IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
accesso abbonati
ArchivioLa giornata

Maggioranza rumorosa

Bossi pretende di nuovo il ritorno alle urne, ma il Cav. non ha deciso

Vertice ad Arcore, si pensa di guadagnare 18 mesi ripresentando a novembre un legittimo impedimento “ristretto”

Silvio Berlusconi ancora non sa che cosa fare, ascolta chi lo sconsiglia di accelerare verso una perigliosa crisi di governo ma pensa pure, per usare un eufemismo, che “consegnarsi nelle mani di Fini non sia la migliore delle soluzioni”. Così, mentre lo stato maggiore del Pdl è attraversato da una profonda crisi confusionale (e riflette, intanto, sull’opportunità di presentare una specie di nuovo legittimo impedimento riformulato a novembre), la Lega si mette in mezzo a complicare ulteriormente il quadro. Umberto Bossi, a poco meno di un mese da quel 19 agosto in cui per la prima volta terremotò l’attendismo del Cav. (“al voto in autunno”), è ritornato a invocare le urne. “La solita mossa tattica della Lega”, dicono gli alleati del Pdl.

Ma il leader padano desidera che la sua posizione rimanga agli atti, qualsiasi cosa succeda: la Lega non ha alcuna responsabilità – questo il messaggio inviato agli elettori – del pasticciaccio in cui si è infilato il Pdl nei rapporti con Gianfranco Fini. Non solo. E’ interesse di Bossi e compagni impedire la manovra inclusiva nei confronti dei rivoli centristi che Fini aveva fatto intravvedere domenica scorsa a Mirabello. Il ritorno organico di Fini nell’orbita gravitazionale del centrodestra, che alcuni settori moderati del Pdl sono disposti ad assecondare (il Cav. forse no), suona infatti come una minaccia velenosa agli obiettivi strategici del partito nordista per via dell’esplicita triangolazione che l’ex leader di An ha annunciato con Casini e Rutelli.

Ieri sera ad Arcore c'è stato un vertice tra Bossi e Berlusconi. La Lega ha interesse a esporre con chiarezza tutte le proprie perplessità sull’equilibrio precario che, nelle parole di Bossi, rende Berlusconi “un presidente del Consiglio dimezzato”. Eppure non si prevedono a breve decisioni clamorose, nonostante l’irrefrenabile irritazione del Cav. nei confronti dell’ex leader di An. A poco dovrebbero servire le perorazioni, private e pacifiste, di Paolo Bonaiuti e del gruppo dei ministri donna. La linea ufficiale prescrive musi duri e nel Pdl si torna a chiedere le dimissioni di Fini dalla presidenza di Montecitorio. Eppure la minaccia del voto resta sempre tale: un’opzione evanescente perché complicata dai meccanismi costituzionali di cui Giorgio Napolitano è “un geloso custode”. Ci sono ancora troppi rischi a intraprendere la strada della crisi pilotata, spiegano al Foglio fonti vicine a Palazzo Grazioli. Anche l’esito di una eventuale consultazione elettorale non offre certezze: sono a rischio cinquanta seggi al nord, avanza il problema di garantire i posti in lista degli ex An fedeli; e un nuovo sondaggio del Pdl colloca Fini intorno al 6 per cento. “Bossi deve capirlo, sforzandosi di essere anche più generoso”.

Ieri mattina, e poi anche nel pomeriggio, Berlusconi ha ricevuto alcuni maggiorenti del suo Pdl tra cui Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Fabrizio Cicchitto, Niccolò Ghedini e Denis Verdini. Non pochi hanno posto l’accento su un passaggio del discorso tenuto da Fini a Mirabello: quelle parole nette rivolte all’opposizione, e a segmenti della maggioranza, intorno alla necessità di modificare la legge elettorale “prima di un eventuale ricorso alle urne”. Si tratta dell’arma di ricatto che, secondo l’inner circle berlusconiano, il presidente della Camera tiene puntata sul centrodestra: l’unica opzione che potrebbe coagulare per comunanza di interessi tutte le forze che puntano ad archiviare definitivamente la stagione berlusconiana, al netto del prevedibile, e durissimo, scontro che deriverebbe dalla decisione di risolvere la crisi di governo costituendo una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne.

E’ prevista per oggi una prima riunione interlocutoria dei maggiorenti del Pdl a casa di Berlusconi per discutere nel dettaglio i contenuti dei famosi cinque punti del programma di governo. Il vero dubbio è: andranno scritti perché siano la premessa di un accordo per completare la legislatura o perché facciano da detonatore e spingano Fini alla rottura? Ancora non lo sa nemmeno Berlusconi. Ma Casini è stato sentito preconizzare: “Come fu per Fanfani, sfiduciato dal suo stesso partito per favorire una crisi, oggi con Berlusconi sarà la Lega ad aiutarlo provocando la crisi di governo che desidera”.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

Sito certificato Audiweb

Web Design: Vai al sito di Area Web     Hosting: Vai al sito di Bluservice     Advertising: Vai al sito della divisione WebSystem del Sole 24 Ore

Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui