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“Fini si dimetta e combatta”

Opinione fuori del coro del direttore scientifico di FareFuturo, Alessandro Campi. “Così è uno scontro poco limpido. Se vuole un’altra destra possibile, deve giocare da libero e fare un partito”

“La follia è cominciata con il 29 luglio e la cacciata di Fini dal Pdl. Ma è arrivato il momento di superare lo stordimento iniziale. Preso atto che nella creatura berlusconiana non si è potuto fare politica, allora le alternative non sono troppe: se Gianfranco Fini vuole prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in questi anni, dovrebbe abbandonare il limbo dei gruppi parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio partito investendo tutto se stesso in questa operazione; dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a Montecarlo, ma per riacquistare libertà di tono e di movimento. Fini dovrebbe, insomma, tornare più esplicitamente, ma fuori del Pdl, a combattere la propria battaglia di rinnovamento in stile europeo e modernizzatore del centrodestra”. Dice così, in una breve chiacchierata con il Foglio, Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo.

Il professore ha un paio di idee su come Fini potrebbe rovesciare strategicamente la natura di un dissidio, quello che lo divide dal presidente del Consiglio, il cui scioglimento positivo appare complicatissimo se non impossibile. C’è forse un solo modo per rallentare il nero gorgo che sta inghiottendo il centrodestra, dice Campi: “Dovrebbe riuscire una manovra che restituisca senso politico a questa aspra contesa che si è trasformata in una questione personale dalle sfumature poco limpide”. Ma come si può restituire caratteri di maggiore fisiologia a un conflitto sin troppo esplicitamente tracimato da ogni argine di normalità? Dal punto di vista dell’ex leader di An – sostiene Campi –  il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare i temi culturali del cosiddetto ‘finismo’, cioè la molto evocata ‘conversione di Fini’, attraverso una nuova formazione politica che, pur all’interno del centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione dei rapporti sociali e della politica.

“Se non stai nel Pdl perché non ti ci vogliono e non accettano che tu possa fare politica dall’interno, allora devi rilanciare recuperando il senso della tua battaglia di riposizionamento culturale per un centrodestra diverso. Un investimento rischioso, oneroso, che forse impone persino il sacrificio della presidenza della Camera”, dice Campi. “Perché guidare una formazione ambiziosa, come sono ambiziose le idee che Fini ha fatto proprie in questi anni, richiede tempo, libertà d’espressione e di movimento. Creare e guidare direttamente un partito significa scegliere con accuratezza gli uomini e la classe dirigente, significa parlare in chiave politica, e non solo istituzionale, con il tuo potenziale elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di fatto, è un freno”.

“Ma guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla risibile e forsennata campagna sulla casa di Montecarlo”, spiega il professore. “E’ uno scenario che non esiste e che è stato persino un errore adombrare da parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c’è nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la banale faccenda della casa monegasca e l’enormità delle sue eventuali dimissioni. Se mai Fini decidesse di fare un passo così importante, dev’essere ispirato da ben altro: dalla sua storica battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio dettato da ragioni politiche, dalla decisione responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a capo di una formazione politica capace di recuperare e rilanciare il senso di un percorso culturale che viene da lontano. Costruire un partito è un lavoro serio, intenso, che non può essere appaltato ad altri, a soluzioni come quella della staffetta Casini-Follini. Fini dovrebbe assumere in prima persona la leadership guidando direttamente la costruzione del proprio partito. Tanto più se i sondaggi, che certo vanno verificati e sui quali non si possono fondare unicamente le ragioni di una scelta così impegnativa, sono molto gratificanti. Si parla del 7-8 per cento, numeri molto superiori di quelli maliziosamente diffusi dal Pdl”. Domani Berlusconi chiederà il voto sui cinque punti in Parlamento. Si riparte da lì? “Ci sarà una ricomposizione tattica, ma sarebbe un errore rimanere incastrati nel gioco parlamentare. Alle triangolazioni di Palazzo va affiancato un rilancio dell’iniziativa politica. Non facile, ma possibile”.

Leggi Quando servono le dimissioni

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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