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La versione di Emma

Cronache di un anno senza papà Mordecai

Il 3 luglio 2001 moriva Mordecai Richler, l’autore della “Versione di Barney”. Sua figlia Emma lo ricorda in questo diario-articolo.

Due estati fa sono andata in Canada in aereo per trascorrere alcune settimane con i miei genitori nel loro cottage sul lago, in Quebec. Prima della mia partenza da Londra, mio padre mi ha dato i suoi soliti consigli speciali su come sopravvivere ai voli transatlantici. - Emma, chiedi un posto centrale: puoi alzarti quando vuoi. Dovresti fare due passi, muoverti per i corridoi. Fallo tre o quattro volte e non ti sentirai indolenzita. - Va bene, papà. - E non mangiare il cibo che servono. E’ orrendo! Ti piace il salmone affumicato, vero? - Hm… sì. - Fatti un panino! Ti piacciono le uova, giusto? - Beh, hm… - Compra uova di quaglia! Pelale la sera prima e mettile in una vaschetta con alcuni ciliegini. E’ quello che faccio io! - Ottimo, papà. Grazie! - E portami dei giornali. E lo Spectator. Mio padre si compiace così tanto dei suoi suggerimenti speciali per i viaggi in aereo – ogni volta le stesse raccomandazioni – che non posso proprio raccontargli che mi accade di rado di mangiare in volo e che non consumerei mai il cibo che distribuiscono sugli aerei. Anche se, in effetti, potrei bere.

3 luglio 2001
Mi precipito fuori per un appuntamento dal dottore. Oggi fa molto caldo. Quando l’afa è estrema, i londinesi sembrano provati e confusi, come quando apprendono delle cattive notizie. Al rientro, trovo dei messaggi di mio fratello Noah. Sta per prendere l’aereo per Montreal: è all’aeroporto di Toronto con gli altri miei fratelli Daniel e Jacob, mentre le rispettive mogli, Sarah, Jill e Leanne, li raggiungeranno con il volo successivo. Noah mi comunica di avermi prenotato un viaggio da Londra, dice che sta cercando mia sorella e suo marito, ti voglio bene, ti vogliamo bene, a più tardi. Cosa sta succedendo? Perché si sposta tutta la tribù? In quanti vanno a St. Ives? Oggi fa così caldo. Telefono a Sarah. Cara, mi dispiace tanto, tuo padre è morto questa mattina. Le rispondo urlando. No! – grido – C’è stato un errore! Ti stai sicuramente sbagliando! Mi imbarco su un volo transatlantico per il quale non ho avuto il tempo di prepararmi la sera prima, un volo che, per una volta, devo prendere senza gli speciali consigli di mio padre sui viaggi in aereo, perché ho così poco preavviso – appena 40 minuti – e in quel lasso di tempo Sarah mi telefona spesso, con quelle affettuose raccomandazioni che normalmente si riservano ai bambini quando sono esausti. Ricorda il passaporto, chiama un minicab, chiudi la porta, ci vediamo a Toronto, ti accompagnerò a Montreal, spiega. Con questa visione confortante di Sarah con l’impermeabile rosso e i lunghi capelli biondi sono in grado di affrontare il volo. E’ l’unica immagine che vedo. Il mio e-ticket riporta la dicitura “VIAGGIO PER GRAVI MOTIVI FAMILIARI”. Molto gradevole, penso, una specie di nuova classe di volo migliore, una serie di posti ubicati più o meno tra la Hospitality e la Business Class, riservati ai disperati. “NOME DEL DEFUNTO/MORTE IMMINENTE: MORDECAI RICHLER”. Ecco! Visto? Per circa sette ore fisso il retro del seggiolino davanti a me e non vedo l’ora di arrivare per dire a tutti che si è trattato di un terribile errore. Questo è il peggior viaggio che si possa fare.

14 aprile 2001
Mio padre appoggia le sue grandi mani sulle mie spalle e sorride, perché mi vede preoccupata. Sciocchina. Alcuni giorni fa, durante il pranzo, ha rimesso e ora deve fare degli esami, per i quali deve recarsi a Montreal in aereo accompagnato da mia madre. - Non è imminente, Emma! Non c’è nulla di imminente! Non credo che abbia preparato le sue solite vaschette, con le uova, i pomodorini e quant’altro, non credo proprio. Quando scorgo Sarah, bionda, vestita di rosso, non vedo l’ora di dirle che si tratta di un terribile errore, ma prima lei mi porge un grande bicchiere di vino dell’aeroporto e mi offre da mangiare degli ottimi bocconcini che ha preparato per me. DENTRO DELLE VASCHETTE. Visto? Oggi papà le ha telefonato per darle delle raccomandazioni speciali sui viaggi in aereo. Lui però non c’è all’appartamento di Montreal. Papà, ti ho portato il Guardian, il Daily Telegraph, il Times. Ho dimenticato lo Spectator. Mi spiace, ho dimenticato lo Spectator. Questo è il peggior viaggio che si possa fare. Due estati fa, ho incontrato mio nipote Maximilian, che ha quasi due anni e mezzo e ha già delle buone maniere, nonostante le liti occasionali con la sorellina, come fanno i leoncini quando si azzuffano. Max ha la saggia abitudine di definire la posizione delle cose e delle persone che ritiene importanti. DOV’E’ Simone? QUELLA è la Jaguar di papà. QUESTI sono i miei camion. Ogni mattina, ripercorre lo stesso tragitto in direzione della camera da letto dei miei genitori, assicurandosi che tutti siano al loro posto. Ciao, FLORENCE. DOV’E’ Mordecai? Sta lavorando, Max. E’ di sopra. Io sono l’ultima persona di cui mio nipote chiede prima di andare a letto. DOV’E’ Emma? Gli leggo qualcosa, poi facciamo un po’ di lotta sul pavimento. Chiedere di qualcuno con insistenza, leggere libri insieme, fare un po’ di lotta sul pavimento sono gli ingredienti principali dell’amore e Max li possiede già tutti. Avrà successo negli affari di cuore.

Tarda estate 2001
Jacob accompagna in auto la sua amata Leanne e la famiglia, insieme a mia madre, nel cottage dove papà era così felice. Le sue cose sono ovunque. Papà, hai lasciato le tue cose dappertutto. Telefono da Londra e devo chiederlo, devo fare a mia madre questa domanda che mi assilla. - L’ha detto? Max l’ha detto? - Sì. DOV’E’ Mordecai? Caro papà, scopriamo le carte. Tu non puoi sentirmi, ma io posso sentire te.

5 luglio 2001
Al ricevimento continuo a girarmi verso la porta, cercandoti, sperando di sentire quel colpo di tosse, il pesante rumore secco e trascinato dei tuoi calcagni. Cerco la massa scura dei tuoi capelli e forse uno sguardo rivolto a me. Tutto bene, Emma? - Non proprio. Voglio raccontarti cos’ha detto Martha questa mattina davanti a molte persone. Mia sorella si esprime educatamente. Voglio soltanto dire … Che TUTTI i tumori vadano a farsi fottere! Mi chiedo se imprecherà di nuovo. Voglio soltanto dire … Che TUTTI i funerali vadano a farsi fottere! Oggi pomeriggio, ogni volta che mi vedono turbata, Jill o Leanne mi allungano qualcosa, un bicchiere di vino, un fazzoletto, un panino. Salmone affumicato, Emma. Ti piace il salmone affumicato, vero?

Caro papà,
alcune notizie fresche fresche. Noah mi racconta che il suo cane Homer ha rubato più di un chilo di parmigiano dal ripiano della cucina. Lo ha mangiato subito, senza pasta. Presto, Noah attraverserà il Canada e scriverà un bel libro sui libri. Dovrebbe portare Homer, non pensi? In caso di tempi difficili e nell’eventualità in cui esauriscano le riserve di cibo, può mandare Homer. Stephen Hendry, il tuo giocatore preferito, ha perso il campionato mondiale di biliardo per un solo punto. Voleva vincere l’ottavo titolo per te, avrei potuto dirlo soltanto guardandone il volto e il modo in cui acco stava alla bocca il panno della stecca. Ce l’aveva quasi fatta. Va tutto in malora. Zoë Waldie (la mia agente) è caduta dalla bicicletta, riportando una leggera commozione cerebrale, e Deborah Rogers (la tua agente) l’ha mandata dal dottore. Zoë non porta il casco, perché lo trova poco elegante. In ogni caso sta bene, ma non mi piace che succedano disgrazie agli amici. Sono situazioni che possono portare ovunque, ovunque. La mamma si è procurata una brutta ustione. Si è bruciata due dita con il vapore e non le ha fasciate come doveva, perché era al telefono e non voleva che la persona all’altro capo si preoccupasse. Lei pensa che sia meglio una brutta scottatura, piuttosto che preoccupare un amico. Non sono d’accordo. L’attrice australiana Cate Blanchett ha appena finito di girare un film in cui recita la parte di una spia della Seconda guerra mondiale o di una combattente della Resistenza o di qualcosa del genere, ed è chiaro che ha fatto molte ricerche e profonde riflessioni per prepararsi per questo grande ruolo. In un’intervista rilasciata alla radio parla di antisemitismo. L’antisemitismo è una cosa orribile, spiega, e non sempre è diretto contro gli ebrei. Semplicemente, l’antisemitismo non ha fine. Alcune vecchie notizie che hai perso. Voglio renderti partecipe del vero e proprio orrore di quello che è successo, ecco tutto. So che non ti piace ascoltare, ma non ci vorrà molto. Martha si versa addosso dell’acqua bollente, non mi chiama e non va all’ospedale. Vuole semplicemente dire… sì alle cicatrici e ad altri tipi di sofferenze. Educatamente. Durante la tua ultima settimana di vita, Noah mi telefona a Londra ed è molto irritato, è furioso. Siamo tutti così patetici, vivrai per molto tempo ancora, perché non ce ne rendiamo conto? Questo è il senso del pianto di Noah. Il 3 luglio, a notte fonda, mia madre entra in una stanza dove sei disteso in modo troppo perfetto nell’ultimo letto in cui giacerai, e non è il tuo letto matrimoniale, è il letto sbagliato. Florence ti raggiunge e dice: Mordecai, caro, va tutto bene. Ora sono qui. Tu non puoi sentirla. La mattina del funerale, il mio fratello minore, marito e padre di due bambini, viene a cercarmi perché non riesce a chiudersi i gemelli. Ci abbracciamo stretti. Jacob è ancora il bambino della nostra famiglia, non lo dimentico. Avrà bisogno di aiuto, avremmo bisogno del tuo aiuto. Se ci incontrassimo ancora per bere qualcosa insieme, potrei metterti al corrente di tutte le novità, potrei raccontarti molte cose. Durante gli ultimi anni della sua vita, io e mio padre ci troviamo per bere qualcosa insieme, parlando col cuore in mano e sviscerando i rispettivi problemi di lavoro. - Emma. Come va? Stai lavorando? - Hm … lo sai, dico, e scrollo le spalle, e tutto è racchiuso in quel gesto. E’ un momento privato. Non ne parlo mai con nessun altro. - E tu, papà? Come va? - Hm, dice, scrollando le spalle. Lo sai. - Sì. Fissiamo la parete per un po’. - Vuoi ancora un po’ da bere, Emma? A volte sento la tua voce, mentre cammino fuori. - Emma? Stai lavorando? Ti sento e ti rispondo, ma non mi creo fantasie, non sono una sentimentale, non sono una ribelle.

Dicembre 2001
E’ il secondo party natalizio della nostra agenzia al quale partecipo. Mi hai accompagnato tu al primo, ricordi? Ero timida e non volevo andarci. Quest’anno, Zoë mi saluta, Deborah mi saluta e tu non ci sei. Lo so, perché ti ho cercato. Dov’è Mordecai?

5 luglio 2001
Al cimitero, Daniel, che riesce a tenere in equilibrio la figlia di tre anni ritta nel palmo di una mano, è dietro di me e mi tiene in una presa di testa, una mezza Elson o quale che sia. Non è un gioco. Mio fratello maggiore piange appoggiato alla mia spalla. Va tutto bene, voglio dirgli. Non c’è papà laggiù, si è trattato di un terribile errore.

Gennaio 2002 Mi dirigo verso la casa di un’amica nella parte Nord di Londra e sono in anticipo. Lei non può vedermi, ma io la vedo bene risalire la strada, mentre il marito esce di casa. Lui ha i capelli più grigi di mio padre, sebbene sia più giovane, e ha più o meno la stessa corporatura, anche se la camminata è diversa e ha una folta barba. E’ ebreo e la sua casa è piena di libri. Mentre si accosta alla moglie, devo chiudere gli occhi, perché voglio interrompere questa scena violenta di cui sono testimone, i rapidi scambi di una coppia innamorata, molto più rivelatori di un abbraccio intenso, piccoli gesti di gentilezza e intimità che non potrò più vedere tra mio padre e mia madre, da una finestra o da un angolo di strada, mai più. Sul nostro cammino incrociamo degli estranei, con le loro dichiarazioni banali sul tempo e la guarigione. Prendi una tazza di tè, fatti un bagno caldo … una lobotomia. E’ questione di tempo, affermano, eccetera. Col passare del tempo, vorrei rispondere, resti intrappolato in una valanga, senza cani da soccorso che ti vengano a salvare. E basta. Ma mi trattengo, perché è un gesto di scortesia e, mi dicono, un indice di atteggiamento ribelle piuttosto tipico di chi è addolorato. Non è da me, io non sono una ribelle.

Aprile 2002
Caro papà, devo raccontarti qualcosa, un’indiscrezione. La mamma continua a cucinare. Non ha niente a che vedere con il tempo e la guarigione: sono io che la prego di farlo, perché i suoi polli arrosto sono davvero meravigliosi e così quest’inverno abbiamo condiviso piacevoli momenti pranzando insieme. Ed ecco la parte indiscreta. Florence prepara un posto per te. Per la colazione del giorno dopo: sei sempre atteso a colazione. Mette una tazza blu con un tovagliolo di carta blu e un piattino per il pane tostato. L’ultima volta che mi sono fermata a pranzo, ho notato un grosso pomodoro italiano nel tuo piatto. - Mamma? - Sì? - Vedo che papà ha un bel pomodoro. Spero che non lo inghiotta tutto in un colpo. Ed ecco quello che voglio raccontarti, così puoi sentirti orgoglioso, anche se non puoi vederci o sentirci: la mamma riesce a ridere, tutti noi riusciamo, ma la disperazione è grande quaggiù, tra chi rimane, soprattutto per Florence, che non è una sentimentale, non si crea fantasticherie, non è proprio una ribelle. Lei sa che non vivi negli uccelli o negli alberi, o nei cambiamenti del tempo, ma altrove: nel disordine che non fai più, nei cipigli e nelle difficoltà che non affronta più per te, negli orologi che non guardi più per lei. Dov’è Florence? Dov’è tua madre? Posso dirtelo.

Maggio 2002
La mamma mi accompagna a sentire Angela Hewitt nella sua unica esibizione al St. John’s, Smith Square. Chiaramente, Angela è ispirata: anche lei indossa un abito rosso e braccialetti rossi vistosamente ricercati per tenere calde le sue braccia da pianista o qualcosa del genere, e sfoggia un sorriso aperto e un’andatura elegante, quasi si muovesse a saltelli, con piccoli passi di danza. Decisamente in questa donna vive la musica. Non appena ci separiamo, mia madre immediatamente si distrae, diventa impaziente. Florence continua a vivere in tua funzione, si precipita a casa per te, penso che dovresti saperlo. Ti sente chiamare il suo nome, credo, con insistenza. Così, in qualunque posto della città si trovi, immancabilmente corre a casa, dove leggete insieme e fate un po’ di lotta sul pavimento. Mordecai è proprio qui. Si è trattato di un terribile errore.
Baci, Emma
Per la mia famiglia
 

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