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Se gli zingari fossero scozzesi

Walter Scott inventò la mitologia di un popolo, perché non provarci con i rom?

Fu due secoli fa un caso riuscito d’ingegneria sociale. Ordito soprattutto da un reggente e un romanziere. E’ oggi l’argomento di un libro postumo di Hugh Trevor-Rope, uscito in Inghilterra. Trevor-Rope preparò “The Invention of Scotland: Myth and History” per opporsi alla devolution scozzese nel 1979. La questione rientrò, il libro di Trevor-Hope rimase nel cassetto. La questione della devolution scozzese si ripropone, “L’invenzione della Scozia” va in libreria. Maestro nel ricostruire falsificazioni (straordinario è “L’eremita di Pechino”, storia di un curioso avventuriero che riempì la biblioteca di Oxford di falsi manoscritti cinesi); vittima egli stesso di falsificazioni grossolane (per esempio i diari di Hitler), nell’“Invenzione della Scozia” Trevor-Rope ricostruisce le vicende di un’imponente falsificazione storica a fin di bene.

L’anima dell’operazione fu uno scrittore, Walter Scott, che in un solo colpo inventò il romanzo storico e la Scozia. Con “Waverley” (1814) andò dritto al cuore della questione: a quella rivolta che era culminata nella battaglia di Culloden, a quella sconfitta di Culloden che sembrò avere segnato per sempre il futuro della Scozia.
Agli occhi degli inglesi gli scozzesi non erano più che straccioni selvaggi, buoni solo per essere deportati nelle nuove fabbriche, dove non erano neppure granché utili poiché non sapevano esprimersi che nella loro lingua incomprensibile, buoni anche, per la verità, per essere condannati morte e poi graziati, se accettavano di andare a popolare l’Australia. Essere scozzese non era un buon biglietto da visita in Inghilterra, neppure per un laird, per un proprietario terriero. Altra cosa, rispetto a oggi, quando un sito sul Web offre in vendita proprietà improduttive sulle Highlands, ma che darebbero all’acquirente il diritto di fregiarsi sui biglietti da visita del titolo di laird, particolarmente elegante in società e suggestivo nei rapporti di affari. Tutta questa storia – che arriva fino ai minikilt, fermati da enorme spilla da balia, della metà degli anni Sessanta e alle intramontabili calze scozzesi a intarsio per uomo – cominciò con un personaggio di romanzo chiamato Waverley.

Waverley è un nobile inglese nostalgico degli Stuart esiliati e diffidente verso gli Hannover di origine tedesca che regnano sulla Gran Bretagna. Un giorno decide di scavalcare le rovine del vallo con cui l’imperatore Adriano aveva sperato di contenere quei selvaggi pitturati e piumati dei pitti, antenati insieme agli scoti degli attuali scozzesi, per andare a trovare un amico cui era morto il padre. Gli usi e i costumi della regione, che non capisce, dapprima lo sconcertano, poi lo conquistano. Walter Scott li descrive con grande dovizia di particolari, o meglio li trasfigura, li inventa. Waverley fu il primo episodio di una trilogia. Alla distanza di un anno uno dall’altro Walter Scott pubblica “Guy Mannering”, o l’astrologo, un romanzo dell’agnizione, di nuovo ambientato in Scozia e “L’antiquario”, in cui un personaggio, l’antiquario appunto, si industria per fornire alla sua terra la consapevolezza del suo passato storico.
Scott farà a tempo a pubblicare un altro romanzo storico d’ambientazione scozzese, la “Bride of Lammermoor”, prima che il reggente, incoronato finalmente re con il nome di Giorgio IV, si allacci in vita un kilt di tartan, si infili un pugnaletto nel calzettone e vada in giro per la Scozia a elargire sorrisi e onorificenze in una campagna di pacificazione e normalizzazione.

L’invenzione della Scozia, del folklore scozzese, fu un successo profondo e duraturo al quale contribuirono motu proprio molti volenterosi, come i due fratelli che, non contenti di inventarsi discendenti degli Stuart, elaborarono verso il 1840 il minuzioso sistema di abbinamento tra clan e tartan che, sotto forma di libretti e tabelle, vive ancora in ogni negozio di abbigliamento specializzato in capi di importazione scozzese. Tutto quel sistema folkloristico da agenzia turistica e da grande magazzino di lusso funzionò. Sul piano commerciale oltre che politico. Un sistema così efficace per risolvere un grave problema etnico e politico di convivenza non potrebbe essere imitato? Ho sempre sospettato che ancor prima delle marce in Alabama il sistema di segregazione dei neri negli Stati Uniti cominciò a creparsi quando a New York divenne di moda andare la sera nel club di Harlem ad ascoltare il jazz suonato da band di neri.
E non avrà contribuito a distendere le tensioni nell’Irlanda del nord tutta la mitologia celtica, tutta la narrativa d’ambiente irlandese che ha allagato l’editoria e la cinematografia negli ultimi venti anni? Per risollevare il morale, per rafforzare l’autostima di un popolo, per sedare le ansie di un gruppo, un’immagine culturale in cui specchiarsi, con cui presentarsi agli altri, per costruita a freddo che possa essere, è spesso molto efficace.

Un’idea peregrina: non potrebbe un’impresa del tipo scozzese essere di qualche utilità per accostare la questione degli zingari? Il pregresso, è inutile negarlo, è scoraggiante.
In “L’uomo delinquente” (1856), Cesare Lombroso, pontefice dell’antropologia e della psichiatria positivista, scrisse: “Gli zingari sono un’intera razza di delinquenti e ne riproducono le passioni ed i vizi, l’oziosità e l’ignavia, l’ira impetuosa, le vanità, l’amore dell’orgia, la ferocia. Assassinano facilmente a scopo di lucro; le donne sono più abili al furto e vi addestrano i bambini”. Poiché Lombroso era scienziato d’onore, per arrivare a questa diagnosi che riguarda un’intera popolazione avrà misurato crani dopo crani. Non aveva bisogno di darsi tanta pena. Gli sarebbe bastato raccogliere le voci popolari. La storia della scienza ha relegato le idee del già potente e influente Lombroso nella galleria dei mostri, dei cul-de-sac senza uscita. Tutta la sua furia di misurare, di incolonnare dati, è finita nella fossa di calce viva dell’eugenetica, dove in nome della perfezione si è dissolta l’idea stessa di essere umano. Eppure era un uomo onesto, in buona fede, sicuro di parlare non solo in nome della scienza, ma della realtà, della natura stessa. Come avrebbe potuto poi essere un razzista consapevole, lui che era di origine ebraica?
Ebrei e zingari sono stati spesso assimilati nell’immaginario europeo, e non soltanto nelle direttive guida per i funzionari del Terzo Reich. Un celebre botanico svizzero, brav’uomo, cittadino e amministratore esemplare della illuminata città di Ginevra, Auguste Pyramus de Candolle, in visita nel 1827 ai giardini dell’impero austriaco, non può fare a meno di notare che in Ungheria “pullulano gli ebrei e gli zingari indulgono ai loro costumi anormali”.

Se l’impalcatura scientifica di Lombroso è stata svalutata, la diagnosi sulla razza degli zingari è moneta ancora corrente. Così corrente che a ben guardare la si ritrova di sottofondo in ogni discorso sugli zingari. Sono le caratteristiche genetiche a impedire un adeguamento di tutto un popolo alle regole della società in cui vive.
Un giudizio fondato sulla genetica è un giudizio inappellabile. Si può uscire dalla storia personale, familiare, si possono prendere le distanze dalla storia del proprio popolo, ma dalla genetica non si può scappare. Per sfuggire a un giudizio fondato sulla genetica bisogna mimetizzarsi, nascondersi, fingere di essere un altro. E’ quello che succede agli zingari integrati, rom, sinti o manouche che siano, i quali per non subire la pena di una colpa originaria sono costretti a negare la loro identità. L’integrazione in questi termini è una forma di sterilizzazione culturale.“Noi non siamo mica zingari nel carrozzone verde, bensì gente per bene”, fa dire Thomas Mann a Tonio Kröger, lacerato tra i valori severi dell’etica protestante della famiglia paterna e l’amore per la libertà e per l’arte della madre latina.

Nella cultura europea gli zingari oltre che la parte del lupo mannaro e della strega, del predone e del mendicante truffatore, hanno impersonificato la libertà degli artisti. “I cavalli son stanchi nell’umida sera e la folta criniera sembra il vento invocar”. Sono i gitani dell’Andalusia sono i profughi di Boemia che cullano la loro “disperata allegria” al suono della chitarra intorno al fuoco del bivacco. E’ un mondo scomparso, esistito forse solo nelle note e nei versi di una canzone. Resta però “La disperata allegria”, l’ossimoro che dà il titolo a uno straordinario libro fotografico di Gianni Berengo Gardin, realizzato nel 1994 in un anno di lavoro in due campi nomadi fiorentini. La disperata allegria potrebbe essere il filo rosso di un’impresa di costruzione di un mito gitano, sul modello del progetto scozzese di Walter Scott. La cultura zingara offrirebbe molti più spunti che non quella scozzese. Basterebbe leggere “Mille anni di storia degli zingari” di François de Vaux de Foletier (Jaca Book, 2003).
Agli zingari, nomadi o dispersi mancherebbe però una terra. L’avrebbero forse avuta se la storia fosse andata in un altro modo. Se fosse vera la storia di quel capo che si fece incoronare re da un arcivescovo polacco perché Benito Mussolini aveva promesso al suo popolo una terra in Abissinia.

Forse la storia non è vera. Forse, con il senno di poi, è meglio che sia andata così. Ma uno stato sovrano, cui un popolo possa fare riferimento, non ha bisogno di un territorio. Potrebbe ispirarsi nella costituzione al Sovrano militare dell’ordine di Malta.

di Sandro Fusina

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