cavaliere verso un’opzione che da alcuni giorni sembrava a tutti inevitabile non solo per la necessità di assicurare al premier entro dicembre uno scudo giudiziario ma anche per l’attorcigliarsi sempre più pericoloso della strada che porta alle urne. Il rischio di un governo tecnico e sgradito a Berlusconi, specie dopo le mosse di Fini e Bersani sulla riforma della legge elettorale, si era fatto un po’ meno evanescente delle settimane precedenti. Martedì il Foglio aveva messo in dubbio, riportando alcuni umori neri diffusi tra i senatori del Pdl e pubblicando una lista di quindici scontenti, la solidità del gruppo di Palazzo Madama considerato fino a quel momento la “polizza antiribaltone” del governo. Ieri il premier, che ha avuto modo di studiare gli equilibri del Senato, lo ha anche ammesso: “In caso di crisi non penso che ci possa essere un percorso agevole per le elezioni e certamente sarebbe facile costituire un governo tecnico. Si libererebbero sessanta posti di governo da offrire a chi nella maggioranza sosterrebbe questo nuovo esecutivo”.

Ma i sospetti nei confronti di Fini non si sono affatto diradati e la pax berlusconiana rimane vincolata al rispetto del patto dei cinque punti che il premier intende rendere cogenti nei prossimi giorni attraverso altrettanti Consigli dei ministri. Oggi il Cdm varerà un decreto sul federalismo, la prossima settimana toccherà alla giustizia, poi alla riforma fiscale con la quale verranno introdotti il quoziente familiare e la riduzione dell’Irap per le imprese. Come dire, per una rottura c’è sempre tempo.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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