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Tra fischi e riformisti

Plausi ragionati dal Pd alla svolta marchionnesca

Parlano Chiamparino, Damiano e Rossi. Bonanni contestato a Torino

Si riscalda il clima politico e sindacale dopo lo strappo di Federmeccanica sul contratto nazionale. Ieri, alla festa torinese del Pd, è toccato al segretario della Cisl Raffaele Bonanni subire la contestazione dei centri sociali. Eppure, proprio dal Pd, area riformista, si levano voci a sostegno di quella che è considerata comunque una svolta significativa per migliorare la competitività dell’industria italiana. In prima fila, tra i sostenitori della svolta, c’è il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che fin al primo momento non ha nutrito dubbi sulla necessità di considerare con favore l’accelerazione impressa da Sergio Marchionne. Una sfida, dice Chiamparino al Foglio, “che va raccolta proprio dal punto di vista operaio, prim’ancora che da quello dei padroni. E uso volutamente termini démodé come operaio e padroni per ricordare che abbiamo la produttività e i salari più bassi d’Europa: dunque non capisco cosa ci sia da perdere, se non le nostre catene, come diceva un signore con la barba molti anni fa’’. Tuttavia, prosegue, “la produzione richiede affidabilità e il problema è come garantirla. Gli atti unilaterali come quello di Federmeccanica rischiano di favorire la frammentazione del sindacato, e non portare risultati positivi. Insomma, sicuramente siamo in presenza di una forte scossa, ma se ne scaturiranno fatti positivi o negativi dipenderà molto dalle persone che vi lavoreranno. Spero, e anzi sono convinto, che nel mondo sindacale, nella Cgil e nella stessa Fiom ci siano persone che, pur con la prudenza necessaria, sappiano assumersi la responsabilità di fare le scelte giuste’’ .

Per l’economista e senatore del Pd Nicola Rossi la svolta di Federmeccanica si è limitata a rendere evidente quello che tutti in realtà sapevano da almeno quindici anni: “Le relazioni industriali vecchio modello non esistono più. Oggi paghiamo il conto di aver fatto finta per tre lustri che nulla fosse cambiato, ignorando i problemi e mettendo la testa sotto la sabbia’’. Non solo il sindacato, “ma anche la politica e la stessa Confindustria, che si è sempre accontentata solo delle briciole. Marchionne infatti ha fatto quello che nessun presidente confindustriale aveva mai osato fare’’. Dunque, una svolta positiva, ma con un rischio: “Quando prendi atto di una svolta con quindici anni di ritardo ti limiti a subirla, o a esserne travolto’’.
Più prudente la posizione di Cesare Damiano, che nel 2008, da ministro del Lavoro, fu parte attiva nella firma del contratto dei metalmeccanici e che oggi definisce “un gesto politico e un errore la disdetta unilaterale di Federmeccanica’’. Tuttavia, pur nella difesa del contratto nazionale, resta il fatto che “la globalizzazione impone nuovi orizzonti di competitività e occorrono nuove coordinate per stare al passo. Il che si può fare anche senza rinunciare ai diritti del lavoro’’. Se Marchionne confermerà l’Italia come piattaforma strategica dell’auto, dice Damiano, “trovo ragionevole che il sindacato, in cambio, accetti determinati standard di competitività. In questo ambito, ci sta anche una nuova regolamentazione delle relazioni industriali, senza necessariamente saltare il contratto nazionale. Mi rendo conto che quello dei metalmeccanici non risponde più alle esigenze: ma fermi restando alcuni paletti, ci possono essere altri aspetti negoziabili’’.

Nessun dubbio invece da parte di Massimo Calearo, già presidente della Federazione confindustriale proprio ai tempi del contratto 2008, oggi nell’Api di Francesco Rutelli: “Da tempo sostengo che il sistema di relazioni industriali, con tutte le sue liturgie, è superato. Nel 2008 dopo la sfiancante trattativa che portò alla firma del contratto dissi all’allora segretario della Fiom Rinaldini: se non si cambia sistema, tu e io dovremo cambiare lavoro, perché sarà la fine del sindacato e anche della Federmeccanica. Ma nessuno aveva il coraggio di innovare, finché non è arrivato Marchionne’’. Grazie al quale, conclude Calearo, “oggi ci sono tutti i presupposti per ridisegnare le relazioni industriali in un’ottica nuova, superando il contratto nazionale e concentrandosi sulla contrattazione in azienda e sul territorio, in chiave federalista. Ma il sindacato, così come Federmeccanica e Confindustria, non ne hanno mai voluto nemmeno parlare. Oggi, forse, è arrivato il momento di farlo’’.
 

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